Comunicazione umana

Comunicazione umana e competenza relazionale

Per comunicazione umana intendiamo quello scambio di messaggi espliciti ed impliciti che avvengono tra due o più persone su molteplici canali comunicativi: verbale-fonatorio, visivo-grafico e mimico-gestuale . Tali canali sono impegnati sincronicamente e diacronicamente nella produzione globale dell’enunciato. La comunicazione non è quindi solo una semplice trasmissione dell’informazione (modello di Shannon e Weaver, anni cinquanta), ma risulta diretta a molteplici scopi e si interdefinisce sulla base di una certa varietà di funzioni (Nanetti, 1994). Nelle relazioni umane il processo comunicativo non si esplica esclusivamente per informare l’altro di qualche cosa (funzione referenziale), ma anche per convincere l’altro a fare qualcosa (funzione conativa o di controllo), ovvero per manipolarlo in relazione ai propri desideri e alle proprie intenzioni. Tuttavia l’atto comunicativo non sempre coincide con l’intenzionalità di manipolare l’altro: il locutore attraverso la funzione conativa cerca di appellare l’altro a fare qualcosa, senza avere l’intento consapevole di manipolarlo.

La comunicazione umana avviene consapevolmente o inconsapevolmente?

Certi messaggi verbali o non verbali sono prodotti dall’emittente consapevolmente in alcuni casi, inconsapevolmente in altri, al fine di raggiungere determinati obiettivi. Spesso il ricevente li qualifica in modo del tutto diverso da come l’emittente intendeva qualificarli, dal momento che la comunicazione umana ingloba diverse dimensioni (referezialità, fattività, manipolazione, persuasione), che possono essere coscienti o incoscienti . Se vogliamo migliorare la qualità della comunicazione interpersonale dobbiamo apprestarci a svelare tutti gli impliciti comunicativi sottesi alla comunicazione manifesta: quando l’informazione implica la trasmissione di dati sicuri ed inconfutabili è trasparente ed omogenea, quando invece nella comunicazione sono presenti molteplici messaggi impliciti di carattere pragmatico-relazionale essa diventa ambigua nelle procedure e negli scambi ed esige continui chiarimenti . (Nanetti 2010)Comunicazione Umana

C’è la comunicazione umana?

La comunicazione umana è un evento intersoggettivo che si realizza anche quando non vi è scopo precostituito, ossia quando non vi è consapevolezza dell’intento di comunicare. (Nanetti, 2010) Il senso del discorso non è mai “trasparente” e in qualche modo ogni volta dev’essere interpretato e re-interpretato; la metacomunicazione (la comunicazione sulla comunicazione) non si occupa solo di che cosa viene detto, ma anche di come questo qualcosa viene veicolato , nonchè degli effetti di questo “dire” sul destinatario. Nella comunicazione umana traviamo notizie _ovvero messaggi di contenuto _ e comandi _ ovvero messaggi di relazione (G. Bateson, 1973). Inoltre quando comunichiamo non ci limitiamo mai a dire qualcosa di esterno alla relazione, ma tendiamo a definire costantemente la relazione ed implicitamente anche noi stessi, perché i messaggi di relazione classificano quelli di contenuto, anche se i primi non sempre sono facilmente riconoscibili dal ricevente (P. Watzlawick, 1971).

La competenza relazionale si può formare, apprendere?

La competenza relazionale si apprende sia per un cambiamento deliberato del nostro agire, sia per un atto di “comprensione” degli effetti che produce il nostro mondo interno sul nostro abituale modo di rapportarci agli altri. Le nostre intenzioni, emozioni, rappresentazioni che abbiamo di noi stessi influenzano la nostra comunicazione. Certi tratti della personalità possono facilitarla o ostacolala. Ne deriva che non possiamo accedere ad un’autentica competenza relazionale se non diventiamo consapevoli di ciò che siamo. (Nanetti, 2010)

Come si attua la formazione alla competenza relazionale?

