L’Ansia Sociale o Fobia Sociale: nuovi modelli di trattamento

Comunicazione UmanaL’ansia sociale o fobia sociale è un disagio interpersonale che si sviluppa nel corso del tempo e causa una sofferenza soggettiva caratterizzata da paura e irrequietezza, associata ad attivazione neurovegetativa (es: tremori, rossore, tachicardia, dispnea, vertigini, ecc.), marcato e persistente timore di fronte ad una situazione sociale prevista o da affrontare:

– entrare in un negozio o in un locale pubblico,

– stare in mezzo alla gente,

– uscire di casa e quindi incrociare e/o incontrare persone,

– andare ad una festa,

– telefonare in pubblico,

– partecipare a piccoli gruppi,

– mangiare in pubblico,

– lavorare mentre si è osservati,

– scrivere mentre si è osservati,

-parlare in pubblico,

– guardare negli occhi una persona, ecc.

(Jefferson, 2001).

L’eccessiva paura e l’evitamento sociale causano difficoltà socio – relazionali importanti e invalidanti, che spesso si associano a complicanze quali la depressione, l’abuso di alcol e droghe, nonché alle condotte suicidarie.

La persona non riesce ad abituarsi alle situazioni stressanti e all’ansia da prestazione, manifesta reazioni ansiose spiccate in contesti neutri per altri individui, e,  se osservata sperimenta un aumento dei livelli di arousal, con sintomi neurovegetativi come palpitazioni, tremori e vampate di calore. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Quest’ansia sociale va distinta dalle altre forme di sofferenza psicologica come la vergogna, l’imbarazzo e la timidezza, anche se la distinzione tra timidezza e ansia sociale o timidezza e fobia sociale non sono semplici. Si tratta di un problema che va affrontato sia quando si manifesta come una timidezza cronica, che quando si manifesta come una fobia sociale o come un disturbo evitante di personalità.

La timidezza patologica appartiene di solito all’infanzia e all’adolescenza, mentre l’ansia sociale e il disturbo evitante appartengono all’adolescenza e alla giovane età adulta. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Come si manifesta l’ansia sociale?

L’ansia sociale può essere legata a specifiche situazioni (es. parlare in pubblico) o può essere generalizzata (riguardante la maggior parte delle situazioni sociali) (Clark, Wells, 1995); è un chiaro fenomeno di sofferenza, che si può manifestare nell’esistenza di un individuo sin dalla prima infanzia.

Sembra che i bambini con una maggiore reazione di paura al contatto con l’estraneo siano più inclini a sviluppare comportamenti timidi e che al contatto con gli altri divengano ombrosi, esitanti, poco coinvolti (Clarke e coll., 1984). Fin dalla nascita i futuri ansiosi sociali tendono a dare risposte avverse all’ambiente esterno, prima che si manifestino gli elementi di consapevolezza psicologica circa le difficoltà relazionali legate alla presenza dell’altro (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011).

Quali sono le origini dell’ansia sociale?

Le origini dell’ansia sociale sono molteplici:

– una tendenza costituzionale, che predispone all’esperienza di uno stato emotivo di timore o paura nel confronto con gli altri,

– un’autoconsapevolezza di una rappresentazione di sé negativa,

– uno stile familiare che favorisce la costruzione di un’immagine di sé negativa

– e di una rappresentazione dell’altro come giudicante o rifiutante.

Qual è l’incidenza dell’ansia sociale nella popolazione?

L’ansia sociale colpisce fra l’8 e il 12% della popolazione adulta. Alla timidezza non risolta si aggiungono convinzioni negative sulla propria incapacità di controllare l’agitazione davanti agli altri, previsioni negative sugli eventi da affrontare, idee di inadeguatezza personale unite al timore di essere oggetto di giudizi negativi da parte degli altri.

Le componenti cognitive, gli errori di ragionamento, le convinzioni patogene, le metacognizioni hanno un ruolo importante nel costituire i circoli viziosi di mantenimento dell’ansia e nel confermare le idee irrazionali.

