amore e relazioni: tutto quello che occorre sapere

AMORE E RELAZIONI: TUTTO QUELLO CHE OCCORRE SAPERE

 

L’amore molto spesso viene confuso dalle persone, che non lo riconoscono o pensano che sia amore ciò che in realtà non lo è. Non possiamo amare se non siamo liberi di essere noi  stessi e per amare bisogna essere liberi di rischiare. La paura di rischiare non ci fa amare e neppure crescere  (F. Nanetti,2010).

Come possiamo riconoscere l’amore che conduce ad un felice rapporto di coppia da un altro amore che porta con sé solo sofferenza e malessere?

Mentre l’amore inautentico nasce dalla paura, all’insegna della svalutazione o della mancanza, genera dipendenza ed è orientato al possesso dell’altro, l’amore autentico è sostenuto dalla forza del desiderio, nasce da una profonda accettazione dell’unicità dell’altro e di se stessi, segue i principi dell’onestà e della comprensione. Nell’amore autentico non mi svaluto, non voglio possedere l’altro per completarmi, voglio il bene dell’altro e sono attento sia al mio benessere che al benessere dell’altro. L’altro è amato per quello che è. (F. Nanetti, 2010) La logica dell’amore secondo il desiderio accetta l’imprevedibilità della risposta, non obbliga mai l’altro al suo soddisfacimento, l’altro è libero di amarlo , sa che in qualsiasi momento potrà essere da lui rifiutato, soffrirà per la sua assenza, ma nonostante ciò non eserciterà alcuna coercizione. Solo l’amore maturo, l’amore attraverso il desiderio può diventare amore eterno. Soltanto se l’altro si sentirà libero di amarmi potrà desiderare di avvicinarsi a me. Soltanto l’amore maturo, l’amore che segue la logica del desiderio presuppone l’esperienza dell’intimità, che non è raccontarsi tutto, non si è obbligati alla confidenza. Nella logica dell’amore secondo il bisogno si cerca di possedere l’altro, c’è un bisogno ossessivo dell’altro. L’amante ossessivo non si stima, non ha fiducia in sé, non si ama, è sempre insoddisfatto dell’amore dell’altro, deve saziarsi dell’altro. Nell’amore inautentico, centrato sul bisogno, l’altro viene obbligato ad amarci, c’è ansia, paura angosciante di perdere l’altro, ci sono sensi di colpa, c’è rabbia mascherata. Si cerca la sicurezza nel possesso: da qui i ricatti, le gelosie, i tradimenti, gli esasperati tentativi di cambiare l’altro per manipolarlo e controllarlo, per imprigionarlo. Entrambi sono responsabili di quello che gli sta accadendo (sono due persone con due bisogni che si incontrano) ed entrambi sono condannati alla mancanza di libertà, è un po’come nella metafora del secondino e del carcerato, controllando l’altro anche il secondino perde la sua libertà. (F. Nanetti, 2010)

Se si vuole liberare se stessi, per trovare la propria autenticità ed autonomia, bisogna prima di tutto liberare l’altro, perché non si acquisisce nessuna libertà finché non la si concede.

Cosa rende una relazione dipendente?

Le cause che determinano una relazione centrata sul bisogno o sulla dipendenza sono molteplici, fra queste troviamo:

  • il bisogno di riconoscimento ( “se non mi ami non esisto, non valgo nulla”),

  • il bisogno ansioso e angosciante di appartenere e di non essere abbandonato (“stai con me, perché non sono in grado di stare da solo”),

  • il bisogno di superare la propria infelicità attraverso il possesso dell’altro (“stai con me perché sto troppo male”).

C’è da dire che nel bisogno nessuno ha mai la percezione di essere amato abbastanza. L’amore centrato sul bisogno è sempre conseguente alla nostra incompletezza, non ci piacciamo abbastanza, imploriamo l’amore o nella forma diretta attraverso la pretesa o nella forma indiretta tramite la manipolazione(es. il vittimismo, la sollecitudine eccessiva, l’idealizzazione adorante). Diventiamo ossessivi, esigenti, pretenziosi, compiacenti, tiranni e succubi semplicemente perché non ci amiamo, non ci stimiamo e non ci accettiamo per quello che siamo.

In conclusione l’amore non si può comprare, non si può pietire, non si può imporre, lo si può solo conquistare. Senza garanzie e pretese l’amore può durare tutta la vita, perché nell’attesa senza pretese l’amore si rinnova sempre (F. Nanetti, 2010).

Il trattamento dei disturbi del sonno su bambini, adolescenti e adulti

Il trattamento dei disturbi del sonno: quale intervento psicoterapico con bambini, adolescenti e adulti dei “sogni d’angoscia” e degli “ incubi”

Quando si parla di disturbi del sonno, di sogni d’angoscia e di incubi il trattamento psicoterapico è possibile sia con bambini che con adolescenti e adulti, perché gli incubi possono essere modificati e trattati, riducendo la frequenza dei contenuti angosciosi (le attività mentali non si fermano durante il sonno).

Quando sono iniziate le prime ricerche scientifiche e i primi trattamenti psicoterapici dei sogni d’angoscia e degli incubi?
Le prime ricerche sul trattamento degli incubi risalgono agli anni Settanta e Ottanta (Bishay nel 1985), anche se non ebbero la risonanza che meritavano, perché si trattava di una casistica limitata e mancava un gruppo di controllo. Solo negli anni Novanta Krakow e coll (1993) pubblicarono i risultati positivi di un trattamento cognitivo-comportamentale dei sogni d’angoscia e degli incubi a lungo termine (30 mesi), applicato ad un’ampia casistica di pazienti, con uno studio controllato e con un metodo di “pratica immaginativa” (imagery rehearsal) molto simile al precedente. Recentemente Germain e coll. (2004) hanno replicato la “imagery rehearsal” e si sono orientati sul trattamento degli incubi nei soggetti vittime di aggressioni e affetti da PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress). In entrambi gli studi gli incubi si riducevano drasticamente e miglioravano anche altri parametri del sonno.

Su cosa si basa questo metodo per il trattamento dei sogni d’angoscia e degli incubi?
Questo metodo si basa sul concetto comportamentale di “prova pratica” ( re- hearsal) e il soggetto viene istruito a comporre per iscritto, in anticipo, una descrizione di un sogno per lui desiderabile e a praticarlo nell’immaginazione. Il compito che viene dato è quello di leggerlo prima di andare a dormire e nel contempo di immaginare di sognarlo . Questa pratica aumenta di molto la probabilità di sognare proprio quel sogno, oppure parti importanti o contenuti emozionali positivi che quel sogno contiene. Si può anche modificare un sogno d’angoscia con una variante felice, un finale positivo di un sogno angoscioso ricorrente (metodo di Krakow) , oppure la storia può essere prodotta totalmente con la fantasia (Sibilia, 2006, 2010).

Questo non è un metodo nuovo, perché sono già state usate procedure di immaginazione guidata (es. “coping imagery”). Anche gli indiani Senoi d’America usavano condividere e modificare i propri sogni fino a conclusioni soddisfacenti: gli adulti insegnavano ai bambini a raccontare i propri sogni e a come comportarsi nella vita onirica. (Sibilia, 2013)

Quali sono gli ambiti clinici di applicazione di questa procedura di immaginazione guidata?
Indurre la modificazione e la programmazione dei sogni si è rivelata molto utile nei casi in cui gli incubi siano già per il bambino, l’adolescente e l’adulto un “problema clinico”. Inoltre la tecnica dell’immaginazione guidata (coping imagery) può essere applicata con successo anche nel trattamento dei disturbi d’ansia, dell’umore, nei disturbi post-traumatici da stress e in tutte quelle condizioni cliniche in cui i sogni angosciosi siano parte del quadro psicopatologico e/o ne influenzino negativamente l’umore durante la veglia, confermando al paziente la gravità della propria condizione psicopatologica (meta-cognizioni patogene circa se stesso o il suo stato mentale) (Sibilia, 2013). La pratica è utile anche in età evolutiva nei disturbi d‘ansia da separazione, nei disturbi del sonno con sintomi d’angoscia e terrori notturni, nelle difficoltà di addormentamento e nei risvegli notturni del bambino. Con i bambini si può procedere in psicoterapia facendo “disegnare qualcosa di piacevole” (metodo di Sibilia) o come ho sperimentato io con efficacia, “costruendo con il bambino una storia immaginaria, da leggere o pensare prima di andare a dormire, immaginando di essere il protagonista della storia”. Il bambino deve guardare il disegno prima di addormentarsi o leggere o pensare la storia. Si suggerisce l’esito: “ vedrai che sognerai proprio quello che abbiamo disegnato, la storia che abbiamo scritto insieme”. Questa possibilità di indurre o modificare e programmare i sogni si è rivelata molto utile e si presume potrebbe avere nuovi sviluppi in altri disturbi clinici (ad esempio trattare l’anticipazione negativa e catastrofica nei disturbi d’ansia).

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Pesaro
Studio di Psicoterapia Cognitiva -Via Falcone e Borsellino, 22 – Villa Verucchio
Sito web: www.drlorettabezzi.it Blog: www.psicoterapiariminipesaro.it
Cell. 333-2956348 Mail: lorettabezzi@libero.it

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L’Ansia Sociale o Fobia Sociale: nuovi modelli di trattamento

Comunicazione UmanaL’ansia sociale o fobia sociale è un disagio interpersonale che si sviluppa nel corso del tempo e causa una sofferenza soggettiva caratterizzata da paura e irrequietezza, associata ad attivazione neurovegetativa (es: tremori, rossore, tachicardia, dispnea, vertigini, ecc.), marcato e persistente timore di fronte ad una situazione sociale prevista o da affrontare:

– entrare in un negozio o in un locale pubblico,

– stare in mezzo alla gente,

– uscire di casa e quindi incrociare e/o incontrare persone,

– andare ad una festa,

– telefonare in pubblico,

– partecipare a piccoli gruppi,

– mangiare in pubblico,

– lavorare mentre si è osservati,

– scrivere mentre si è osservati,

-parlare in pubblico,

– guardare negli occhi una persona, ecc.

(Jefferson, 2001).

L’eccessiva paura e l’evitamento sociale causano difficoltà socio – relazionali importanti e invalidanti, che spesso si associano a complicanze quali la depressione, l’abuso di alcol e droghe, nonché alle condotte suicidarie.

La persona non riesce ad abituarsi alle situazioni stressanti e all’ansia da prestazione, manifesta reazioni ansiose spiccate in contesti neutri per altri individui, e,  se osservata sperimenta un aumento dei livelli di arousal, con sintomi neurovegetativi come palpitazioni, tremori e vampate di calore. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Quest’ansia sociale va distinta dalle altre forme di sofferenza psicologica come la vergogna, l’imbarazzo e la timidezza, anche se la distinzione tra timidezza e ansia sociale o timidezza e fobia sociale non sono semplici. Si tratta di un problema che va affrontato sia quando si manifesta come una timidezza cronica, che quando si manifesta come una fobia sociale o come un disturbo evitante di personalità.

