Conflitti lavorativi in ambiente di lavoro

Conflitti lavorativi: gestire i conflitti interpersonali nell’ambiente di lavoro, trasformarli in conflitti costruttivi

a cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR ItaliaConflitti lavorativi

Conflitti lavorativiLa maggior parte di noi passa una considerevole parte della propria vita lavorando, in media 7-8 ore al giorno per 5-6 giorni alla settimana per 40-45 anni. Secondo le statistiche meno di un quarto delle persone che consideriamo “amici” sono persone con cui lavoriamo e almeno la metà di noi non ha amici sul posto di lavoro. I buoni rapporti di lavoro costituiscono una fonte di soddisfazione e sicurezza, specialmente se sono improntati sulla solidarietà reciproca sono associati ad un basso livello di ansia, depressione e malattia. Talvolta le relazioni nell’ambiente di lavoro sono fonte di grande disagio e di insoddisfazione, quando sono caratterizzate dalla presenza di conflitti. I contrasti nell’ambiente di lavoro non sono certo una rarità. Divergenze di opinione e discussioni animate sono aspetti inevitabili nella maggior parte degli ambienti lavorativi, ma se stimolano la ricerca di soluzioni creative i conflitti possono anche essere produttivi e non escludono alti livelli di realizzazione professionale. Solo quando le differenze e i contrasti, reali o immaginari, sono causa di grave disagio possono provocare stress e infelicità costanti. (R. Edelmann, 1996)

Qual è la nostra prima reazione quando subiamo comportamenti ingiusti (es. il dirigente che ci critica ingiustamente o che pretende risultati impossibili, il collega che abusa della sua autorità e che ci tiene all’oscuro di informazioni importanti, il cliente che ci fa perdere tempo.)?

La nostra prima reazione quando subiamo comportamenti di questo genere è a volte l’autocritica, come se ci sentissimo parzialmente responsabili dei fatti. Alcune critiche o molestie ci sorprendono in modo tale che non siamo in grado di reagire con la necessaria tempestività e ci fanno sentire inadeguati. Ci arrabbiamo sia con la persona che ha creato la situazione sia con noi stessi, perché non abbiamo saputo reagire adeguatamente.

Cosa è importante riconoscere in noi stessi quando ci troviamo di fronte ad un conflitto interpersonale nell’ambiente lavorativo?

E’ importante riconoscere che non siamo responsabili di tutto, se falliamo perché l’altra persona si rifiuta di collaborare dobbiamo essere consapevoli di aver fatto tutto il possibile, non va sminuita la fiducia in noi stessi attribuendoci le responsabilità del conflitto e l’incapacità di risolverlo. Inoltre se il conflitto non si risolve vanno prese misure alternative, come la possibilità di denuncia formale della situazione, il tentativo di trasferimento interno presso un altro ufficio, o, come scelta estrema, la ricerca di un nuovo lavoro. Possiamo anche analizzare il conflitto, per capire se questo è determinato dalla natura stessa dell’impiego (troppo lavoro o troppo poco), dal ruolo (livello di responsabilità), dall’organizzazione (mancanza di consultazione fra colleghi), dalla carriera (frustrazione delle proprie ambizioni), dal rapporto con i superiori, i subordinati, i colleghi, i clienti, ecc.

Quali sono gli effetti negativi dei conflitti?

I conflitti distruttivi provocano pesanti effetti negativi come l’alterazione del benessere psicofisico, la perdita di sicurezza e il calo dell’autostima. Si manifestano si a livello personale con lo stress, i sintomi psicologici (incapacità di concentrasi, di pensare lucidamente, di rilassarsi, ecc.), fisici ( emicrania, insonnia, difficoltà digestive, ulcere, ipertensione) e comportamentali (abbandono o evitamento dei rapporti che si sono rivelati conflittuali, abuso di alcolici, sigarette, tranquillanti nel tentativo di sciogliere la tensione) (Fontana, 1989), sia a livello aziendale e in questo caso tutta l’organizzazione risente della presenza di conflitti

Un conflitto può evolvere in senso positivo, trasformarsi in qualcosa di costruttivo?

I conflitti nel lavoro se affrontati in modo appropriato possono avere degli effetti positivi, come:

rafforzare un rapporto, riconoscendo il fatto di avere dei punti di vista diversi,e, che è possibile mediare;

aumentare la fiducia, perché risolvendo il conflitto le persone si fidano maggiormente l’una dell’altra, diventano consapevoli che le loro diverse posizioni non si escludono a vicenda;

aumentare l’autostima, perché l’esito positivo di un conflitto produce un aumento dell’autostima;

stimolare la creatività e la produttività, perché il conflitto se gestito in modo appropriato produce creatività e produttività attraverso la discussione fra le persone che hanno opinioni e interessi diversi;

essere fonte di soddisfazione, perché l’uomo ha sempre bisogno di stimoli e il conflitto in determinate circostanze stimola interesse e curiosità permettendo di utilizzare appieno le capacità individuali (Deutsch, 1971).

Naturalmente gli effetti positivi si manifesteranno solo se il conflitto è limitato e controllabile e ciò dipende dalla natura dei nostri rapporti di lavoro e dal valore che attribuiamo al conflitto. (R. Edelmann, 1996). Inoltre gioca un ruolo considerevole il riconoscimento del nostro potere personale, basti pensare alle barriere che ostacolano il nostro potere personale, che sono costituite da aspettative assurde che nutriamo verso noi stessi ( es. “devo piacere a tutti”, “devo sempre risultare simpatico”, “non devo mai dare l’impressione di essere vulnerabile”, “non devo mai rivelare le mie emozioni”, “non devo mai fare errori né riconoscere di averne fatti”, “non riuscirò mai ad affrontare rifiuti e critiche”). Tuttavia, se lo vogliamo, è possibile imparare ad usare il nostro potere personale con un lavoro psicologico su noi stessi.