La formazione è cambiamento, trasformazione, ristrutturazione di conoscenze ed esperienze, il sapere non è riprodotto ma ricostruito. La formazione alla competenza relazione non può quindi che attuarsi attraverso due forme di monitoraggio: uno centrato sulla comunicazione interpersonale ed uno centrato sulla comunicazione intrapsichica. Il monitoraggio sulla comunicazione interpersonale richiede conoscenza e cambiamento dei comportamenti comunicativi verbali e non verbali tra emittente e ricevente; vengono interpretati i significati, le congruenze e le incongruenze, le ridondanze e le paradossalità, le rilevanze pragmatiche sia positive che negative, si rendono visibili i diversi feedback tra i parlanti. Il monitoraggio sulla comunicazione intrapsichica riguarda la conoscenza e il cambiamento di intenzioni, sentimenti, idee, rappresentazioni, valori che direttamente o indirettamente influenzano il processo comunicativo. Chi è iperdifeso non può dialogare autenticamente, perché manca di fiducia in se stesso e teme costantemente di essere assalito dalla superiorità dell’altro. Per comunicare in modo efficace occorre essere consapevoli delle nostre rappresentazioni interne, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo , non è solo una questione di tecnica (questa deve integrarsi con il nostro modo più autentico di relazionarci). Il monitoraggio alla comunicazione intrapsichica ci rende consapevoli dei nostri abituali modi di pensare e di sentire, ci fa apprendere nuovi stati emozionali idonei a facilitare il processo comunicativo. (Nanetti, 2010)

Deficit di attenzione e iperattività

IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO

L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori:

  1. ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),

  2. irrequietezza motoria al momento del risveglio,

  3. irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),

  4. apprendimento incostante e disattenzione a scuola,

  5. scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,

  6. scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,

  7. reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo),

  8. debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata),

  9. difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative),

  10. difficoltà a portare a termine ogni attività,

  11. difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) è una patologia corrispondente ad una disfunzione cronica dell’attenzione e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una predisposizione genetica, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: inattenzione, impulsività e instabilità motoria. Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino.

Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali.

Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i strong>farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito “multimodale”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).

Introduzione su: i disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi sono caratterizzati dalla sconnessione delle funzioni solitamente integrate della coscienza, memoria, identità o della percezione dell’ambiente. Vengono inclusi fra i disturbi dissociativi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Amnesia Dissociativa, che è caratterizzata dall’incapacità di rievocare importanti notizie personali, usualmente di origine traumatica e stressogena (è molto estesa e non può essere spiegata come una normale tendenza a dimenticare).
  • Fuga Dissociativa, che è caratterizzata dall’allontanamento improvviso e inaspettato da casa o dall’abituale posto di lavoro, accompagnato dall’incapacità di ricordare il proprio passato e da confusione circa la propria identità personale, oppure dall’ assunzione di una nuova identità.
  • Disturbo Dissociativo dell’Identità (precedentemente Disturbo da Personalità Multipla) , che è caratterizzato dalla presenza di due o più identità o stati di personalità, che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da una incapacità di ricordare importanti notizie personali ( è troppo estesa per essere spiegata con una normale tendenza a dimenticare).
  • Disturbo di Depersonalizzazione, che  è caratterizzato dal sentimento persistente o ricorrente di essere staccato dal proprio corpo o dai propri processi mentali, mentre rimane intatto il test di realtà.
  • Disturbo Dissociativo Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per registrare i disturbi in cui la manifestazione principale è un sintomo dissociativo, ma che non soddisfano i criteri per nessun Disturbo Dissociativo Specificato.