La timidezza patologica appartiene di solito all’infanzia e all’adolescenza, mentre l’ansia sociale e il disturbo evitante appartengono all’adolescenza e alla giovane età adulta. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Come si manifesta l’ansia sociale?

L’ansia sociale può essere legata a specifiche situazioni (es. parlare in pubblico) o può essere generalizzata (riguardante la maggior parte delle situazioni sociali) (Clark, Wells, 1995); è un chiaro fenomeno di sofferenza, che si può manifestare nell’esistenza di un individuo sin dalla prima infanzia.

Sembra che i bambini con una maggiore reazione di paura al contatto con l’estraneo siano più inclini a sviluppare comportamenti timidi e che al contatto con gli altri divengano ombrosi, esitanti, poco coinvolti (Clarke e coll., 1984). Fin dalla nascita i futuri ansiosi sociali tendono a dare risposte avverse all’ambiente esterno, prima che si manifestino gli elementi di consapevolezza psicologica circa le difficoltà relazionali legate alla presenza dell’altro (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011).

Quali sono le origini dell’ansia sociale?

Le origini dell’ansia sociale sono molteplici:

– una tendenza costituzionale, che predispone all’esperienza di uno stato emotivo di timore o paura nel confronto con gli altri,

– un’autoconsapevolezza di una rappresentazione di sé negativa,

– uno stile familiare che favorisce la costruzione di un’immagine di sé negativa

– e di una rappresentazione dell’altro come giudicante o rifiutante.

Qual è l’incidenza dell’ansia sociale nella popolazione?

L’ansia sociale colpisce fra l’8 e il 12% della popolazione adulta. Alla timidezza non risolta si aggiungono convinzioni negative sulla propria incapacità di controllare l’agitazione davanti agli altri, previsioni negative sugli eventi da affrontare, idee di inadeguatezza personale unite al timore di essere oggetto di giudizi negativi da parte degli altri.

Le componenti cognitive, gli errori di ragionamento, le convinzioni patogene, le metacognizioni hanno un ruolo importante nel costituire i circoli viziosi di mantenimento dell’ansia e nel confermare le idee irrazionali.

I comportamenti protettivi come l’evitamento stabilizzano il disturbo e contribuiscono al mantenimento di rappresentazioni di sé inadeguate e inefficaci, favorendo l’emergere di altri disturbi emotivi, come la depressione o il ricorso a soluzioni di gestione disfunzionale dello stato di disagio come l’uso di alcol e/o di droghe.

L’ansia sociale in età adulta limita anche la progressione di carriera lavorativa.

Quali sono i modelli di intervento, le terapie per l’ansia sociale?

Per la fobia sociale sono stati sviluppati diversi modelli e diverse tecniche di intervento ( Clark, Beck, 2010), che condividono tutte l’assunzione che il nucleo centrale di questo problema sia la convinzione di essere socialmente inadeguati e conseguentemente di essere oggetto di giudizio negativo da parte di altri.

Queste persone cercano di mascherare con alcuni comportamenti (es. evitamento, ritiro sociale, uso di sostanze) la loro presunta inadeguatezza per evitare il rifiuto sociale. Ciò porta a temere le situazioni sociali e ad evitarle (Hoffmann, 2007).

I nuovi modelli di intervento si focalizzano non solo sugli aspetti intrapersonali, finalizzati ad implementare le abilità carenti, ma anche sugli aspetti interpersonali e sulla comprensione della relazione tra terapeuta e paziente. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Mirano all’alleanza terapeutica come collaborazione con il paziente (empirismo collaborativo), spiegano alla persona il suo funzionamento, il suo disturbo in generale, il ruolo dei vari elementi nel mantenimento del suo disagio, suoi i circoli viziosi.

Prendono in considerazione le convinzioni e i pensieri automatici negativi, per esaminare le prove che la persona porta a loro sostegno, per discuterle, relativizzarle, elaborarle in modo più realistico (decatastrofizzazione).

Lavorano sul concetto che la persona ha di sé (“Non son capace ad esprimermi”), cambiando la percezione e aumentando la sicurezza e l’autostima, per giungere ad un distanziamento critico dalle rappresentazioni minacciose, dai ricordi dolorosi, nei termini di una loro minore drammaticità (ciò implica un’attenuazione dell’iperinvestimento degli scopi personali, ovvero eliminare a qualunque costo il rischio di una brutta figura).

Altro aspetto interessante è che oggi non si enfatizzano solo gli aspetti autovalutativi e i meccanismi cognitivi e comportamentali che mantengono il disturbo (Clark, Wells, 1995, 1997), ma si enfatizza anche il ruolo giocato dalla metavergogna o vergogna della vergogna (“Tutti si stanno accorgendo che sono in difficoltà e che sto diventando rosso, insomma che mi sto vergognando!”) (Mancini e Orazi, 1999, 2004, 2006)

La metavergogna ha un duplice effetto, ossia rende più frequente, drammatica e paradossale la reazione emotiva aumentando la prevenzione o difesa che renderà ancora più frequente e intensa la reazione ( ogni segnale di vergogna si trasformerà in vergogna piena).

Secondo M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli (2011) la terapia dovrebbe essere articolata nelle seguenti fasi:

  1. Condivisione del modello cognitivista della fobia sociale e interventi psicoedaucativi;

  2. Intervento cognitivista sugli schemi interpersonali e sul decentramento cognitivo;

  3. Intervento comportamentale sulle abilità sociali;

  4. Intervento comportamentale sui comportamenti protettivi;

  5. Esposizioni in vivo;

  6. Fase di chiusura ed esercizi di mantenimento.

Si tratta di un modello che considera fondamentali affrontare i comportamenti protettivi (evitamenti) quando il paziente avrà acquisito altre abilità e avrà costruito con il terapeuta una relazione realmente cooperativa, rimandando le esposizioni sociali in vivo in un secondo momento. (M. Procacci, R. Popolo, N. Marsigli, 2011)

Dott.ssa Loretta Bezzi, Studio di Psicoterapia Cognitiva Villa Verucchio, Rimini, Pesaro

Per info: www.drlorettabezzi.it ; mail lorettabezzi@libero.it; cell. 333-2956348

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Villa Verucchio, Pesaro

 

La depressione mascherata: Diagnosi e trattamento

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La depressione mascherata è una forma di depressione che presenta una predominanza di sintomi somatici, fisici, piuttosto che sintomi tipici della depressione categorizzati secondo il DSM –IV- R. Per riuscire a diagnosticarla correttamente è arduo, perché i disagi lamentati dal paziente portano il medico a pensare inizialmente a malattie di altra natura. Inoltre la persona non si percepisce “depressa” ed è convinta che i suoi sintomi abbiano un’origine organica.

Quali sono i sintomi della depressione mascherata?

I sintomi associati alla depressione mascherata sono sintomi fisici:
Insonnia,
Mal di testa,
Vertigini,
Disturbi digestivi,
Crampi addominali,
Alterazione della funzionalità intestinale,
Dolori osteomuscolari generalizzati,
Mal di schiena,
Cervicalgia,
Contratture muscolari,
Stanchezza psicofisica persistente.

I sintomi depressivi veri e propri si manifestano sotto soglia e non raggiungono i criteri per essere inclusi in una diagnosi di depressione evidente. Generalmente nel trattamento ci si focalizza sui disturbi somatoformi, non prendendo in sufficiente considerazione la depressione sottostante. Solo trattando adeguatamente la depressione i sintomi fisici possono regredire.

Come si fa la diagnosi di depressione mascherata?
Per fare una diagnosi di “depressione mascherata” esistono diversi indicatori:
Tendenza a somatizzare durante periodi di difficoltà,
Decorso della malattia episodico, con remissioni stagionali e spontanee,
Sintomi depressivi presenti prima dell’esordio dei sintomi somatoformi,
Andamento ciclico dei sintomi somatici,
Risposta positiva al trattamento con antidepressivi,
Sentimenti di tipo depressivo in funzione della sintomatologia somatica

I sintomi comuni sono: insonnia e stanchezza, dolori alle gambe, senso di oppressione toracica, difficoltà digestive e dell’avo, mal di testa, dolori muscolari, difficoltà ad alzarsi dal letto, difficoltà comunicative, rimuginio sulla sintomatologia e riduzione della vita sociale, che sono maggiormente evidenti al mattino, per cui la persona è portata a non svolgere le attività quotidiane, si assenta dal lavoro.

Prima di arrivare alla diagnosi di depressione mascherata questi pazienti, come quelli con disturbi somatoformi o da somatizzazione, si sottopongono a numerosi esami clinici , che non segnalano alcuna patologia grave, creano solo una maggiore preoccupazione e sconforto. La depressione mascherata viene quindi individuata per esclusione, in assenza di patologie di rilievo che possano giustificare la presenza dei sintomi lamentati.

Qual è il trattamento, come si esce da questo problema?
La depressione mascherata è un disturbo dell’umore analogo alla depressione unipolare e pertanto va trattata con antidepressivi, oltre che con un adeguato supporto psicoterapico, per disinnescare i circoli viziosi negativi che tendono a promuovere la depressione e ad esacerbare i sintomi fisici. Il trattamento psicoterapico più adeguato, come nelle altre forme di depressione è quello di tipo cognitivo-comportamentale, maggiormente supportato da evidenze scientifiche e prove di efficacia. La psicoterapia si deve necessariamente protrarre per diversi mesi, più raramente per diversi anni, o, perlomeno fintanto che il curante e il paziente non ritengono raggiunto l’obiettivo terapeutico fissato all’inizio del trattamento. La terapia con farmaci antidepressivi per capire se il farmaco scelto è efficace va assunta per almeno 2-3 settimane, perché l’effetto terapeutico diventa evidente soltanto dopo un certo tempo di assunzione regolare ai dosaggi indicati dal curante.

A cura della dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Pesaro

Dott.ssa Loretta Bezzi, Studio di Psicoterapia Cognitiva Villa Verucchio, Rimini, Pesaro
Per info: www.drlorettabezzi.it ; mail lorettabezzi@libero.it; cell. 333-2956348

La rabbia, la ruminazione rabbiosa e la perdita di controllo

La rabbia, la ruminazione rabbiosa e la perdita di controllo : nuove frontiere in psicoterapia per curare l’aggressività e la depressione

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, psicologa-psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini e Pesaro
www.drlorettabezzi.it

La rabbia è spesso un’emozione mal interpretata, considerata negativamente dalle persone e associata alla violenza e all’aggressività.

Non è necessariamente negativa, anche se una delle convinzioni più diffuse è che sia nociva alla persona e porti inevitabilmente ad uno stato di malessere.

Nella maggior parte delle persone la rabbia tende a scomparire nel giro di 10-15 minuti, se viene considerata un’emozione come tutte le altre e non viene enfatizzata, perché di fatto ha un valore importante ed una sua utilità.