Conflitti lavorativi.

Sessodipendenza o sexual addiction

Sessodipendenza o sexual addiction: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di sexual addiction, ovvero sessodipendenza.

Cos’è la sessodipendenza?

La sessodipendenza colpisce dal 3% al 6% della popolazione, con una netta prevalenza maschile (l’80% dei casi). Il termine sessodipendenza è entrato solo di recente nella letteratura psichiatrica, il fenomeno è noto da tempo sotto i più vari nomi (ipersessualità, ninfomania, sessuomania, ecc.). La sessodipendenza è difficile da separare da criteri etici e di costume, ma recentemente è stato proposto di accogliere la sessodipendenza come categoria nosografica nel DSM, il manuale diagnostico dell’ American Psychiatric Association. Quello che veniva un tempo definito un “dongiovanni”, uno “sciupafemmine” o più volgarmente un “puttaniere”, può diventare in quest’ottica un caso psichiatrico, suscettibile di terapie. La diagnosi di sessodipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e mediatico.( Jean – Francois Dortier, 2012). Abbiamo casi famosi nella politica e nello spettacolo, letterati, divi del cinema, ecc. Le sessodipendenze, ovvero le dipendenze sessuali raggruppano comportamenti sessuali compulsivi, l’ipersessualità e le turbe caratterizzate da un disordine del controllo degli impulsi. In questa classificazione si ritrovano sintomi comportamentali (rapporti sessuali frequenti, masturbazione compulsiva, instabilità relazionale, ecc.) e sintomi emozionali (senso di colpa nei confronti del partner, impotenza, vergogna, ecc.). (Croce e Nanni, 2004) Secondo E. Coleman (1990), i soggetti affetti da dipendenza sessuale presentano almeno due delle seguenti note comportamentali:

  1. “abbordaggio compulsivo”, finalizzato alla gestione di stress ed ansia,

  2. autoerotismo compulsivo,

  3. fissazione compulsiva (iperidealizzazione di un partner inaccessibile verso il quale non sono rari episodi di gelosia delirante e di aggressività),

  4. rapporti compulsivi amorosi multipli, con insoddisfazione delle relazioni amorose concrete e ricerca perpetua dell’amore ideale,

  5. sessualità compulsiva (numerosi rapporti sessuali, vissuti in maniera insoddisfacente, bisogno inesauribile di atti sessuali, di espressioni amorose e di attenzioni).

Si parla di dipendenza per l’aspetto invasivo che la sessualità assume nella vita dell’individuo. Quanto alle conseguenze negative, queste riguardano sia il soggetto che le persone che gli stanno intorno. E’ chiaro che la sessualità è una pulsione fondamentale per tutti gli esseri umani e c’è un’ampia variabilità individuale. L’attrazione verso il sesso è distribuita secondo un continum che va dalla normalità alla patologia. Gli individui che hanno una vera e propria ossessione, una dipendenza dal sesso, si distinguono dal resto della popolazione perché si collocano verso l’estremo dell’ipersessualità. Gli uomini verso questo estremo sono di gran lunga più rappresentati delle donne.

Cosa caratterizza la dipendenza da sesso da una normale sessualità?

Il criterio della sofferenza, del bisogno imperioso, della “sete divorante” rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Matysiak, che è uno specialista delle dipendenze, si può parlare di sessodipendenza quando la vita dell’individuo è imperniata sul sesso a spese di tutto il resto. Ciò che contraddistingue la sessodipendenza è soprattutto il carattere ossessivo ed imperioso dell’attività sessuale. Il soggetto si sente come “posseduto” e non riesce a contrastare il suo comportamento. Tuttavia affinché si possa parlare di dipendenza deve essere presente l’aspetto doloroso, la sofferenza, il bisogno incoercibile da cui il soggetto non riesce a liberarsi.

In quali modi questi soggetti soddisfano la propria pulsione?

I modi per soddisfare la propria pulsione debordante sono vari: dalla pornografia alla masturbazione, dalla continua richiesta al partner di rapporti sessuali alla frequentazione assidua di prostitute, dai rapporti compulsivi amorosi multipli gestiti in rapporti paralleli (con più amanti e/o una moglie) all’abbordaggio compulsivo. Non necessariamente si tratta di seduttori sempre in cerca di nuove conquiste: sotto il profilo psicologico il “dongiovannismo” indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi soggetti dalla sessualità dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie, ovvero essere considerati dei “grandi amatori” o dei casi psichiatrici bisognosi di aiuto. ( Jean – Francois Dortier, 2012)

La sessodipendenza è causata da fattori ormonali , neurobiologici o è una costruzione sociale?

Le due alternative non necessariamente si escludono a vicenda, spesso coesistono.

Quali sono le terapie attualmente in atto?

Fra i trattamenti indicati alcuni consigliano gli antidepressivi, mentre i gruppi di sostegno come i Sex Addictis Anonymous (SAA), fondati sul modello degli alcolisti anonimi, predicano l’astinenza. Con la psicoterapia il soggetto può apprendere a regolare l’impulsività che conduce alla sessodipendenza , ad introdurre “processi di pensiero” prima di compiere un atto sessuale . Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. La sessualità viene regolata e condotta verso una “sana sessualità” (l’astinenza è un principio estremo, che è valido per le dipendenze da sostanze, ovvero le droghe legali ed illegali). In sintesi è fondamentale, attraverso la psicoterapia, reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei sistemi di memoria del sessodipendente (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale), che portano al suo comportamento impulsivo.