Introduzione su: i disturbi somatoformi

I disturbi somatoformi sono caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici, che fanno pensare ad una condizione medica generale, ma che non sono invece giustificati da una condizione medica generale, dagli effetti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I sintomi non sono intenzionali (come nei disturbi fittizi) e causano disagio significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree. Vengono inclusi fra i Disturbi Somatoformi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Disturbo di Somatizzazione (storicamente collegato all’Isteria o Sindrome di Briquet), che è un disturbo polisintomatico che comincia prima dei 30 anni (dura per più anni), caratterizzato dall’ associazione di dolore e sintomi gastro-intestinali, sessuali e pseudo-neurologici.
  • Disturbo Somatoforme Indifferenziato, che è caratterizzato da lamentele fisiche non giustificate (dura almeno 6 mesi), ma non raggiunge la soglia per la diagnosi di un Disturbo di Somatizzazione.
  • Disturbo di Conversione, che comporta sintomi ingiustificati di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie e sensitive, i quali potrebbero suggerire una condizione neurologica o medica generale (i fattori psicologici appaiono collegati con i sintomi o i deficit).
  • Disturbo Algico, che è caratterizzato dal dolore come punto focale principale dell’alterazione clinica. Inoltre vi è motivo di ritenere che qualche fattore psicologico abbia un importante ruolo nell’esordio, gravità, esacerbazione o mantenimento.
  • Ipocondria, che è la preoccupazione legata al timore o alla convinzione di avere una grave malattia, basata sull’ erronea interpretazione di sintomi o funzioni corporee.
  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo, che è la preoccupazione riguardante un difetto presunto o sopravvalutato dell’aspetto fisico.
  • Disturbo Somatoforme Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per inquadrare quei disturbi i cui sintomi somatoformi  non incontrano i criteri per nessuno dei Disturbi Somatoformi.

Fine: Introduzione su: i disturbi somatoformi.

Ipocondria: ansia per la salute

L’ ipocondria negli ultimi anni si è diffusa negli ambienti clinici (fra gli psicologi, gli psicoterapeuti, i medici , gli psichiatri, ecc) con l’espressione di ansia per la salute (health anxiety) e si prevede che la prossima edizione del manuale diagnostico-statistico, in fase di definizione ( il nuovo DSM – V , che uscirà nel 2012), adotti il termine più accettabile di high health anxiety, che sottolinea le analogie emerse negli ultimi anni fra l’ipocondria e i disturbi d’ansia (Bunmi, Deacon e Abramowitz, 2009), piuttosto che con i disturbi somatoformi, tra i quali l’ipocondria è attualmente inserita.

Chi soffre di un disturbo d’ansia per la salute è spesso veramente disperato, teme di essere affetto o di poter morire di qualche terribile malattia . Lo stesso termine “ipocondria” viene rifiutato da chi ne soffre, perché in realtà si sente veramente male. L’ipotesi cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia per la salute presuppone che il meccanismo centrale dell’ansia sia una tendenza relativamente stabile a interpretare erroneamente i sintomi del corpo, le variazioni fisiche e altre informazioni ritenute rilevanti per la salute come prove dell’esistenza di una malattia (Salkovskis, 1989, 1996; Salkovskis e Clark, 1993; Salkovskis Warwick, 1986, 1990). L’impatto di queste interpretazioni erronee varia a seconda del grado di minaccia percepita, che è determinato dall’interazione di quattro fattori:

1) la probabilità che si manifesti la malattia temuta,

2) la percezione di quanto spaventose sono le conseguenze ( il dolore, la sofferenza di essere malati, la perdita di ruolo, i problemi causati alle persone care),

3) la percezione di quanto è in grado di prevenire peggioramenti della malattia e di quanto sente di poter influire sul suo decorso (la disponibilità di mezzi efficaci per far fronte alla minaccia percepita e di fattori esterni in grado di aiutare),

4) la possibilità di ricorrere ad un aiuto medico efficace (a volte percepiscono i “fattori di salvezza” come valori negativi, ritenendo ad esempio che le terapie per i tumori comportino conseguenze peggiori per il tumore stesso).

Cosa fa la persona che soffre di un disturbo d’ansia per la salute?