La rabbia avrebbe lo scopo di aiutarci a percepire un’ingiustizia e di conseguenza a fronteggiarla: il suo obiettivo sarebbe quello di fungere da segnale in particolari circostanze .

La rabbia è diversa dall’aggressività, sono due esperienze decisamente differenti.

Quando diventa negativa, patologica la rabbia?

La rabbia diventa negativa quando si trasforma in ruminazione rabbiosa.
Nella ruminazione rabbiosa il pensiero è ripetitivo , legato all’evento passato (es. “non ci posso credere!”, “sono furioso!”), contro fattuale (es. “invece di essere qui avrei potuto fare altro!”) e l’attenzione è sulle situazioni del passato (es.”non ne posso più, anche stavolta è in ritardo!”). (Francesca Martino, 2013).
Il pensiero sul passato amplifica l’intensità e la durata dell’emozione negativa, che sfocia conseguentemente nella vendetta e nell’aggressività (Sukhodolsky, 2001), quando non è rivolta verso se stessi, perchè in quel caso diventa depressione.

Nella depressione il pensiero è costantemente sul passato, non si riesce a vedere un futuro, ma assume contenuti diversi, di tipo vittimistico e pessimistico. Il senso di impotenza del depresso per non riuscire a cambiare, modificare il presente, porta alla ruminazione depressiva, che è anche una ruminazione rabbiosa (auto diretta e non etero diretta come nell’aggressività e nella violenza). Nella rabbia etero diretta dell’aggressivo e del violento non c’è la stessa percezione, sensazione di impotenza del depresso.

Cosa avviene a livello cognitivo, emotivo , del controllo esecutivo e neurofisiologico nella persona che si arrabbia ? La rabbia è sempre un’emozione negativa?

A livello cognitivo l’elaborazione della rabbia presenta differenze individuali. (Francesca Martino, 2013) La ruminazione rabbiosa può centrarsi sulla provocazione (argomentazioni centrate sull’evento “ingiusto”) o sul sé (contenuti legati alla propria persona), alimentando rispettivamente l’aggressività etero diretta (rabbia focalizzata sulla provocazione) o quella auto diretta (rabbia focalizzata sul sé) (Pedersen, 2011).

Nel processamento cognitivo della rabbia si distinguono due stili : lo stile “ why” o analitico (es. “perché proprio a me, proprio io!”) e lo stile “what “o esperienziale (es. “come sono arrivato fino a questo punto?”, “ come è iniziato il tutto?”, “come ho reagito io e come ha reagito l’altro?”, “cosa posso fare la prossima volta?, “cosa avrei potuto fare che non ho fatto?”). Si potrebbe dire che lo stile “what” è quello che canalizza la rabbia in modo positivo, facendola diventare forza e risorsa per la persona, che riesce a vedere l’evento avverso nella sua globalità, obiettivamente .

Se c’è una soluzione al problema la persona riesce a trovarla con lo stile “what”, oppure se non c’è una soluzione la persona riesce ad accettare l’accaduto. Questo è in sintesi il percorso che viene effettuato con una psicoterapia per controllare la rabbia etero diretta (aggressività e violenza) e auto diretta (depressione).

Cosa impedisce di farci uscire dalla rabbia patologica, quella che si trasforma in aggressività o in depressione?

E’ pensando all’evento in maniera astratta e analitica (ruminazione why) , che si mantengono le emozioni di rabbia rispetto alle condizioni sperimentali (reappraisal, distrazione). Inoltre è importante anche la prospettiva con la quale viene rievocato un evento: quella auto-centrata o quella decentrata.
La prospettiva decentrata garantisce un vantaggio, in quanto riduce le emozioni di rabbia rispetto alla condizione auto centrata (Kross, 2005).

Si potrebbe infine dire che lo stile “what” aiuta anche la persona nel decentramento, che a sua volta contribuisce a ridurre l’emozione della rabbia.

Cosa accade a livello emotivo, del controllo esecutivo e neurofisiologico quando proviamo rabbia eccessiva?

A livello emotivo la ruminazione rabbiosa alimenta e mantiene nel tempo l’intensità e la durata della rabbia.(Francesca Martino, 2013) Il pensiero rimane centrato sull’emozione (della rabbia) , che risulta amplificata, contribuendo alla pioggia di pensieri negativi.

A livello del controllo esecutivo la pioggia di pensieri negativi rabbiosi (ruminazione rabbiosa) , implicando un eccessivo dispendio di risorse , agisce negativamente sulla capacità di esercitare un controllo funzionale sui comportamenti aggressivi e vendicativi.(Francesca Martino, 2013)

A livello neurofisiologico la rabbia attiva le strutture corticali ( corteccia prefrontale e insula anteriore) e le strutture sottocorticali (sistema limbico), per cui abbiamo o una iper risposta del sistema cardiovascolare ( sembrerebbe con la ruminazione orientata verso la provocazione) o della produzione di cortisolo ( sembrerebbe con la ruminazione focalizzata sul sé) . (Francesca Martino, 2013)

Concludendo la ruminazione rabbiosa sembra avere un ruolo centrale nel mantenimento di emozioni negative, nella riduzione dell’autocontrollo, nella messa in atto di comportamenti aggressivi e vendicativi (Francesca Martino, 2013). Ritengo abbia anche un ruolo centrale anche nelle depressioni, soprattutto quelle ricorrenti e croniche, legate ad alcune caratteristiche della nostra personalità.

L’intervento psicoterapeutico dovrebbe focalizzarsi sul decentramento (riduce le emozioni di rabbia rispetto alla posizione auto centrata) e sull’apprendimento di uno stile “what” (esperienziale, basato sulla visione obiettiva dell’evento, sul che cosa sia possibile fare per risolvere il problema), che aiuterebbe a canalizzare positivamente la rabbia, prevenendo la ruminazione rabbiosa, il viraggio nel comportamento aggressivo e vendicativo o nell’atteggiamento e nel pensiero depressivo.

Parent Training con i genitori

Il Parent Training con i genitori nel trattamento dei disturbi esternalizzanti dell’età evolutiva


Il Parent Training  è  una forma di intervento strutturato in  gruppo con genitori  con la specifica finalità di promuovere il benessere dei figli. Il Parent Training (abbreviazione PT) è uno degli interventi maggiormente utilizzati e studiati per i disturbi esternalizzanti dell’età evolutiva (disturbi oppositivo-provocatori, disturbi della condotta, disturbi dell’attenzione con e senza e iperattività, disturbi da comportamento dirompente, ecc.).Viene anche proposto per generiche problematiche di tipo educativo, per alcuni disturbi internalizzanti (ansia , depressione) e somatoformi, per i disturbi generalizzati dello sviluppo, nell’autismo, nel ritardo mentale e in altri tipi di disabilità. Ultimamente i Parent Training vengono utilizzatianche in ambito psicosociale, per migliorare le funzioni genitoriali nelle famiglie con bambini a rischio di trascuratezza o maltrattamento.

Come viene condotto un Parent Training?

Il Parent Training  è una forma di intervento strutturato e manualizzato, realizzato in gruppo (con genitori accomunati dall’esperienza di relazione con un figlio con problematiche specifiche) o con la coppia genitoriale (vengono preferiti quando sono presenti disturbi di personalità o depressione maggiore nei genitori, o quando si tratta di una coppia separata ad alta conflittualità).

E’ un approccio di derivazione statunitense, che si è diffuso a partire dalla fine degli anni sessanta. Viene condotto da un esperto con la specifica finalità di migliorare o modificare le pratiche genitoriali, al fine di promuovere il benessere dei figli.

Si propone di incrementare le abilità del genitore nella gestione quotidiana del figlio, di ridurre lo stress genitoriale e familiare , nonché di incrementare le capacità genitoriali nella soluzione dei problemi(Pietro Muratori, Sara Pezzica, Furio Lambruschi, 2013). In pratica i genitori imparano ad utilizzare tecniche di gestione dei comportamenti problematici del figlio (es. procedure di rinforzo o di estinzione) e a costituirsi nei confronti del figlio come un modello adeguato nelle varie situazioni (modellamento).

La cornice di riferimento è il comportamentismo e il paradigma dell’apprendimento sociale.

 

Come vengono strutturati i programmi di Parent Training?

I programmi vengono ideati su contenuti differenti, a seconda del tipo di problema da trattare. Gli incontri di gruppo vengono suddivisi in moduli, che affrontano ciascuno un tema specifico e costituiscono parte integrante di un percorso da compiere con i genitori. Di solito vengono inclusi nei training moduli sulla conoscenza dello sviluppo tipico del bambino e del problema o disturbo di cui è affetto ( es: autismo, disturbo oppositivo-provocatorio, della condotta, ecc.), sul senso di auto-efficacia dei genitori, sulle abilità comunicative con il bambino, sullo sviluppo di adeguate strategie educative e di gestione del problema o comportamento del figlio, ecc. Vengono anche integrate tecniche terapeutiche diverse come discussioni di gruppo, homework, role-playing, tecniche di rinforzo, video feedback, ecc.

 

Il conduttore si pone come un coach della funzione genitoriale, un esperto nei problemi del bambino, che deve possedere buone capacità relazionali, comunicative e di mediazione con le famiglie (Webster-Stratton, Herbert, 1994).

 

Come si svolge un Parent Training con gruppi di genitori?

Gli incontri di gruppo si svolgono a gruppi di 5-6 coppie di genitori ed è generalmente richiesta la presenza di entrambi i genitori. Ciò è determinante per la comprensione del disagio, per la condivisione coerente delle scelte educative e per offrire migliori possibilità di crescita al bambino (Lambruschi, 2004). Si segue un criterio di omogeneità per quanto riguarda l’età dei figli, per orientare in modo più specifico la tipologia degli interventi, rispettando le esigenze evolutive dei figli e per favorire maggiori occasioni di condivisione e processi di identificazione. Si tratta generalmente di gruppi chiusi, in cui tutti i membri iniziano e concludono insieme il percorso terapeutico. La durata può variare dai 10 ai 20 incontri, in base alla tipologia del problema e al programma scelto. Le sedute preferibilmente vengono condotte a cadenza quindicinale e hanno una durata di due ore. Stabilire un tempo consente una maggiore densità del lavoro e una più rapida applicazione alle vicende quotidiane di quanto appreso nell’esperienza di gruppo.

Il conduttore accoglie e offre uno spazio di elaborazione ai temi che si presume possano essere adeguatamente gestiti negli spazi e nei tempi previsti dal percorso, in modo che le sofferenze, le paure e i conflitti del singolo non vadano a ripercuotersi impropriamente sugli altri membri del gruppo (Pietro Muratori, Sara Pezzica, Furio Lambruschi, 2013).