I comportamenti protettivi come l’evitamento stabilizzano il disturbo e contribuiscono al mantenimento di rappresentazioni di sé inadeguate e inefficaci, favorendo l’emergere di altri disturbi emotivi, come la depressione o il ricorso a soluzioni di gestione disfunzionale dello stato di disagio come l’uso di alcol e/o di droghe.

L’ansia sociale in età adulta limita anche la progressione di carriera lavorativa.

Quali sono i modelli di intervento, le terapie per l’ansia sociale?

Per la fobia sociale sono stati sviluppati diversi modelli e diverse tecniche di intervento ( Clark, Beck, 2010), che condividono tutte l’assunzione che il nucleo centrale di questo problema sia la convinzione di essere socialmente inadeguati e conseguentemente di essere oggetto di giudizio negativo da parte di altri.

Queste persone cercano di mascherare con alcuni comportamenti (es. evitamento, ritiro sociale, uso di sostanze) la loro presunta inadeguatezza per evitare il rifiuto sociale. Ciò porta a temere le situazioni sociali e ad evitarle (Hoffmann, 2007).

I nuovi modelli di intervento si focalizzano non solo sugli aspetti intrapersonali, finalizzati ad implementare le abilità carenti, ma anche sugli aspetti interpersonali e sulla comprensione della relazione tra terapeuta e paziente. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Mirano all’alleanza terapeutica come collaborazione con il paziente (empirismo collaborativo), spiegano alla persona il suo funzionamento, il suo disturbo in generale, il ruolo dei vari elementi nel mantenimento del suo disagio, suoi i circoli viziosi.

Prendono in considerazione le convinzioni e i pensieri automatici negativi, per esaminare le prove che la persona porta a loro sostegno, per discuterle, relativizzarle, elaborarle in modo più realistico (decatastrofizzazione).

Lavorano sul concetto che la persona ha di sé (“Non son capace ad esprimermi”), cambiando la percezione e aumentando la sicurezza e l’autostima, per giungere ad un distanziamento critico dalle rappresentazioni minacciose, dai ricordi dolorosi, nei termini di una loro minore drammaticità (ciò implica un’attenuazione dell’iperinvestimento degli scopi personali, ovvero eliminare a qualunque costo il rischio di una brutta figura).

Altro aspetto interessante è che oggi non si enfatizzano solo gli aspetti autovalutativi e i meccanismi cognitivi e comportamentali che mantengono il disturbo (Clark, Wells, 1995, 1997), ma si enfatizza anche il ruolo giocato dalla metavergogna o vergogna della vergogna (“Tutti si stanno accorgendo che sono in difficoltà e che sto diventando rosso, insomma che mi sto vergognando!”) (Mancini e Orazi, 1999, 2004, 2006)

La metavergogna ha un duplice effetto, ossia rende più frequente, drammatica e paradossale la reazione emotiva aumentando la prevenzione o difesa che renderà ancora più frequente e intensa la reazione ( ogni segnale di vergogna si trasformerà in vergogna piena).

Secondo M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli (2011) la terapia dovrebbe essere articolata nelle seguenti fasi:

  1. Condivisione del modello cognitivista della fobia sociale e interventi psicoedaucativi;

  2. Intervento cognitivista sugli schemi interpersonali e sul decentramento cognitivo;

  3. Intervento comportamentale sulle abilità sociali;

  4. Intervento comportamentale sui comportamenti protettivi;

  5. Esposizioni in vivo;

  6. Fase di chiusura ed esercizi di mantenimento.

Si tratta di un modello che considera fondamentali affrontare i comportamenti protettivi (evitamenti) quando il paziente avrà acquisito altre abilità e avrà costruito con il terapeuta una relazione realmente cooperativa, rimandando le esposizioni sociali in vivo in un secondo momento. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Dott.ssa Loretta Bezzi, Studio di Psicoterapia Cognitiva Villa Verucchio, Rimini, Pesaro

Per info: www.drlorettabezzi.it ; mail lorettabezzi@libero.it; cell. 333-2956348

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Villa Verucchio, Pesaro