La persona rimane costantemente attenta ad ogni piccolo cambiamento somatico, monitorizza il suo corpo alla ricerca della presenza di eventuali segni di malattia, ha la ferma convinzione c he i medici contattati non siano stati in grado di capire la vera natura del suo problema e quindi di fornire una soluzione adeguata; riferisce spesso numerosi malesseri quali mal di testa o mal di stomaco o dolori alla schiena, ma è soprattutto la costante preoccupazione di avere la malattia che causa il disagio maggiore. La preoccupazione è legata allapaura di avere la malattia, non è la preoccupazione per la malattia. Per tale motivo la persona non riesce mai a trovare una risposta adeguata al suo malessere, perché non viene mai affrontato il suo vero problema: la ferma convinzione di avere una malattia, l’elemento cardine di un’ immagine si sé e della vita fortemente invalidante.

L’ansia per la salute o ipocondria solitamente si accompagna ai disturbi dell’umore ( depressione maggiore, distimia) e dell’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico e disturbo ossessivo-compulsivo); inoltre rispetto alla popolazione generale queste persone hanno una probabilità tre volte superiore di avere un disturbo di personalità ( di tipo ossessivo-compulsivo o evitante) e di abusare di sostanze, in particolare benzodiazepine (Barsky, Wyshak e Klerman, 1992; Sakai et al., 2010)

Come avviene il trattamento psicoterapico?

L’approccio di trattamento dell’ansia connessa allo stato di salute è molto simile a quello dell’attacco di panico, per il quale l’approccio cognitivo-comportamentale è il più efficace in base alle evidenze scientifiche. Spesso in passato in questi pazienti si sono verificati anche degli attacchi di panico e inizialmente un trattamento che fronteggia ilcircolo vizioso del panico è molto utile per introdurre la spiegazione cognitiva (modello cognitivo), che serve ad affrontare e fronteggiare il problema connesso all’ansia per la salute. Un trattamento ben riuscito degli attacchi di panico può rivelarsi un efficace mezzo di introduzione alla spiegazione cognitiva delcircolo vizioso dell’ansia connessa alla salute”, che aiuta a risolvere il problema ipocondriaco e ad eliminare la credenza dell’erronea interpretazione catastrofica dei sintomi”, che influisce in modo significativo sui significati pertinenti l’autostima e l’identità personale (queste persone hanno scarsa autostima e un’immagine di sé fragile, vulnerabile). Si interviene sul rimurginio dell’ansia connesso alla salute , si introduce e si aiuta la persona a darsi spiegazioni alternative, a spostare il focus della sua attenzione dal corpo (attenzione selettiva), si agisce sulle credenze centrali (timore sproporzionato di danno, tendenza alla previsione catastrofica, timore dell’incertezza, timori legati alla valutazione di sé e bisogno di controllo), che contribuiscono a mantenere il disturbo (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006), si effettuano interventi cognitivi basati sulla mindfulness (Lovas e Barsky, 2010), si utilizzano tecniche come l’esposizione e la prevenzione della risposta ( Visser e Bouman, 2001), si fanno elicitare pensieri e relativi significati per modificare errori di pensiero, convinzioni e credenze attraverso l’uso di tecniche cognitivo-comportamentali (Wells, 1999). 

Gli attacchi di panico e l’agorafobia

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

Vi è una relazione temporale tra la comparsa degli attacchi di panico e l’insorgenza dell’agorafobia (DSM-IV-R). Tuttavia gli attacchi di panico non si accompagnano sempre all’agorafobia, ma possono presentarsi anche da soli.

Cos’è un attacco di panico?

Si può definire “attacco di panico” un periodo preciso di intensa paura o disagio, che si sviluppa improvvisamente e raggiunge il suo picco nel giro di 10 minuti. E’ accompagnato da almeno 4 dei seguenti sintomi: dispnea, vertigini, palpitazioni, tremori, sudorazione, sensazione di asfissia, nausea, dolori addominali, depersonalizzazione, torpore, formicolio, vampate di calore, brividi, dolore al petto, paura di morire, paura di impazzire o di perdere il controllo (DSM IV – R). Dopo i primi attacchi di panico (la persona deve aver avuto almeno due attacchi di panico inaspettati, seguiti da almeno un mese di preoccupazione dovuta alla paura di averne un altro) la “paura di stare male” è tale che anche la presenza di un solo sintomo (es. vertigine, tachicardia, ecc.) può innescare la “paura della paura” che porta all’attacco di panico. Le due paure principali del disturbo da attacchi di panico sono la “paura di morire” (di un attacco di cuore) e la “paura di impazzire”.