Durante i percorsi di PT il conduttore procede ad una graduale spiegazione delle strategie educative e del loro inserimento nel contesto quotidiano del bambino. Si tratta di strategie di derivazione cognitivo- comportamentale, veicolate all’interno del gruppo, che dovranno essere sottoposte a verifica empirica da parte dei genitori: loro stessi verificheranno se si producono cambiamenti e risultati attesi. Le sessioni vengono accompagnate da schede/esercizi che i genitori dovranno completare a casa e che poi verranno verificati all’interno del gruppo. Questo per apprendere buone “pratiche educative” e ricevere un costante monitoraggio della loro corretta applicazione.

Si deve sviluppare fra conduttore e genitori una relazione tendenzialmente simmetrica e paritetica, va costruita una solida alleanza terapeutica e il clinico deve essere in grado di immaginare le scene di vita familiare così come il genitore le vede quotidianamente. Le ricerche mostrano come un’alleanza cooperativa così strutturata sia strettamente correlata alla successiva percezione di miglioramenti nella situazione problematica del figlio da parte del genitore (Kazdin, Whitley, marciano, 2006)

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa – Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Pesaro

Il trattamento in psicoterapia dei sogni d’angoscia e degli incubi

Quando si parla di trattamento in psicoterapia dei sogni d’angoscia e degli incubi c’è da dire che le attività mentali non si fermano durante il sonno e gli incubi possono essere modificati, trattati riducendo la frequenza dei contenuti angosciosi.

Le prime ricerche sul trattamento degli incubi risalgono agli anni Settanta e Ottanta (Bishay nel 1985), anche se non ebbero la risonanza che meritavano perché si trattava di una casistica limitata e mancava un gruppo di controllo. Solo negli anni Novanta Krakow e coll (1993) pubblicarono i risultati positivi di un trattamento cognitivo-comportamentale a lungo termine ( 30 mesi), applicato ad un’ampia casistica di pazienti con uno studio controllato e con un metodo di “pratica immaginativa” (imagery rehearsal) molto simile al precedente.

Più recentemente Germain e coll. (2004) hanno replicato la “imagery rehearsal” e si sono orientati sul trattamento degli incubi nei soggetti vittime di aggressioni e affetti da PTSD (Disturbo Post Traumatico da Stress). In entrambi gli studi gli incubi si riducevano drasticamente e miglioravano anche altri parametri del sonno.

Su che cosa si basa questo metodo per il trattamento dei sogni d’angoscia e degli incubi?
Questo metodo si basa sul concetto comportamentale di “prova pratica” ( re- hearsal) e il soggetto viene istruito a comporre per iscritto in anticipo una descrizione di un sogno per lui desiderabile, quindi a praticarlo nell’immaginazione. Il compito che viene dato è quello di leggerlo prima di andare a dormire, quindi nel contempo di immaginare di sognarlo .
Si tratta di una pratica che aumenta di molto la probabilità di sognare proprio quel sogno, oppure parti importanti o contenuti emozionali positivi che quel sogno contiene. Si può anche modificare un sogno d’angoscia con una variante felice, un finale positivo di un sogno angoscioso ricorrente (metodo di Krakow) , oppure la storia può essere prodotta totalmente con la fantasia (Sibilia, 2006, 2010).

immagine onirica del trattamento in psicoterapia dei sogni e degli incubi
immagine onirica del trattamento in psicoterapia dei sogni e degli incubi

Non è questo un metodo nuovo in terapia cognitivo-comportamentale, sono già state usate procedure di immaginazione guidata (es. “coping imagery”). Anche gli indiani Senoi d’America usavano condividere e modificare i propri sogni fino a conclusioni soddisfacenti: gli adulti insegnavano ai bambini a raccontare i propri sogni e a come comportarsi nella vita onirica. (Sibilia, 2013)
Quali sono gli ambiti di applicazione clinica di questa procedura?

Metodo in psicoterapia dei sogni d’angoscia e degli incubi

Indurre la modificazione e la programmazione dei sogni si è rivelata molto utile nei casi in cui gli incubi sono un problema clinico. Potrebbe essere applicata nel trattamento dei disturbi d’ansia e dell’umore, nei disturbi post-traumatici da stress e in tutte quelle condizioni cliniche in cui i sogni angosciosi sono parte del quadro psicopatologico e ne influenzano negativamente l’umore durante la veglia, confermando al paziente la gravità della propria condizione psicopatologica (meta-cognizioni patogene circa se stesso o il suo stato mentale) (Sibilia, 2013).
La pratica è utile anche in età evolutiva nei disturbi ‘ansia da separazione, nei disturbi del sonno con sintomi d’angoscia e terrori notturni, nelle difficoltà di addormentamento del bambino e risvegli notturni.
Si può procedere facendo disegnare qualcosa di piacevole in seduta al bambino (metodo di Sibilia) o, come ho sperimentato con efficacia, costruendo con il bambino una storia immaginaria, da leggere o pensare prima di andare a dormire, immaginando di essere il protagonista della storia. Il bambino deve guardare il disegno prima di addormentarsi o leggere o pensare alla storia. Si suggerisce l’esito: “ vedrai che sognerai proprio quello che abbiamo disegnato, la storia che abbiamo scritto insieme”.
Questa possibilità di indurre o modificare e programmare i sogni si è rivelata molto utile e potrebbe avere nuovi sviluppi in altri disturbi clinici (ad esempio trattare l’anticipazione negativa e catastrofica nei disturbi d’ansia).
A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Pesaro

Pubblicato nella Categoria Ansia

I disturbi psicosessuali e la terapia mansionale integrata

Nei disturbi psicosessuali (eiaculazione precoce, impotenza, desiderio sessuale assente o carente, anorgasmia, vaginismo, dolori sessuali durante il coito, ecc.) la terapia mansionale integrata è il trattamento specifico d’elezione. E’ una terapia breve (durata fra i 4 e i 12 mesi, con sedute settimanali), strategica, direttiva, orientata ad uno scopo preciso e definito: il minimo cambiamento stabile possibile di comportamenti, emozioni e convinzioni sulla sessualità.

Come viene strutturata una seduta di “ terapia mansionale integrata”?
La seduta viene preferibilmente svolta in coppia, anche se può essere applicata al singolo individuo. Se strutturata in una terapia di coppia viene finalizzata alla ricerca della cooperazione e dell’intimità. I primi colloqui vengono utilizzati per la ricostruzione del problema e la sua definizione in termini adeguati alla terapia (definizione del contratto terapeutico e degli obiettivi della terapia). La franchezza e la semplicità con cui si pronunciano i termini sessuali e si parla di rapporti sessuali sono determinanti per superare l’imbarazzo iniziale e stabilire una comunicazione franca e aperta. Vengono anche indagati possibili sospetti di organicità (cause organiche). La ridefinizione corretta e condivisa del problema (lettura del problema senza colpevolizzare nessuno) è il presupposto per impostare un’efficace strategia terapeutica. Vengono definiti gli elementi da cambiare, gli obiettivi (lo stato desiderato, la modificazione del modo di comportarsi o delle emozioni), i metodi, il modo di cooperare. La terapia mansionale integrata si struttura in quattro fasi:
1. La fase prima fase è quella della conoscenza di sé , riguarda la conoscenza personale, comportamentale del proprio corpo, delle risposte sessuali a partire dall’esplorazione visiva e tattile , la conoscenza cognitiva o consapevolezza dei pensieri, del dialogo interno, del proprio immaginario e dei propri contenuti emozionali, ottenuta con il processo dell’auto osservazione e infine la conoscenza relazionale, intesa dal punto di vista della sessualità, dei propri comportamenti relazionali, nonché della capacità di riconoscere il comportamento dell’altro come una risposta evocata e non.
2. La seconda fase è quella della “conoscenza dell’altro e di sé tramite l’altro“, il partner diventa uno specchio in cui osservarsi, sempre sui tre livelli: a) comportamentale, in riferimento al corpo e alle risposte sessuali del partner; b) cognitivo, inteso come scoperta della risposta emotiva e dei desideri del partner ; c) relazionale, inteso come giochi di coppia ed esplicitazione delle richieste relazionali.
3. La terza fase è quella della “conoscenza del proprio piacere e delle proprie emozioni “, con la possibilità di sperimentare il piacere sessuale, di scoprirlo nel suo aspetto individuale e di entrare in contatto con le proprie emozioni.
4. La quarta fase è quella della “conoscenza del piacere di coppia e dell’intimità “, che comprende l’esplorazione dei comportamenti utili a procurare reciprocamente piacere , nonché l’esposizione a livelli di intimità crescente con la condivisione delle emozioni sessuali, allo scopo di sperimentare l’affidamento reciproco come traguardo in un processo di cooperazione.

Le mansioni sessuali sono prescrizioni di comportamenti sessuali dati a scopo terapeutico, dei veri e propri compiti che non devono essere spiacevoli, ma cogliere gli aspetti gradevoli. Lo scopo della mansione sessuale è quello di guidare la coppia all’esplorazione della sessualità. Questi compiti vengono assegnati a fine seduta, in modo preciso, diretto, chiaro e con una terminologia adeguata. Ogni mansione rappresenta un gradino della terapia e va calibrata sulla persona, sulla coppia e sulla terapia (si deve adattare al momento specifico della terapia). Ogni volta che si riprende la terapia, ad inizio seduta, viene analizzata l’esecuzione della mansione (che viene svolta a casa,) in modo attento e preciso si sottolineano le scoperte, si incoraggia ad affrontare le difficoltà e si rassicura sulla possibilità di superarle. Così facendo la coppia diventa consapevole del suo processo di cambiamento. Prima di iniziare con le mansioni il terapeuta chiarisce cosa vuole ottenere con i compiti che prescrive, quali sono le aspettative della persona, quali sono le tappe intermedie, gli ostacoli che si incontreranno, su quali risorse si potrà contare e quali sono gli indicatori concreti per misurare il procedere della terapia e il raggiungimento dei risultati.

Le terapie mansionali integrate non sono mirate ad una ristrutturazione complessiva della personalità, ma sono focalizzate sul sintomo e sulla risoluzione stabile e duratura dello stesso; modificano solo ciò che è necessario per ottenere il minimo cambiamento stabile possibile. Il cambiamento avviene perché comportandomi in maniera nuova e diversa scopro che posso essere diverso, costruisco una parte di me stesso e quindi cambio l’idea che avevo di me stesso e degli altri. I disturbi sessuali non sono necessariamente fondati su disturbi profondi, ma il più delle volte su problemi più superficiali quali la previsione di una prestazione scadente, la paura di essere respinti, l’incapacità di controllare le proprie emozioni. Come dice Roberto Lorenzini (1987): “ gli obiettivi nelle terapie sessuali sono la rimozione degli ostacoli immediati e una soddisfacente espressione sessuale”.

