Depressione: nuove prospettive di trattamento

La depressione: nuove prospettive di trattamento con la terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

La depressione è una malattia mentale molto diffusa, tanto che ogni anno si ammalano di depressione 100 milioni di persone; il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate . Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita. La depressione secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è in continua crescita , soprattutto tra le persone giovani, adolescenti e giovani adulti. Provoca un notevole deterioramento nel funzionamento psicosociale, con compromissione di aree importanti della vita , ad esempio la persona non riesce più a lavorare o a studiare, ad intessere e mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse in alcuna attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali in famiglia, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo genitoriale e presenta uno stato di salute peggiore. Considerando la vasta diffusione dei disturbi depressivi, la natura invalidante degli stessi, l’alto tasso di prevalenza delle forme subcliniche (i sintomi non arrivano a soddisfare i criteri diagnostici, ma sono significativamente correlate alla probabilità di sviluppare nel futuro un episodio depressivo più grave), diventa estremamente importante riconoscere il prima possibile i sintomi depressivi e curarli efficacemente.

I disturbi depressivi sono tutti uguali?

I disturbi dell’umore non sono tutti uguali, ma si manifestano in varie forme e tipologie, distinguibili non solo per gravità o categorie diagnostiche ( disturbi unipolari, disturbi bipolari, ecc) , ma anche per i “costrutti” e gli “stili attribuzionali” di pensiero sottostanti. Questa distinzione ha portato ad una evoluzione nella psicoterapia della depressione.

Nel 1967 A. Beck con la sua psicoterapia cognitivo-comportamentale standard giunse ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico nella teoria, nella ricerca e nella terapia della depressione. Osservò la tendenza delle persone che si sentivano depresse ad esprimere giudizi negativi su di sé, l’ambiente e il loro futuro. Questa visione negativa di sé (sentirsi inadeguato e difettoso), del mondo (interpretare negativamente le interazioni con l’ambiente circostante) e del futuro (avere una visione negativa del futuro, pessimistica) venne da lui chiamata “triade cognitiva” e rappresentava il contenuto tematico cognitivo specifico e distintivo del disturbo depressivo. Poco dopo nel 1975 M. Seligman approfondì gli studi sui disturbi depressivi e arrivò alla formulazione della “teoria dell’impotenza appresa” per spiegare la depressione. Da questi studi sull’impotenza appresa (M. Seligman 1975; 1978) e sullo stile attribuzionale o esplicativo (B. Weiner, 1985, 1986; Ingram, Miranda e Segal, 1998; Power e Dalgleish, 1997) a spiegazione degli eventi fu individuata una particolare forma di depressione, distinta dalle altre non in base ai sintomi, ma alle cause che la determinavano: la “hopelessness depression”. Con la hopelessness depression (Abramson, Metalsky ed Alloy, 1989) la persona è convinta di non avere speranza, né di poterne avere in futuro, pensa che gli eventi siano assolutamente negativi e di non essere in grado di fare nulla per modificare la situazione; si aspetta che risultati (o eventi) molto desiderati non si verifichino e/o che risultati (o eventi) molto dannosi si verifichino e che nessuna risposta possa impedire questi accadimenti, per cui si sente disperata (il termine inglese hopelessness significa disperazione). Il primo sintomo della hopelessness depression è la tendenza a ritardare l’inizio delle risposte volontarie ad agire , conseguentemente l’umore è triste per l’aspettativa negativa riguardo al futuro, si avverte mancanza di energia, apatia, rallentamento psicomotorio come conseguenza della mancanza di motivazione ad agire. Si notano rimurginii, disturbi dell’addormentamento e difficoltà di concentrazione. Le persone non riescono a smettere di pensare all’evento negativo, alle conseguenze, non “staccano” dai pensieri intrusivi negativi e non si concentrano su altro. Sono i pensieri negativi esacerbati dall’umore che mantengono il circolo vizioso, per i cui i pensieri diventano sempre più negativi. In questa forma di depressione l’autostima è bassa e la persona ha la tendenza alla dipendenza (questi sintomi aggiuntivi non sono sempre presenti). La disistima è legata alla tendenza ad attribuire stabilmente a se stessi, utilizzando la generalizzazione, gli eventi negativi (es. “il fallimento è dovuto alla mia persona”) e ad attribuire agli altri, senza la possibilità di alcun controllo, gli episodi (o eventi) positivi. La percezione della persona è quella di non essere capace di far fronte alle situazioni, si valuta inferiore agli altri, per cui la tendenza è quella di sentirsi dipendente. Questa modalità di pensiero causa la vulnerabilità per la depressione, che favorisce l’inizio del disturbo in presenza di eventi negativi e le ricadute depressive.