Cos’è l’ agorafobica?

L’agorafobia è l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali può essere difficile ottenere un aiuto nel caso di un attacco di panico inatteso o situazionale (es. trovarsi fuori casa da soli, viaggiare da soli, trovarsi in galleria o in autostrada, fermi ad un semaforo o nel traffico cittadino, sui ponti, negli spazi aperti, in fila al supermercato, in banca, ecc.). L’agorafobia senza attacchi di panico si incontra raramente, di solito sussistono sempre delle crisi d’ansia, che però non raggiungono l’intensità prevista per fare una diagnosi di disturbo da attacchi di panico (DSM-IV-R). Altre volte si tratta di fobie specifiche (es. claustrofobia, Friend e Andrews, 1990). L’agorafobia è un disturbo d’ansia fobico, che rientra nel gruppo delle fobie, spesso correlate e sovrapposte, che includono la paura di uscire da casa, la paura della folla, dei posti pubblici, di entrare nei negozi o di viaggiare soli in treno, in autobus, in aereo, ecc. La caratteristica comune è la mancanza di una via di fuga immediatamente disponibile.

Quando, perché e come si verifica un attacco di panico?

Secondo il modello cognitivo del Disturbo di Panico gli attacchi di panico si verificano quando alcune sensazioni corporee vengono percepite come molto più pericolose di quanto non lo siano in realtà e di conseguenza vengono interpretate come segnali di un’imminente ed improvvisa catastrofe (Clark, 1986). Per esempio la persona interpreta erroneamente qualche palpitazione come il segnale di un infarto imminente, oppure una sensazione di nervosismo come il sintomo iniziale della perdita di controllo o della pazzia. Il circolo vizioso che culmina in un attacco di panico si sviluppa quando uno stimolo percepito come minaccioso crea uno stato di forte preoccupazione. Quando poi il soggetto interpreta in modo catastrofico le sensazioni somatiche che lo accompagnano, sperimenterà un ulteriore incremento della preoccupazione, si acuiranno le sensazioni somatiche fino all’esplosione vera e propria dell’attacco di panico. Per disinnescare il “circolo vizioso” che porta all’attacco di panico il modello cognitivo-comportamentale è quello più accreditato in base alle evidenze scientifiche e si dovrebbe porre come il trattamento di scelta nel disturbo di panico, perché è un trattamento di provata efficacia sperimentale (Williams J., Lyddon, John V. Jones, 2002). Sembra che l’efficacia sia equivalente e talora superiore a quella della farmacoterapia (Clum, 1989; Michelson e Marchione, 1991), senza considerare che l’uso del farmaco induce sempre a pensare che ogni risultato, miglioramento sintomatico sia da attribuire al farmaco e non a se stessi. Molte ricerche controllate hanno dimostrato che quasi tutti i pazienti sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale migliorano e ben il 90% non ha più sintomi alla fine di una terapia breve (Williams J., Lyddon John V. Jones, 2002).

La terapia cognitivo-comportamentale degli attacchi di panico con agorafobia prevede due obiettivi:

1) bloccare gli attacchi di panico e la loro interferenza con la vita dell’individuo,

2) ridurre gli evitamenti agorafobici, l’ansia anticipatoria, l’ansia scatenata dall’esposizione, riducendo la vulnerabilità stessa al disturbo.

Infatti una volta che l’attacco di panico si è presentato intervengono tre fattori di mantenimento, che perpetuano il disturbo stesso:

1) l’attenzione selettiva sulle sensazioni corporee,

2) i comportamenti protettivi associati alla situazione,

3) e l’evitamento.