Studio di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale – Dott.ssa Loretta Bezzi
Villa Verucchio (RN) via Falcone e Borsellino n. 22; Pesaro (PU) via Del Monaco, 9
Sito Internet: www.drlorettabezzi.it
Cell. 333.2956348 e-mail: lorettabezzi@libero.it

Comunicazione umana

Comunicazione umana e competenza relazionale

Per comunicazione umana intendiamo quello scambio di messaggi espliciti ed impliciti che avvengono tra due o più persone su molteplici canali comunicativi: verbale-fonatorio, visivo-grafico e mimico-gestuale . Tali canali sono impegnati sincronicamente e diacronicamente nella produzione globale dell’enunciato. La comunicazione non è quindi solo una semplice trasmissione dell’informazione (modello di Shannon e Weaver, anni cinquanta), ma risulta diretta a molteplici scopi e si interdefinisce sulla base di una certa varietà di funzioni (Nanetti, 1994). Nelle relazioni umane il processo comunicativo non si esplica esclusivamente per informare l’altro di qualche cosa (funzione referenziale), ma anche per convincere l’altro a fare qualcosa (funzione conativa o di controllo), ovvero per manipolarlo in relazione ai propri desideri e alle proprie intenzioni. Tuttavia l’atto comunicativo non sempre coincide con l’intenzionalità di manipolare l’altro: il locutore attraverso la funzione conativa cerca di appellare l’altro a fare qualcosa, senza avere l’intento consapevole di manipolarlo.

La comunicazione umana avviene consapevolmente o inconsapevolmente?

Certi messaggi verbali o non verbali sono prodotti dall’emittente consapevolmente in alcuni casi, inconsapevolmente in altri, al fine di raggiungere determinati obiettivi. Spesso il ricevente li qualifica in modo del tutto diverso da come l’emittente intendeva qualificarli, dal momento che la comunicazione umana ingloba diverse dimensioni (referezialità, fattività, manipolazione, persuasione), che possono essere coscienti o incoscienti . Se vogliamo migliorare la qualità della comunicazione interpersonale dobbiamo apprestarci a svelare tutti gli impliciti comunicativi sottesi alla comunicazione manifesta: quando l’informazione implica la trasmissione di dati sicuri ed inconfutabili è trasparente ed omogenea, quando invece nella comunicazione sono presenti molteplici messaggi impliciti di carattere pragmatico-relazionale essa diventa ambigua nelle procedure e negli scambi ed esige continui chiarimenti . (Nanetti 2010)Comunicazione Umana

C’è la comunicazione umana?

La comunicazione umana è un evento intersoggettivo che si realizza anche quando non vi è scopo precostituito, ossia quando non vi è consapevolezza dell’intento di comunicare. (Nanetti, 2010) Il senso del discorso non è mai “trasparente” e in qualche modo ogni volta dev’essere interpretato e re-interpretato; la metacomunicazione (la comunicazione sulla comunicazione) non si occupa solo di che cosa viene detto, ma anche di come questo qualcosa viene veicolato , nonchè degli effetti di questo “dire” sul destinatario. Nella comunicazione umana traviamo notizie _ovvero messaggi di contenuto _ e comandi _ ovvero messaggi di relazione (G. Bateson, 1973). Inoltre quando comunichiamo non ci limitiamo mai a dire qualcosa di esterno alla relazione, ma tendiamo a definire costantemente la relazione ed implicitamente anche noi stessi, perché i messaggi di relazione classificano quelli di contenuto, anche se i primi non sempre sono facilmente riconoscibili dal ricevente (P. Watzlawick, 1971).

La competenza relazionale si può formare, apprendere?

La competenza relazionale si apprende sia per un cambiamento deliberato del nostro agire, sia per un atto di “comprensione” degli effetti che produce il nostro mondo interno sul nostro abituale modo di rapportarci agli altri. Le nostre intenzioni, emozioni, rappresentazioni che abbiamo di noi stessi influenzano la nostra comunicazione. Certi tratti della personalità possono facilitarla o ostacolala. Ne deriva che non possiamo accedere ad un’autentica competenza relazionale se non diventiamo consapevoli di ciò che siamo. (Nanetti, 2010)

Come si attua la formazione alla competenza relazionale?

La formazione è cambiamento, trasformazione, ristrutturazione di conoscenze ed esperienze, il sapere non è riprodotto ma ricostruito. La formazione alla competenza relazione non può quindi che attuarsi attraverso due forme di monitoraggio: uno centrato sulla comunicazione interpersonale ed uno centrato sulla comunicazione intrapsichica. Il monitoraggio sulla comunicazione interpersonale richiede conoscenza e cambiamento dei comportamenti comunicativi verbali e non verbali tra emittente e ricevente; vengono interpretati i significati, le congruenze e le incongruenze, le ridondanze e le paradossalità, le rilevanze pragmatiche sia positive che negative, si rendono visibili i diversi feedback tra i parlanti. Il monitoraggio sulla comunicazione intrapsichica riguarda la conoscenza e il cambiamento di intenzioni, sentimenti, idee, rappresentazioni, valori che direttamente o indirettamente influenzano il processo comunicativo. Chi è iperdifeso non può dialogare autenticamente, perché manca di fiducia in se stesso e teme costantemente di essere assalito dalla superiorità dell’altro. Per comunicare in modo efficace occorre essere consapevoli delle nostre rappresentazioni interne, dei nostri sentimenti, dei nostri stati d’animo , non è solo una questione di tecnica (questa deve integrarsi con il nostro modo più autentico di relazionarci). Il monitoraggio alla comunicazione intrapsichica ci rende consapevoli dei nostri abituali modi di pensare e di sentire, ci fa apprendere nuovi stati emozionali idonei a facilitare il processo comunicativo. (Nanetti, 2010)

Deficit di attenzione e iperattività

IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO

L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori:

  1. ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),

  2. irrequietezza motoria al momento del risveglio,

  3. irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),

  4. apprendimento incostante e disattenzione a scuola,

  5. scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,

  6. scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,

  7. reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo),

  8. debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata),

  9. difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative),

  10. difficoltà a portare a termine ogni attività,

  11. difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) è una patologia corrispondente ad una disfunzione cronica dell’attenzione e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una predisposizione genetica, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: inattenzione, impulsività e instabilità motoria. Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino.

Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali.

Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i strong>farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito “multimodale”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).

Introduzione su: i disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi sono caratterizzati dalla sconnessione delle funzioni solitamente integrate della coscienza, memoria, identità o della percezione dell’ambiente. Vengono inclusi fra i disturbi dissociativi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Amnesia Dissociativa, che è caratterizzata dall’incapacità di rievocare importanti notizie personali, usualmente di origine traumatica e stressogena (è molto estesa e non può essere spiegata come una normale tendenza a dimenticare).
  • Fuga Dissociativa, che è caratterizzata dall’allontanamento improvviso e inaspettato da casa o dall’abituale posto di lavoro, accompagnato dall’incapacità di ricordare il proprio passato e da confusione circa la propria identità personale, oppure dall’ assunzione di una nuova identità.
  • Disturbo Dissociativo dell’Identità (precedentemente Disturbo da Personalità Multipla) , che è caratterizzato dalla presenza di due o più identità o stati di personalità, che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da una incapacità di ricordare importanti notizie personali ( è troppo estesa per essere spiegata con una normale tendenza a dimenticare).
  • Disturbo di Depersonalizzazione, che  è caratterizzato dal sentimento persistente o ricorrente di essere staccato dal proprio corpo o dai propri processi mentali, mentre rimane intatto il test di realtà.
  • Disturbo Dissociativo Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per registrare i disturbi in cui la manifestazione principale è un sintomo dissociativo, ma che non soddisfano i criteri per nessun Disturbo Dissociativo Specificato.

Introduzione su: i disturbi somatoformi

I disturbi somatoformi sono caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici, che fanno pensare ad una condizione medica generale, ma che non sono invece giustificati da una condizione medica generale, dagli effetti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I sintomi non sono intenzionali (come nei disturbi fittizi) e causano disagio significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree. Vengono inclusi fra i Disturbi Somatoformi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Disturbo di Somatizzazione (storicamente collegato all’Isteria o Sindrome di Briquet), che è un disturbo polisintomatico che comincia prima dei 30 anni (dura per più anni), caratterizzato dall’ associazione di dolore e sintomi gastro-intestinali, sessuali e pseudo-neurologici.
  • Disturbo Somatoforme Indifferenziato, che è caratterizzato da lamentele fisiche non giustificate (dura almeno 6 mesi), ma non raggiunge la soglia per la diagnosi di un Disturbo di Somatizzazione.
  • Disturbo di Conversione, che comporta sintomi ingiustificati di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie e sensitive, i quali potrebbero suggerire una condizione neurologica o medica generale (i fattori psicologici appaiono collegati con i sintomi o i deficit).
  • Disturbo Algico, che è caratterizzato dal dolore come punto focale principale dell’alterazione clinica. Inoltre vi è motivo di ritenere che qualche fattore psicologico abbia un importante ruolo nell’esordio, gravità, esacerbazione o mantenimento.
  • Ipocondria, che è la preoccupazione legata al timore o alla convinzione di avere una grave malattia, basata sull’ erronea interpretazione di sintomi o funzioni corporee.
  • Disturbo di Dismorfismo Corporeo, che è la preoccupazione riguardante un difetto presunto o sopravvalutato dell’aspetto fisico.
  • Disturbo Somatoforme Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per inquadrare quei disturbi i cui sintomi somatoformi  non incontrano i criteri per nessuno dei Disturbi Somatoformi.

Fine: Introduzione su: i disturbi somatoformi.

Ipocondria: ansia per la salute

L’ ipocondria negli ultimi anni si è diffusa negli ambienti clinici (fra gli psicologi, gli psicoterapeuti, i medici , gli psichiatri, ecc) con l’espressione di ansia per la salute (health anxiety) e si prevede che la prossima edizione del manuale diagnostico-statistico, in fase di definizione ( il nuovo DSM – V , che uscirà nel 2012), adotti il termine più accettabile di high health anxiety, che sottolinea le analogie emerse negli ultimi anni fra l’ipocondria e i disturbi d’ansia (Bunmi, Deacon e Abramowitz, 2009), piuttosto che con i disturbi somatoformi, tra i quali l’ipocondria è attualmente inserita.