Qual è il passaggio dalla terapia cognitivo-comportamentale standard di A. Beck alla terapia cognitivo-coportamentale di terza generazione nel trattamento della depressione?

La terapia cognitivo-comportametale in genere (anche quella “standard” di Beck ) modifica la modalità di pensare, lo stile cognitivo “depressogeno” ( es. “Se mi accade un evento negativo, poi me ne accadrà anche un altro, poi le cose andranno sempre peggio ed io non potrò farci nulla, perché sono impotente”), elimina la cronicità per la malattia e contribuisce a prevenire le ricadute evitandole. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle , ad affrontarle e ad evitarle, aumenta la qualità di vita, la capacità a procurarsi eventi positivi, primi fra tutti quelli sociali. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita partendo dalle attività quotidiane e viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che possano condurre alla depressione. Conoscendo la tipologia della depressione (nelle forme gravi l’approccio cognitivo viene integrato con quello farmacologico), lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione. La terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione si è sviluppata negli ultimi venti anni, sperimentando nuovi approcci che stanno influenzando in modo profondo il modello standard. E’ stata introdotta la mindfulness, un’antica tecnica meditativa di origine buddista che sta stimolando l’interesse degli studiosi e dei ricercatori di tutto il mondo per il suo evidente positivo impatto sulle funzioni cognitive ed emotive.(P. Spagnuolo, 2009) Tra i vari protocolli ricordiamo l’MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy), un modello sperimentato con successo per evitare le ricadute della depressione (si dà ampio spazio alla pratica della mindfulness) e l’ACT (Acceptance Commitment Therapy), una terapia basata sulla mindfulness e un modello di funzionamento del linguaggio che è stato studiato per due decenni da S. Hayes e colleghi. L’ACT utilizza un gran numero di tecniche esperienziali, utili per molti altri disturbi e problemi come i disturbi d’ansia. La mindfulness si può integrare alla terapia cognitivo-comportamentale perché rinforza gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale stessa e quest’ultima rinforza gli effetti della mindfulness. Questo circolo virtuoso è legato alla profonda sintonia tra i due modelli in quanto entrambi si basano sull’idea che i comportamenti adattivi e sani possano essere appresi, allo stesso modo in cui sono stati appresi dei comportamenti disadattavi. Entrambi gli approcci fanno leva sulla consapevolezza dell’attività mentale, sulla scelta non impulsiva dei comportamenti, ma esistono delle differenze significative tra i due strumenti che li rendono complementari: il modo di pensare i pensieri. Nella terapia cognitivo-comportmentale i pensieri vengono esplorati ed analizzati nei loro contenuti, mentre nella mindfulness vengono riconosciuti come tali e distinti dall’esperienza percettiva del momento presente. Alcuni studiosi hanno pensato ad un cambiamento paradigmatico della terapia cognitivo-comportamentale, a tal punto da far pensare ad una nuova generazione della terapia cognitivo-comportamentale stessa (P. Stagnuolo, 2009). In conclusione la terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione può essere ottimale nel trattamento delle forme più resistenti della depressione, quelle caratterizzate da ruminazione depressiva.

L’amore: fedeltà e tradimento

L’AMORE: FEDELTA’ E TRADIMENTO

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

 

L’amore genera tutte le cose “, scrive San Paolo. Secondo Franco Nanetti (2010), che riprende questa frase di San Paolo, senza l’esperienza dell’amore non potremmo penetrare nella profondità di noi stessi, tanto che lo stato delle relazioni con le persone che amiamo è l’unico e forse il più importante indicatore della nostra condizione interiore. L’incontro d’amore consente grandi trasformazioni interiori, mentre la sterilità affettiva rende ogni cosa evanescente e ci distanzia dalla passione della vita. La conoscenza di noi stessi passa attraverso l’incontro con l’altro e l’esperienza dell’amore autentico si può realizzare esclusivamente attraverso la conoscenza di se stessi. In sintesi è il riconoscimento di noi stessi che ci permette di accedere alla capacità di amare. Se le relazioni con le persone più importanti per noi vanno male, conseguentemente ci sentiamo male.