In pratica in terapia vengono fornite delle strategie comportamentali, affinché la persona possa sostituire i comportamenti protettivi in situazione, diminuire l’ansia e cambiare le cognizioni associate alle paure di morire, di impazzire o di perdere il controllo. Solitamente un protocollo di terapia breve cognitivo-comportamentale per gli attacchi di panico, se non sono presenti altri disturbi, prevede circa 16-20 sedute.

Introduzione su: l’insonnia primaria

L’alterazione prevalente è la difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno, o il sonno non ristoratore, per almeno 1 mese. Ciò causa disagio clinicamente significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree importanti. L’alterazione del sonno non si verifica esclusivamente durante il decorso di Narcolessia, Disturbo del Sonno Correlato alla Respirazione, Disturbo del Ritmo Circadiano del Sonno o di una Parasonnia;  non si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale (per es., Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo d’Ansia Generalizzato, un delirium) e l’alterazione non è dovuta agli effetti fisiopatologici diretti di una sostanza (per es., una sostanza di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale.

I soggetti riferiscono una combinazione di difficoltà di addormentarsi e di risvegli intermittenti durante il sonno. L’insonnia primaria è spesso associata ad aumentata reattività fisiologica o psicologica notturna, in combinazione con condizionamenti negativi per il sonno. Una notevole preoccupazione riguardo il sonno  e lo stress dovuto all’ incapacità di dormire possono contribuire allo sviluppo di un circolo vizioso. L’insonnia cronica può portare ad una diminuzione del senso di benessere durante il giorno. Molti individui affetti da insonnia primaria hanno una storia di sonno leggero o facilmente disturbato, precedenti a problemi di sonno; possono presentare sintomi di ansietà o depressione, che non soddisfano i criteri per uno specifico disturbo mentale e a volte usano le medicine in modo inappropriato.

La polisonnografia può dimostrare scarsa continuità del sonno. I soggetti possono apparire affaticati o afflitti, ma non dimostrano anomalie caratteristiche all’esame fisico; molti affermano che questi disturbi aumentano con l’età.  La maggior parte delle persone ha un esordio quasi improvviso in occasione di uno stress psicologico, sociale o medico e spesso l’insonnia persiste a lungo dopo la risoluzione di fattori causali originari. Il disturbo deve essere distinto dai disturbi mentali che includono l’insonnia come una manifestazione mentale o associata e non deve essere fattala diagnosi di insonnia se l’insonnia si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale.

Conflitti interpersonali

Conflitti interpersonali – Gestire i conflitti nella vita quotidiana: un’arte che si può apprendere

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Conflitti interpersonali

Il conflittoè un’esperienza comune, quotidiana nella vita dell’individuo. Non ha una natura né imprescindibilmente maligna né benigna, perché può diventare un’occasione, un’opportunità che può essere usata bene o male. Allontanare il conflitto impedisce ogni sua forma di elaborazione positiva e gli attribuisce un significato di distruzione. In qualunque sistema complesso molteplici fattori, aspettative, motivazioni ed interessi possono determinare situazioni di incomprensione, di disaccordo , di lite , perchè le possibilità di conflitto sono numerose e coinvolgono le persone a diversi livelli.

Conflitti interpersonaliCos’è il conflitto?

Secondo Kurt Lewin il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione. In sostanza il conflitto è una situazione sociale in cui due persone si oppongono in maniera evidente (es. l’antagonismo o l’atteggiamento di resistenza nei confronti dell’altro); rappresenta una crisi nel rapporto tra i due e per uscire è necessario uno sforzo di reciproco attivo adattamento.

Quali sono le tipologie di conflitti?

I conflitti possono essere di tre differenti tipi:

1) conflitti intrapsichici, ogni volta che dobbiamo effettuare delle scelte fra bisogni, desideri e doveri,

2) conflitti interpersonali, quando due persone sono in disaccordo perché hanno esigenze ed obiettivi differenti e per questo litigano,

3) conflitti intergruppo, nei casi di dispute tra gruppi e nazioni diverse.