Chi soffre di un disturbo d’ansia per la salute è spesso veramente disperato, teme di essere affetto o di poter morire di qualche terribile malattia . Lo stesso termine “ipocondria” viene rifiutato da chi ne soffre, perché in realtà si sente veramente male. L’ipotesi cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia per la salute presuppone che il meccanismo centrale dell’ansia sia una tendenza relativamente stabile a interpretare erroneamente i sintomi del corpo, le variazioni fisiche e altre informazioni ritenute rilevanti per la salute come prove dell’esistenza di una malattia (Salkovskis, 1989, 1996; Salkovskis e Clark, 1993; Salkovskis Warwick, 1986, 1990). L’impatto di queste interpretazioni erronee varia a seconda del grado di minaccia percepita, che è determinato dall’interazione di quattro fattori:

1) la probabilità che si manifesti la malattia temuta,

2) la percezione di quanto spaventose sono le conseguenze ( il dolore, la sofferenza di essere malati, la perdita di ruolo, i problemi causati alle persone care),

3) la percezione di quanto è in grado di prevenire peggioramenti della malattia e di quanto sente di poter influire sul suo decorso (la disponibilità di mezzi efficaci per far fronte alla minaccia percepita e di fattori esterni in grado di aiutare),

4) la possibilità di ricorrere ad un aiuto medico efficace (a volte percepiscono i “fattori di salvezza” come valori negativi, ritenendo ad esempio che le terapie per i tumori comportino conseguenze peggiori per il tumore stesso).

Cosa fa la persona che soffre di un disturbo d’ansia per la salute?

La persona rimane costantemente attenta ad ogni piccolo cambiamento somatico, monitorizza il suo corpo alla ricerca della presenza di eventuali segni di malattia, ha la ferma convinzione c he i medici contattati non siano stati in grado di capire la vera natura del suo problema e quindi di fornire una soluzione adeguata; riferisce spesso numerosi malesseri quali mal di testa o mal di stomaco o dolori alla schiena, ma è soprattutto la costante preoccupazione di avere la malattia che causa il disagio maggiore. La preoccupazione è legata allapaura di avere la malattia, non è la preoccupazione per la malattia. Per tale motivo la persona non riesce mai a trovare una risposta adeguata al suo malessere, perché non viene mai affrontato il suo vero problema: la ferma convinzione di avere una malattia, l’elemento cardine di un’ immagine si sé e della vita fortemente invalidante.

L’ansia per la salute o ipocondria solitamente si accompagna ai disturbi dell’umore ( depressione maggiore, distimia) e dell’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico e disturbo ossessivo-compulsivo); inoltre rispetto alla popolazione generale queste persone hanno una probabilità tre volte superiore di avere un disturbo di personalità ( di tipo ossessivo-compulsivo o evitante) e di abusare di sostanze, in particolare benzodiazepine (Barsky, Wyshak e Klerman, 1992; Sakai et al., 2010)

Come avviene il trattamento psicoterapico?

L’approccio di trattamento dell’ansia connessa allo stato di salute è molto simile a quello dell’attacco di panico, per il quale l’approccio cognitivo-comportamentale è il più efficace in base alle evidenze scientifiche. Spesso in passato in questi pazienti si sono verificati anche degli attacchi di panico e inizialmente un trattamento che fronteggia ilcircolo vizioso del panico è molto utile per introdurre la spiegazione cognitiva (modello cognitivo), che serve ad affrontare e fronteggiare il problema connesso all’ansia per la salute. Un trattamento ben riuscito degli attacchi di panico può rivelarsi un efficace mezzo di introduzione alla spiegazione cognitiva delcircolo vizioso dell’ansia connessa alla salute”, che aiuta a risolvere il problema ipocondriaco e ad eliminare la credenza dell’erronea interpretazione catastrofica dei sintomi”, che influisce in modo significativo sui significati pertinenti l’autostima e l’identità personale (queste persone hanno scarsa autostima e un’immagine di sé fragile, vulnerabile). Si interviene sul rimurginio dell’ansia connesso alla salute , si introduce e si aiuta la persona a darsi spiegazioni alternative, a spostare il focus della sua attenzione dal corpo (attenzione selettiva), si agisce sulle credenze centrali (timore sproporzionato di danno, tendenza alla previsione catastrofica, timore dell’incertezza, timori legati alla valutazione di sé e bisogno di controllo), che contribuiscono a mantenere il disturbo (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006), si effettuano interventi cognitivi basati sulla mindfulness (Lovas e Barsky, 2010), si utilizzano tecniche come l’esposizione e la prevenzione della risposta ( Visser e Bouman, 2001), si fanno elicitare pensieri e relativi significati per modificare errori di pensiero, convinzioni e credenze attraverso l’uso di tecniche cognitivo-comportamentali (Wells, 1999). 

Gli attacchi di panico e l’agorafobia

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

Vi è una relazione temporale tra la comparsa degli attacchi di panico e l’insorgenza dell’agorafobia (DSM-IV-R). Tuttavia gli attacchi di panico non si accompagnano sempre all’agorafobia, ma possono presentarsi anche da soli.

Cos’è un attacco di panico?

Si può definire “attacco di panico” un periodo preciso di intensa paura o disagio, che si sviluppa improvvisamente e raggiunge il suo picco nel giro di 10 minuti. E’ accompagnato da almeno 4 dei seguenti sintomi: dispnea, vertigini, palpitazioni, tremori, sudorazione, sensazione di asfissia, nausea, dolori addominali, depersonalizzazione, torpore, formicolio, vampate di calore, brividi, dolore al petto, paura di morire, paura di impazzire o di perdere il controllo (DSM IV – R). Dopo i primi attacchi di panico (la persona deve aver avuto almeno due attacchi di panico inaspettati, seguiti da almeno un mese di preoccupazione dovuta alla paura di averne un altro) la “paura di stare male” è tale che anche la presenza di un solo sintomo (es. vertigine, tachicardia, ecc.) può innescare la “paura della paura” che porta all’attacco di panico. Le due paure principali del disturbo da attacchi di panico sono la “paura di morire” (di un attacco di cuore) e la “paura di impazzire”.

Cos’è l’ agorafobica?

L’agorafobia è l’ansia relativa all’essere in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali può essere difficile ottenere un aiuto nel caso di un attacco di panico inatteso o situazionale (es. trovarsi fuori casa da soli, viaggiare da soli, trovarsi in galleria o in autostrada, fermi ad un semaforo o nel traffico cittadino, sui ponti, negli spazi aperti, in fila al supermercato, in banca, ecc.). L’agorafobia senza attacchi di panico si incontra raramente, di solito sussistono sempre delle crisi d’ansia, che però non raggiungono l’intensità prevista per fare una diagnosi di disturbo da attacchi di panico (DSM-IV-R). Altre volte si tratta di fobie specifiche (es. claustrofobia, Friend e Andrews, 1990). L’agorafobia è un disturbo d’ansia fobico, che rientra nel gruppo delle fobie, spesso correlate e sovrapposte, che includono la paura di uscire da casa, la paura della folla, dei posti pubblici, di entrare nei negozi o di viaggiare soli in treno, in autobus, in aereo, ecc. La caratteristica comune è la mancanza di una via di fuga immediatamente disponibile.

Quando, perché e come si verifica un attacco di panico?

Secondo il modello cognitivo del Disturbo di Panico gli attacchi di panico si verificano quando alcune sensazioni corporee vengono percepite come molto più pericolose di quanto non lo siano in realtà e di conseguenza vengono interpretate come segnali di un’imminente ed improvvisa catastrofe (Clark, 1986). Per esempio la persona interpreta erroneamente qualche palpitazione come il segnale di un infarto imminente, oppure una sensazione di nervosismo come il sintomo iniziale della perdita di controllo o della pazzia. Il circolo vizioso che culmina in un attacco di panico si sviluppa quando uno stimolo percepito come minaccioso crea uno stato di forte preoccupazione. Quando poi il soggetto interpreta in modo catastrofico le sensazioni somatiche che lo accompagnano, sperimenterà un ulteriore incremento della preoccupazione, si acuiranno le sensazioni somatiche fino all’esplosione vera e propria dell’attacco di panico. Per disinnescare il “circolo vizioso” che porta all’attacco di panico il modello cognitivo-comportamentale è quello più accreditato in base alle evidenze scientifiche e si dovrebbe porre come il trattamento di scelta nel disturbo di panico, perché è un trattamento di provata efficacia sperimentale (Williams J., Lyddon, John V. Jones, 2002). Sembra che l’efficacia sia equivalente e talora superiore a quella della farmacoterapia (Clum, 1989; Michelson e Marchione, 1991), senza considerare che l’uso del farmaco induce sempre a pensare che ogni risultato, miglioramento sintomatico sia da attribuire al farmaco e non a se stessi. Molte ricerche controllate hanno dimostrato che quasi tutti i pazienti sottoposti a terapia cognitivo-comportamentale migliorano e ben il 90% non ha più sintomi alla fine di una terapia breve (Williams J., Lyddon John V. Jones, 2002).

La terapia cognitivo-comportamentale degli attacchi di panico con agorafobia prevede due obiettivi:

1) bloccare gli attacchi di panico e la loro interferenza con la vita dell’individuo,

2) ridurre gli evitamenti agorafobici, l’ansia anticipatoria, l’ansia scatenata dall’esposizione, riducendo la vulnerabilità stessa al disturbo.

Infatti una volta che l’attacco di panico si è presentato intervengono tre fattori di mantenimento, che perpetuano il disturbo stesso:

1) l’attenzione selettiva sulle sensazioni corporee,

2) i comportamenti protettivi associati alla situazione,

3) e l’evitamento.

In pratica in terapia vengono fornite delle strategie comportamentali, affinché la persona possa sostituire i comportamenti protettivi in situazione, diminuire l’ansia e cambiare le cognizioni associate alle paure di morire, di impazzire o di perdere il controllo. Solitamente un protocollo di terapia breve cognitivo-comportamentale per gli attacchi di panico, se non sono presenti altri disturbi, prevede circa 16-20 sedute.

Introduzione su: l’insonnia primaria

L’alterazione prevalente è la difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno, o il sonno non ristoratore, per almeno 1 mese. Ciò causa disagio clinicamente significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree importanti. L’alterazione del sonno non si verifica esclusivamente durante il decorso di Narcolessia, Disturbo del Sonno Correlato alla Respirazione, Disturbo del Ritmo Circadiano del Sonno o di una Parasonnia;  non si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale (per es., Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo d’Ansia Generalizzato, un delirium) e l’alterazione non è dovuta agli effetti fisiopatologici diretti di una sostanza (per es., una sostanza di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale.

I soggetti riferiscono una combinazione di difficoltà di addormentarsi e di risvegli intermittenti durante il sonno. L’insonnia primaria è spesso associata ad aumentata reattività fisiologica o psicologica notturna, in combinazione con condizionamenti negativi per il sonno. Una notevole preoccupazione riguardo il sonno  e lo stress dovuto all’ incapacità di dormire possono contribuire allo sviluppo di un circolo vizioso. L’insonnia cronica può portare ad una diminuzione del senso di benessere durante il giorno. Molti individui affetti da insonnia primaria hanno una storia di sonno leggero o facilmente disturbato, precedenti a problemi di sonno; possono presentare sintomi di ansietà o depressione, che non soddisfano i criteri per uno specifico disturbo mentale e a volte usano le medicine in modo inappropriato.

