Parent Training con i genitori

Il Parent Training con i genitori nel trattamento dei disturbi esternalizzanti dell’età evolutiva


Il Parent Training  è  una forma di intervento strutturato in  gruppo con genitori  con la specifica finalità di promuovere il benessere dei figli. Il Parent Training (abbreviazione PT) è uno degli interventi maggiormente utilizzati e studiati per i disturbi esternalizzanti dell’età evolutiva (disturbi oppositivo-provocatori, disturbi della condotta, disturbi dell’attenzione con e senza e iperattività, disturbi da comportamento dirompente, ecc.).Viene anche proposto per generiche problematiche di tipo educativo, per alcuni disturbi internalizzanti (ansia , depressione) e somatoformi, per i disturbi generalizzati dello sviluppo, nell’autismo, nel ritardo mentale e in altri tipi di disabilità. Ultimamente i Parent Training vengono utilizzatianche in ambito psicosociale, per migliorare le funzioni genitoriali nelle famiglie con bambini a rischio di trascuratezza o maltrattamento.

Come viene condotto un Parent Training?

Il Parent Training  è una forma di intervento strutturato e manualizzato, realizzato in gruppo (con genitori accomunati dall’esperienza di relazione con un figlio con problematiche specifiche) o con la coppia genitoriale (vengono preferiti quando sono presenti disturbi di personalità o depressione maggiore nei genitori, o quando si tratta di una coppia separata ad alta conflittualità).

E’ un approccio di derivazione statunitense, che si è diffuso a partire dalla fine degli anni sessanta. Viene condotto da un esperto con la specifica finalità di migliorare o modificare le pratiche genitoriali, al fine di promuovere il benessere dei figli.

Si propone di incrementare le abilità del genitore nella gestione quotidiana del figlio, di ridurre lo stress genitoriale e familiare , nonché di incrementare le capacità genitoriali nella soluzione dei problemi(Pietro Muratori, Sara Pezzica, Furio Lambruschi, 2013). In pratica i genitori imparano ad utilizzare tecniche di gestione dei comportamenti problematici del figlio (es. procedure di rinforzo o di estinzione) e a costituirsi nei confronti del figlio come un modello adeguato nelle varie situazioni (modellamento).

La cornice di riferimento è il comportamentismo e il paradigma dell’apprendimento sociale.

 

Come vengono strutturati i programmi di Parent Training?

I programmi vengono ideati su contenuti differenti, a seconda del tipo di problema da trattare. Gli incontri di gruppo vengono suddivisi in moduli, che affrontano ciascuno un tema specifico e costituiscono parte integrante di un percorso da compiere con i genitori. Di solito vengono inclusi nei training moduli sulla conoscenza dello sviluppo tipico del bambino e del problema o disturbo di cui è affetto ( es: autismo, disturbo oppositivo-provocatorio, della condotta, ecc.), sul senso di auto-efficacia dei genitori, sulle abilità comunicative con il bambino, sullo sviluppo di adeguate strategie educative e di gestione del problema o comportamento del figlio, ecc. Vengono anche integrate tecniche terapeutiche diverse come discussioni di gruppo, homework, role-playing, tecniche di rinforzo, video feedback, ecc.

 

Il conduttore si pone come un coach della funzione genitoriale, un esperto nei problemi del bambino, che deve possedere buone capacità relazionali, comunicative e di mediazione con le famiglie (Webster-Stratton, Herbert, 1994).

 

Come si svolge un Parent Training con gruppi di genitori?

Gli incontri di gruppo si svolgono a gruppi di 5-6 coppie di genitori ed è generalmente richiesta la presenza di entrambi i genitori. Ciò è determinante per la comprensione del disagio, per la condivisione coerente delle scelte educative e per offrire migliori possibilità di crescita al bambino (Lambruschi, 2004). Si segue un criterio di omogeneità per quanto riguarda l’età dei figli, per orientare in modo più specifico la tipologia degli interventi, rispettando le esigenze evolutive dei figli e per favorire maggiori occasioni di condivisione e processi di identificazione. Si tratta generalmente di gruppi chiusi, in cui tutti i membri iniziano e concludono insieme il percorso terapeutico. La durata può variare dai 10 ai 20 incontri, in base alla tipologia del problema e al programma scelto. Le sedute preferibilmente vengono condotte a cadenza quindicinale e hanno una durata di due ore. Stabilire un tempo consente una maggiore densità del lavoro e una più rapida applicazione alle vicende quotidiane di quanto appreso nell’esperienza di gruppo.

Il conduttore accoglie e offre uno spazio di elaborazione ai temi che si presume possano essere adeguatamente gestiti negli spazi e nei tempi previsti dal percorso, in modo che le sofferenze, le paure e i conflitti del singolo non vadano a ripercuotersi impropriamente sugli altri membri del gruppo (Pietro Muratori, Sara Pezzica, Furio Lambruschi, 2013).

Durante i percorsi di PT il conduttore procede ad una graduale spiegazione delle strategie educative e del loro inserimento nel contesto quotidiano del bambino. Si tratta di strategie di derivazione cognitivo- comportamentale, veicolate all’interno del gruppo, che dovranno essere sottoposte a verifica empirica da parte dei genitori: loro stessi verificheranno se si producono cambiamenti e risultati attesi. Le sessioni vengono accompagnate da schede/esercizi che i genitori dovranno completare a casa e che poi verranno verificati all’interno del gruppo. Questo per apprendere buone “pratiche educative” e ricevere un costante monitoraggio della loro corretta applicazione.

Si deve sviluppare fra conduttore e genitori una relazione tendenzialmente simmetrica e paritetica, va costruita una solida alleanza terapeutica e il clinico deve essere in grado di immaginare le scene di vita familiare così come il genitore le vede quotidianamente. Le ricerche mostrano come un’alleanza cooperativa così strutturata sia strettamente correlata alla successiva percezione di miglioramenti nella situazione problematica del figlio da parte del genitore (Kazdin, Whitley, marciano, 2006)

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa – Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia, Rimini, Pesaro

Deficit di attenzione e iperattività

IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO

L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori:

  1. ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),

  2. irrequietezza motoria al momento del risveglio,

  3. irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),

  4. apprendimento incostante e disattenzione a scuola,

  5. scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,

  6. scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,

  7. reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo),

  8. debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata),

  9. difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative),

  10. difficoltà a portare a termine ogni attività,

  11. difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) è una patologia corrispondente ad una disfunzione cronica dell’attenzione e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una predisposizione genetica, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: inattenzione, impulsività e instabilità motoria. Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino.

Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali.

Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i strong>farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito “multimodale”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).