Cosa ci succede di fronte ad un tradimento in amore?

Il tradimento è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito, porta con sé un senso di morte che lacera la coppia, la quale sente un urgente bisogno di un radicale rinnovamento, pena il lento decadimento affettivo dell’unione e dei singoli individui. Non a caso, molte persone intraprendono una psicoterapia in seguito ad un tradimento, sia che l’abbiano subito (per loro è un trauma), sia che l’abbiano agito, perché di solito ne segue una crisi coniugale. (F. Fiore, 2011) Eppure persino Cristo è stato tradito dai suoi amici, Pietro prima e Giuda poi. Nella lingua latina “tradire” non aveva una connotazione negativa, significava “consegnare”, “svelare”, “insegnare”, “trasmettere ai posteri”. Il traditore era colui che compiva, prima del cristianesimo, un passaggio di informazioni importanti. Tutto l’Antico Testamento è disseminato di tradimenti: Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli, le promesse mancate dal faraone, l’adorazione del vitello d’oro alle spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, ecc. Nella cultura greca il tradimento era un evento molto frequente, ma vissuto con una certa leggerezza e spesso non giudicato come “peccato”, sembrava una cosa naturale, umana e possibile. La coppia regale Zeus ed Era, era senza dubbio quella più tormentata dal tradimento. Le numerose scappatelle del marito suscitavano le ire della consorte, ma senza mai mettere in discussione il rapporto. Zeus ed Era non hanno mai rinunciato l’uno all’altra, perché legati da un vincolo d’amore potente e indissolubile. (F. Fiore, 2011

Oggi, nella società odierna, il tradimento porta con sé un senso di perdita e di peccato che attanaglia la felicità delle coppie. Eppure il tradimento viene mantenuto, secondo Hillman (1990), da tre difese sbagliate:

1) la negazione di ogni possibile percezione positiva dell’altro;

2) il cinismo del tradito che mostra diffidenza , disprezzo verso l’altro e nel contempo collude con un nemico interno che gli impedisce definitivamente di vivere e di amare;

3) il potere paranoico del tradito, che controlla il traditore con la diffidenza e il ricatto, chiedendo prove di devozione e fedeltà, chiedendo la sua sottomissione.

Secondo Aldo Carotenuto (1991) il traditore e il tradito sono complici di quanto accade. Se il tradito non smette di aggredire e il traditore non smette di fornire rassicurazioni si arriva prima o poi al disfacimento della coppia. Chi tradisce è talora vittima di colui che è stato ingannato. Quest’ultimo (che subisce) inconsapevolmente è corresponsabile, perché scaricando tutti gli aspetti negativi del rapporto sulle spalle di chi ha perpetrato l’inganno, facendosi giustiziere spinge l’altro al tradimento. Il tradimento è un’azione disonesta, di mancanza di rispetto, la fedeltà è un valore da perseguire, ma non deve essere dettata dalla paura di perdere l’altro, quanto dalla scelta di essere onesto (F. Nanetti, 2010). Mai dire: “Non tradirmi, starei troppo male”. Questo distrugge il rapporto. L’amore rende possibile il tradimento e il suo superamento. Il perdono comporta un atto di grande generosità, che può essere compiuto soltanto se sussiste la consapevolezza che il fedifrago si adopera realmente per recuperare un rapporto di fiducia. Di fronte al tradimento ognuno dovrebbe cercare di riconoscere le proprie responsabilità, solo così l’esperienza del tradimento può diventare ciò che Antonio Mercurio (1979) chiama la divergenza per la convergenza, ovvero un’opportunità per recuperare un dialogo interrotto e ritrovare insieme la propria capacità di amare. Non sempre il tradimento può portare alla distruzione della coppia. (F. Nanetti, 2010). Tuttavia il tradimento non può essere neppure la soluzione delle difficoltà di coppia, un modo per ritrovare il proprio valore, per punire il partner o per reagire ad un eccesso di sollecitudine.

In conclusione si potrebbe dire , come dice Franco Nanetti (2010), che amare solo quando si è certi che non si sarà traditi significa essere estranei alla vita reale e che nulla può proteggerci dall’ambivalenza e dall’inganno. L’amore maturo accetta il mistero dell’altro, la sua libertà di sentire, di essere e scegliere, pur desiderando la fedeltà nella reciprocità.

La fedeltà è un punto di forza del rapporto che va salvaguardato.