La polisonnografia può dimostrare scarsa continuità del sonno. I soggetti possono apparire affaticati o afflitti, ma non dimostrano anomalie caratteristiche all’esame fisico; molti affermano che questi disturbi aumentano con l’età.  La maggior parte delle persone ha un esordio quasi improvviso in occasione di uno stress psicologico, sociale o medico e spesso l’insonnia persiste a lungo dopo la risoluzione di fattori causali originari. Il disturbo deve essere distinto dai disturbi mentali che includono l’insonnia come una manifestazione mentale o associata e non deve essere fattala diagnosi di insonnia se l’insonnia si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale.

Conflitti interpersonali

Conflitti interpersonali – Gestire i conflitti nella vita quotidiana: un’arte che si può apprendere

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Conflitti interpersonali

Il conflittoè un’esperienza comune, quotidiana nella vita dell’individuo. Non ha una natura né imprescindibilmente maligna né benigna, perché può diventare un’occasione, un’opportunità che può essere usata bene o male. Allontanare il conflitto impedisce ogni sua forma di elaborazione positiva e gli attribuisce un significato di distruzione. In qualunque sistema complesso molteplici fattori, aspettative, motivazioni ed interessi possono determinare situazioni di incomprensione, di disaccordo , di lite , perchè le possibilità di conflitto sono numerose e coinvolgono le persone a diversi livelli.

Conflitti interpersonaliCos’è il conflitto?

Secondo Kurt Lewin il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione. In sostanza il conflitto è una situazione sociale in cui due persone si oppongono in maniera evidente (es. l’antagonismo o l’atteggiamento di resistenza nei confronti dell’altro); rappresenta una crisi nel rapporto tra i due e per uscire è necessario uno sforzo di reciproco attivo adattamento.

Quali sono le tipologie di conflitti?

I conflitti possono essere di tre differenti tipi:

1) conflitti intrapsichici, ogni volta che dobbiamo effettuare delle scelte fra bisogni, desideri e doveri,

2) conflitti interpersonali, quando due persone sono in disaccordo perché hanno esigenze ed obiettivi differenti e per questo litigano,

3) conflitti intergruppo, nei casi di dispute tra gruppi e nazioni diverse.

Con quali strumenti si risolvono i conflitti?

Poiché viviamo in un contesto più portato allo scontro che al dialogo, più teso a vincere sull’avversario che a risolvere un problema, un’opera di mediazione che aiuti le parti a guardare più lontano di una vittoria immediata è necessario. La mediazione salvaguarda il potere creativo del conflitto senza negare le differenze , è fondata sul riconoscimento reciproco – recognition_ delle parti, che vengono aiutate non solo a risolvere nell’immediato il problema, ma anche a motivare attraverso un processo di arricchimento interiore verso la possibilità di guardare ai problemi futuri (Bush e Folger, 1994). Se un conflitto viene sopito senza essere compreso niente può garantirci che un altro conflitto possa nascere dopo poco (Castelli, 1996)

Come si gestiscono i conflitti?

E’ necessario riconoscere i contrasti senza rimuoverli, facendoli emergere quando sono latenti e costituiscono un problema reale per almeno una delle parti. Occorre apprendere una differente modalità per vivere i rapporti senza essere investiti dall’ansia di non mantenere rapporti stabili, regolari, ordinati con gli altri. Va sviluppata la capacità di stare dentro un conflitto in modo non distruttivo. Il conflitto per diventare costruttivo e motivo di scambio-confronto per individuarsi non deve essere evitato, ma gestito e trasformato in risorsa. Avviene un cambiamento di prospettiva che, prendendo le distanze da una concezione lineare basta su un modello causa-effetto, in cui si individuano un persecutore e una vittima, permette di giungere ad una visione di tipo circolare delle dinamiche relazionali che originano le situazioni conflittuali .Gran parte dei conflitti nascono proprio perche si è voluto evitare il contrasto e la differenza tra contrasto e conflitto non è sul piano quantitativo ma su quello qualitativo: il contrasto riguarda i contenuti, mentre il conflitto si sviluppa sul piano della relazione. Il contrasto non va considerato il male minore, ma una situazione sostanzialmente positiva, tenendo conto del fatto che il rischio che un contrasto possa degenerare in conflitto è meno presente di quanto si possa supporre. Alcuni autori vedono anche nel conflitto dei vantaggi, ad esempio la definizione di regole o l’adattamento all’ambiente (Coser, 1956). Il conflitto è ineliminabile nella vita quotidiana, possiamo solo spostarlo dai sistemi nei quali può creare maggiori danni a quelli in cui può rappresentare uno stimolo per creare coesione o produrre un cambiamento verso uno stadio di maggiore benessere.

Cosa potremmo modificare in noi stessi per affrontare meglio i conflitti?

E’ necessario imparare ad usare il nostro potere personale, che significa difendere i propri diritti senza violare quelli degli altri. Per farlo bisogna imparare ad esprimere idee, emozioni, opinioni, esigenze e necessità in modo appropriato, diretto ed onesto, ma soprattutto occorre essere ben consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni. (R. J. Edelmann, 1996) Per questo è necessario, in sintesi:

  • pensare realisticamente, rendersi conto dei propri schemi mentali che possono costituire delle barriere all’azione;

  • essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni, riflettere a lungo prima di rispondere e cercare di essere sinceri;

  • comunicare i propri desideri, sapere quello che ci aspettiamo da noi stessi e dalla situazione in modo da essere in grado di prendere l’iniziativa ed esprimere i propri desideri chiaramente e direttamente;

  • difendere i propri diritti dicendo agli altri quello che pensiamo e quello che siamo disposti a fare (solo così possiamo evitare di venire manipolati, sfruttati e offesi!);

  • usare la giusta dose di forza, non essere ne’ troppo aggressivi ne’ troppo timidi.

Va ricordato che nel caso in cui la responsabilità del conflitto sia interamente dell’altro, la responsabilità della continuazione delle ostilità sarà di entrambe le parti. Se non decidiamo di difenderci, entriamo a far parte di un circolo vizioso che alimenta il conflitto. (R. J. Edelmann, 1996)

Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

Comunicare in modo assertivo

Come ritrovare se stessi: ascoltare le proprie emozioni e comunicare in modo assertivo

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

L’arma vincente per superare la maggior parte delle nostre difficoltà non sta nel compiacere né nel dominare, piuttosto in un agire per (e non contro), ovvero nellaffermare se stessi per essere se stessi. Non è vincente chi passivamente si sottrae da ogni scontro per viltà o per amore di tutti, neppure colui che ottiene tutto ciò che vuole con modalità aggressive, non guardando in faccia a nessuno. E’ vincente chi sa adoperare le proprie risorse per farsi valere, sa esprimere i propri desideri, difendere i propri spazi e diritti, raggiungere i propri obiettivi, senza tuttavia mettere i piedi in testa a nessuno. Passività e aggressività sono due facce della stessa medaglia che portano alla “disitima di sé”. Chi è passivo e chi è aggressivo non è assertivo. (F.Nanetti, 2002)Comunicare

Cos’è l’assertività e a che cosa serve?

L’assertività è quell’atteggiamento, comportamento e forma di comunicazione che rende i rapporti più equi, consente di evitare le sensazioni di umiliazione che proviamo quando non riusciamo ad esprimere ciò che vogliamo veramente, costituisce un’alternativa al senso di impotenza e alla tendenza a manipolare gli altri. La comunicazione assertiva promuove l’uguaglianza nei rapporti umani, ci mette in grado di agire nel nostro migliore interesse, di difenderci senza ansia, di esprimere con facilità ed onestà le nostre sensazioni, di esercitare i nostri diritti senza negare quelli degli altri (Robert Alberti, Michael Emmons, 2003). E’ assertivo chi considera importanti le proprie esigenze, diritti, bisogni, desideri e cerca di soddisfarli, facendo in modo che i propri interessi vadano ad intaccare il meno possibile i diritti e i bisogni degli altri. Questo non significa che la persona che si comporta in modo assertivo sia sempre pacata e sorridente o “diplomatica”, l’importante è saper equilibrare, a seconda delle circostanze, aggressività e passività. La capacità di essere assertivi ha un effetto importantissimo sulla nostra autostima , tanto che se ci troviamo ad essere poco assertivi è probabile che la nostra vita sia caratterizzata da disistima, frustrazione, ansia, rabbia, demotivazione, depressione.

Da che cosa dipendono la nostra felicità, indipendenza di giudizio e capacità di affermare noi stessi?

Questo “stato positivo con noi stessi” dipende dal modo in cui interpretiamo le situazioni avverse, dal modo in cui ci affranchiamo dai condizionamenti e dal modo in cui sappiamo reagire alle persone con le quali entriamo in conflitto. Giocare al capro espiatorio, scaricando la colpa sugli altri è un inganno (incolpando gli altri occultiamo le nostre mancanze) e una rinuncia (non volendo vedere le nostre colpe evitiamo le responsabilità di cambiarle), per cui rimaniamo bloccati in una situazione di passività e di impotenza. In sostanza siamo noi responsabili del nostro malessere e benessere, ovvero non sono i fatti che ci inquietano, ma il nostro modo di valutarli. (F.Nanetti, 2002) Come scrive Lincoln :”Non c’è nulla, proprio nulla, di estremamente grave, se non lo consideriamo tale”. Questo ottimismo di pensiero non deve risolversi in una negazione della realtà, ma in una concretizzazione di uno “sforzo di comprensione” delle “nostre rappresentazioni della realtà”, delle nostre “mappe interne”, affinché impariamo, con il passare del tempo, ad interpretare e a reagire in modo costruttivo a ciò che ci accade. (F.Nanetti, 2002) Questo presuppone un ascolto delle nostre emozioni con un’attenzione ai nostri pensieri.

Quando riusciamo a ritrovare noi stessi e a sanare i nostri conflitti con gli altri?

Ogni conflitto con l’altro può essere sanato dopo che siamo diventati consapevoli di noi stessi e capaci di elaborare i nostri conflitti interni. Basti pensare all’insegnante che non riesce a mantenere la disciplina dei suoi alunni e che, nello stesso tempo, si sente in colpa se reagisce in modo autoritario; al preside che dichiara di non sottrarsi alle richieste dei collaboratori, ma che non riesce a delegare nulla e si fa carico di ogni compito; al dirigente d’azienda che recrimina la mancanza di impegno della sua segretaria, ma che rimanda ogni sollecito a tempi migliori; alla moglie che vorrebbe maggiore intimità nel rapporto con il marito, ma ha reazioni particolarmente colleriche che portano il coniuge a rifiutarla. L’ostacolo non sono gli altri, ma l’irrazionalità delle nostre convinzioni e l’inadeguatezza delle nostre reazioni. Il nemico non è l’altro, ma la nostra paura o la nostra presunzione. Per questo motivo è importante trovare una modalità di comunicazione assertiva, che diventi il nostro atteggiamento generale nei confronti del mondo. L’assertività è utile per gestire meglio i rapporti con i colleghi e con il datore di lavoro, per rapportarci adeguatamente alle persone autorevoli, per affrontare in modo corretto le critiche che ci vengono rivolte, per farci rispettare all’interno del gruppo dei pari, per farci esprimere nel migliore dei modi i nostri sentimenti più autentici, per farci effettuare delle scelte in campo professionale ed affettivo, per insegnarci a saper fare, a saper accettare complimenti e richieste.