Con quali strumenti si risolvono i conflitti?

Poiché viviamo in un contesto più portato allo scontro che al dialogo, più teso a vincere sull’avversario che a risolvere un problema, un’opera di mediazione che aiuti le parti a guardare più lontano di una vittoria immediata è necessario. La mediazione salvaguarda il potere creativo del conflitto senza negare le differenze , è fondata sul riconoscimento reciproco – recognition_ delle parti, che vengono aiutate non solo a risolvere nell’immediato il problema, ma anche a motivare attraverso un processo di arricchimento interiore verso la possibilità di guardare ai problemi futuri (Bush e Folger, 1994). Se un conflitto viene sopito senza essere compreso niente può garantirci che un altro conflitto possa nascere dopo poco (Castelli, 1996)

Come si gestiscono i conflitti?

E’ necessario riconoscere i contrasti senza rimuoverli, facendoli emergere quando sono latenti e costituiscono un problema reale per almeno una delle parti. Occorre apprendere una differente modalità per vivere i rapporti senza essere investiti dall’ansia di non mantenere rapporti stabili, regolari, ordinati con gli altri. Va sviluppata la capacità di stare dentro un conflitto in modo non distruttivo. Il conflitto per diventare costruttivo e motivo di scambio-confronto per individuarsi non deve essere evitato, ma gestito e trasformato in risorsa. Avviene un cambiamento di prospettiva che, prendendo le distanze da una concezione lineare basta su un modello causa-effetto, in cui si individuano un persecutore e una vittima, permette di giungere ad una visione di tipo circolare delle dinamiche relazionali che originano le situazioni conflittuali .Gran parte dei conflitti nascono proprio perche si è voluto evitare il contrasto e la differenza tra contrasto e conflitto non è sul piano quantitativo ma su quello qualitativo: il contrasto riguarda i contenuti, mentre il conflitto si sviluppa sul piano della relazione. Il contrasto non va considerato il male minore, ma una situazione sostanzialmente positiva, tenendo conto del fatto che il rischio che un contrasto possa degenerare in conflitto è meno presente di quanto si possa supporre. Alcuni autori vedono anche nel conflitto dei vantaggi, ad esempio la definizione di regole o l’adattamento all’ambiente (Coser, 1956). Il conflitto è ineliminabile nella vita quotidiana, possiamo solo spostarlo dai sistemi nei quali può creare maggiori danni a quelli in cui può rappresentare uno stimolo per creare coesione o produrre un cambiamento verso uno stadio di maggiore benessere.

Cosa potremmo modificare in noi stessi per affrontare meglio i conflitti?

E’ necessario imparare ad usare il nostro potere personale, che significa difendere i propri diritti senza violare quelli degli altri. Per farlo bisogna imparare ad esprimere idee, emozioni, opinioni, esigenze e necessità in modo appropriato, diretto ed onesto, ma soprattutto occorre essere ben consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni. (R. J. Edelmann, 1996) Per questo è necessario, in sintesi:

  • pensare realisticamente, rendersi conto dei propri schemi mentali che possono costituire delle barriere all’azione;

  • essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni, riflettere a lungo prima di rispondere e cercare di essere sinceri;

  • comunicare i propri desideri, sapere quello che ci aspettiamo da noi stessi e dalla situazione in modo da essere in grado di prendere l’iniziativa ed esprimere i propri desideri chiaramente e direttamente;

  • difendere i propri diritti dicendo agli altri quello che pensiamo e quello che siamo disposti a fare (solo così possiamo evitare di venire manipolati, sfruttati e offesi!);

  • usare la giusta dose di forza, non essere ne’ troppo aggressivi ne’ troppo timidi.

Va ricordato che nel caso in cui la responsabilità del conflitto sia interamente dell’altro, la responsabilità della continuazione delle ostilità sarà di entrambe le parti. Se non decidiamo di difenderci, entriamo a far parte di un circolo vizioso che alimenta il conflitto. (R. J. Edelmann, 1996)