Come dice Eschilo: “ Il dolore è figlio dell’errore e della follia della mente”

Gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo patologico: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

 

Si sta delineando una importante trasformazione nel campo delle dipendenze patologiche, tanto che accanto all’abuso/consumo/dipendenza di sostanze cosiddette tradizionali (alcool, hashish e derivati, tabacco, eroina e cocaina), si evidenzia un crescente utilizzo di quelle che vengono definite le“nuove sostanze” , ovvero forme di dipendenza o di compulsione che non prevedono l’uso di sostanze psicotrope. Nella pratica clinica nuove forme di dipendenza senza sostanze sono ad esempio la dipendenza da internet (IAD, Internet Addiction Disorder), da gioco d’azzardo patologico (Pathological Gambling), da acquisti compulsivi (Compulsive Buyers), da sesso (Sexual Addiction), da esercizio fisico (Exercise Addiction), da lavoro (Workalcoholic o Workaddiction), da rischio (Risk addiction), ecc.

Queste dipendenze provocano le stesse conseguenze delle altre tossico-dipendenze (l’escalation, la tolleranza, l’astinenza, l’evoluzione progressiva del quadro, ecc.), ma si costruiscono e si autoalimentano in assenza di qualsiasi sostanza. Spesso hanno a che fare con comportamenti, abitudini, usi del tutto legittimi e spesso socialmente incentivati (ad esempio l’esercizio fisico, l’uso di tecnologie informatiche, il lavoro, ecc.) . Giocare d’azzardo viene socialmente incentivato, perché diventa un modo per contribuire al deficit pubblico; non viene analizzato l’impatto sociale che l’istituzione di nuovi giochi rischia di creare, non vengono date indicazioni terapeutiche e sono quasi nulli gli stanziamenti per progetti di aiuto ai giocatori e ai loro familiari. Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico appare per molti versi “invisibile” o quantomeno difficilmente visibile.

Quando un gioco viene definito d’azzardo?

Un gioco viene definito d’azzardo quando c’è una posta in palio (un fine di lucro, il denaro) e l’esito dipende da fattori fuori dalla portata del giocatore (l’aleatorietà della vincita data al caso e non all’abilità). L’articolo 721 del Codice Penale definisce come giochi d’azzardo quelli “nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria. Secondo Callois (1981) per definire un gioco d’azzardo si debbono realizzare tre condizioni:

  1. il giocatore deve scommettere del denaro o un oggetto di valore;

  2. la scommessa, una volta giocata, non può essere ripresa;

  3. l’esito del gioco dipende dal caso.

I più comuni giochi d’azzardo in Italia sono: il lotto, il superenalotto, win for life, lotterie, gratta e vinci, scommesse legate a sport ed ippica, tombola e bingo, giochi a poker on line e le new slot (gli apparecchi da bar che hanno raccolto nel 2009 quasi 25 miliardi di euro).

Quali sono le stime della spesa per il gioco d’azzardo in Italia?

La spesa per il gioco d’azzardo in Italia è salita a 54 miliardi di euro nel 2009 e oltre i 60 miliardi nel 2010; giocano d’azzardo oltre 30 milioni di italiani, tra cui 2 milioni di minorenni. E’ un comportamento che offre la possibilità di sperare di poter cambiare la propria vita o realizzare un piccolo sogno, di sfidare o interrogare la sorte, di vivere un’emozione diversa, di regalarsi una parentesi di evasione o di distrazione. L’incidenza è inversamente proporzionale al benessere, è più diffuso fra i poveri, fra i disoccupati, fra le classi sociali basse e medio-basse, che impegnano il loro reddito di sussistenza. Come dice il sociologo Maurizio Fiasco (2000): “ quando l’economia fiorisce l’azzardo deperisce”. Tale equazione può essere applicabile anche in senso inverso, come suggerisce Imbucci ( 1999): “quando l’economia è in crisi, il gioco d’azzardo è in crescita”.

Quando il gioco d’azzardo diventa patologico?

Il gioco d’azzardo può divenire patologico, una vera e propria dipendenza, quando il giocatore si trova a spendere più di quanto possa permettersi. Secondo le stime è dipendente dal gioco in Italia dall’1 % al 3% della popolazione, quindi oltre 1 milione di persone.

Quali sono i meccanismi neurobiologici del gioco d’azzardo patologico (GAP)?

Le dipendenze patologiche vengono sempre a interessare, a livello cerebrale, il cosiddetto “circuito della ricompensa”, secondo il quale il piacere rinforza il comportamento che viene perciò ripetuto. Il circuito della ricompensa fa parte dei “sistemi motivazionali”, detti anche “sistemi di valore” (Edelman, 2006), “sistemi di comando delle emozioni di base” ( Paunksepp, 199). Questi sistemi, che sono formati da reti neurali collocate nel Diencefalo, in particolare il sistema della ricerca col sottosistema della ricompensa basato sulla dopamina, genera i comportamenti pseudo-appetitivi o compulsivi (il craving, i comportamenti riflessi e istintivi) e pseudo-consumatori con le sensazioni di piacere ad esso legate. (U. Corrieri, 2010)

Quali sono le terapie e i trattamenti più efficaci?

Le neuroscienze hanno chiarito che la psicoterapia è possibile perché i sistemi di comando delle emozioni di base sono comunque aperti all’influenza dei meccanismi di apprendimento e sono quindi modificabili da interventi finalizzati a processi di cambiamento. Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. I meccanismi biologici che rendono possibile la psicoterapia risiederebbero nei lobi frontali, che ci renderebbero capaci di reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei nostri sistemi di memoria (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale). I lobi frontali ci offrirebbero la possibilità di ritardare e inibire le decisioni a favore dell’uso del pensiero. (U. Corrieri, 2010) Se in generale questo è un presupposto che riguarda tutte le psicoterapie, in particolare esso riguarda le psicoterapie di tipo cognitivo-comportamentale, che sembrano essere le terapie più efficaci nel trattamento di questi disturbi e non solo. Quando il problema del gioco patologico si associa a turbe dell’umore e a stati d’ansia, vengono associati anche farmaci ansiolitici ed antidepressivi.

La depressione bipolare: trattamento cognitivo-comportamentale

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

La depressione è la malattia mentale più diffusa al mondo ed è in continua crescita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un’emergenza mondiale non solo per la grandezza del numero delle persone che ogni anno si ammalano, ma anche per gli effetti che il disturbo comporta. Infatti anche quando non si arriva al suicidio (la probabilità di suicidio è del 15% circa) si ha comunque un notevole deterioramento psicosociale, una compromissione in aree importanti della vita : la persona non riesce più a lavorare o a studiare, a mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse nelle attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo in famiglia e presenta uno stato di salute peggiore.

Ogni anno si ammalano di depressione circa 100 milioni di persone nel mondo , il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate. Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita; i tassi di prevalenza del disturbo per un periodo superiore ai 12 mesi oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e il 7% e 21% nelle donne. Si ipotizza che tra circa 15 anni nel mondo la depressione clinica avrà un peso sulla salute secondo solo alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998, WHO, 1998). La depressione è in aumento tra le persone giovani, gli adolescenti e i giovani adulti.

Cos’è la depressione bipolare?

La depressione bipolare (si distingue in depressione bipolare I e in depressione bipolare II, la depressione bipolare I è più grave) è una malattia mentale cronica e grave caratterizzata da episodi ricorrenti di depressione maggiore e mania. Una volta presentatosi dura tutta la vita, porta con sé un alto rischio di suicidio e spesso si presentain comorbilità con l’abuso di sostanze. La diagnosi può avvenire dopo che il soggetto abbia fatto esperienza del suo primo episodio di mania o di un episodio misto. La mania (DSM-IV-R, APA, 1994)è un periodo di umore espanso, euforico e irritabile che dura una settimana o meno in caso di ospedalizzazione. Devono esserci 3 sintomi addizionali di maniacalità che si presentano contemporaneamente in caso di umore euforico o 4 sintomi addizionali se l’umore è irritabile. Questi sintomi addizionali includono grandiosità, diminuito bisogno di sonno, rapido succedersi dei pensieri, agitazione psicomotoria, aumento dell’attività finalizzata e comportamenti con alto rischio di conseguenze negative. Durante un episodio misto i sintomi di depressione maggiore e mania si manifestano simultaneamente, oppure in rapida successione. Le “ricorrenze” sono da considerarsi episodi sintomatici, che si manifestano dopo un periodo di benessere, mentre le “ricadute” rappresentano il ritorno allo stato pienamente sintomatico, dopo un periodo durato almeno due mesi, in cui c’è stato un certo miglioramento dei sintomi. (William J. Lyddon, John V. Jones, Ir, 2002). Gli psicofarmaci rappresentano il trattamento elettivo per controllare gli episodi di depressione e mania, ma il solo trattamento farmacologico di rado è sufficiente per controllare e prevenire i sintomi. La terapia cognitivo-comportamentale (Basco e Rush, 1996) si pone come complemento alla farmacoterapia, la depressione bipolare è una malattia biologica, che richiede un trattamento biologico (stabilizzatori del tono dell’umore, litio, antipsicotici atipici).

La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo bipolare (Basco e Rush, 1996) ha la funzione di potenziare l’intervento farmacologico: le prime 4 sedute vengono impiegate per istruire i pazienti e le loro famiglie sulla malattia e sulla possibilità di trattamento; la 5° e la 6° seduta vengono centrate sul miglioramento dell’aderenza alla farmacoterapia, sviluppando un sistema di allarme rispetto al ripresentarsi dei sintomi; la 7° seduta serve per migliorare la compliance rispetto alla terapia farmacologica; dalla 8° alla 13° seduta viene fornita una CBT Skill per il controllo dei sintomi, con metodi personalizzati per individuare i sintomi sub-sindromici della depressione e della mania; infine dalla 14° alla 20° seduta vengono sviluppate le abilità di problem-solving per aiutare a fronteggiare i comuni stressorpsicosociali e interpersonali.

Come agisce la terapia cognitivo-comportamentale?

La terapia cognitivo-comportametale modifica la modalità di pensare, lo stile cognitivo “depressogeno”; può eliminare la cronicità nella “depressione unipolare” e può contribuire a prevenire le ricadute evitandole, sia nella depressione “unipolare” che “bipolare”. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle , ad affrontarle e ad evitarle, aumentando la qualità di vita della persona e la sua capacità di procurarsi eventi positivi. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita, partendo dalle attività quotidiane viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che possano condurre alla depressione.

In conclusione è conoscendo la tipologia della depressione, lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione che diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione.