Conflitti interpersonali

Conflitti interpersonali – Gestire i conflitti nella vita quotidiana: un’arte che si può apprendere

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Conflitti interpersonali

Il conflittoè un’esperienza comune, quotidiana nella vita dell’individuo. Non ha una natura né imprescindibilmente maligna né benigna, perché può diventare un’occasione, un’opportunità che può essere usata bene o male. Allontanare il conflitto impedisce ogni sua forma di elaborazione positiva e gli attribuisce un significato di distruzione. In qualunque sistema complesso molteplici fattori, aspettative, motivazioni ed interessi possono determinare situazioni di incomprensione, di disaccordo , di lite , perchè le possibilità di conflitto sono numerose e coinvolgono le persone a diversi livelli.

Conflitti interpersonaliCos’è il conflitto?

Secondo Kurt Lewin il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione. In sostanza il conflitto è una situazione sociale in cui due persone si oppongono in maniera evidente (es. l’antagonismo o l’atteggiamento di resistenza nei confronti dell’altro); rappresenta una crisi nel rapporto tra i due e per uscire è necessario uno sforzo di reciproco attivo adattamento.

Quali sono le tipologie di conflitti?

I conflitti possono essere di tre differenti tipi:

1) conflitti intrapsichici, ogni volta che dobbiamo effettuare delle scelte fra bisogni, desideri e doveri,

2) conflitti interpersonali, quando due persone sono in disaccordo perché hanno esigenze ed obiettivi differenti e per questo litigano,

3) conflitti intergruppo, nei casi di dispute tra gruppi e nazioni diverse.

Con quali strumenti si risolvono i conflitti?

Poiché viviamo in un contesto più portato allo scontro che al dialogo, più teso a vincere sull’avversario che a risolvere un problema, un’opera di mediazione che aiuti le parti a guardare più lontano di una vittoria immediata è necessario. La mediazione salvaguarda il potere creativo del conflitto senza negare le differenze , è fondata sul riconoscimento reciproco – recognition_ delle parti, che vengono aiutate non solo a risolvere nell’immediato il problema, ma anche a motivare attraverso un processo di arricchimento interiore verso la possibilità di guardare ai problemi futuri (Bush e Folger, 1994). Se un conflitto viene sopito senza essere compreso niente può garantirci che un altro conflitto possa nascere dopo poco (Castelli, 1996)

Come si gestiscono i conflitti?

E’ necessario riconoscere i contrasti senza rimuoverli, facendoli emergere quando sono latenti e costituiscono un problema reale per almeno una delle parti. Occorre apprendere una differente modalità per vivere i rapporti senza essere investiti dall’ansia di non mantenere rapporti stabili, regolari, ordinati con gli altri. Va sviluppata la capacità di stare dentro un conflitto in modo non distruttivo. Il conflitto per diventare costruttivo e motivo di scambio-confronto per individuarsi non deve essere evitato, ma gestito e trasformato in risorsa. Avviene un cambiamento di prospettiva che, prendendo le distanze da una concezione lineare basta su un modello causa-effetto, in cui si individuano un persecutore e una vittima, permette di giungere ad una visione di tipo circolare delle dinamiche relazionali che originano le situazioni conflittuali .Gran parte dei conflitti nascono proprio perche si è voluto evitare il contrasto e la differenza tra contrasto e conflitto non è sul piano quantitativo ma su quello qualitativo: il contrasto riguarda i contenuti, mentre il conflitto si sviluppa sul piano della relazione. Il contrasto non va considerato il male minore, ma una situazione sostanzialmente positiva, tenendo conto del fatto che il rischio che un contrasto possa degenerare in conflitto è meno presente di quanto si possa supporre. Alcuni autori vedono anche nel conflitto dei vantaggi, ad esempio la definizione di regole o l’adattamento all’ambiente (Coser, 1956). Il conflitto è ineliminabile nella vita quotidiana, possiamo solo spostarlo dai sistemi nei quali può creare maggiori danni a quelli in cui può rappresentare uno stimolo per creare coesione o produrre un cambiamento verso uno stadio di maggiore benessere.

Cosa potremmo modificare in noi stessi per affrontare meglio i conflitti?

E’ necessario imparare ad usare il nostro potere personale, che significa difendere i propri diritti senza violare quelli degli altri. Per farlo bisogna imparare ad esprimere idee, emozioni, opinioni, esigenze e necessità in modo appropriato, diretto ed onesto, ma soprattutto occorre essere ben consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni. (R. J. Edelmann, 1996) Per questo è necessario, in sintesi:

  • pensare realisticamente, rendersi conto dei propri schemi mentali che possono costituire delle barriere all’azione;

  • essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni, riflettere a lungo prima di rispondere e cercare di essere sinceri;

  • comunicare i propri desideri, sapere quello che ci aspettiamo da noi stessi e dalla situazione in modo da essere in grado di prendere l’iniziativa ed esprimere i propri desideri chiaramente e direttamente;

  • difendere i propri diritti dicendo agli altri quello che pensiamo e quello che siamo disposti a fare (solo così possiamo evitare di venire manipolati, sfruttati e offesi!);

  • usare la giusta dose di forza, non essere ne’ troppo aggressivi ne’ troppo timidi.

Va ricordato che nel caso in cui la responsabilità del conflitto sia interamente dell’altro, la responsabilità della continuazione delle ostilità sarà di entrambe le parti. Se non decidiamo di difenderci, entriamo a far parte di un circolo vizioso che alimenta il conflitto. (R. J. Edelmann, 1996)

Conflitti lavorativi in ambiente di lavoro

Conflitti lavorativi: gestire i conflitti interpersonali nell’ambiente di lavoro, trasformarli in conflitti costruttivi

a cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR ItaliaConflitti lavorativi

Conflitti lavorativiLa maggior parte di noi passa una considerevole parte della propria vita lavorando, in media 7-8 ore al giorno per 5-6 giorni alla settimana per 40-45 anni. Secondo le statistiche meno di un quarto delle persone che consideriamo “amici” sono persone con cui lavoriamo e almeno la metà di noi non ha amici sul posto di lavoro. I buoni rapporti di lavoro costituiscono una fonte di soddisfazione e sicurezza, specialmente se sono improntati sulla solidarietà reciproca sono associati ad un basso livello di ansia, depressione e malattia. Talvolta le relazioni nell’ambiente di lavoro sono fonte di grande disagio e di insoddisfazione, quando sono caratterizzate dalla presenza di conflitti. I contrasti nell’ambiente di lavoro non sono certo una rarità. Divergenze di opinione e discussioni animate sono aspetti inevitabili nella maggior parte degli ambienti lavorativi, ma se stimolano la ricerca di soluzioni creative i conflitti possono anche essere produttivi e non escludono alti livelli di realizzazione professionale. Solo quando le differenze e i contrasti, reali o immaginari, sono causa di grave disagio possono provocare stress e infelicità costanti. (R. Edelmann, 1996)

Qual è la nostra prima reazione quando subiamo comportamenti ingiusti (es. il dirigente che ci critica ingiustamente o che pretende risultati impossibili, il collega che abusa della sua autorità e che ci tiene all’oscuro di informazioni importanti, il cliente che ci fa perdere tempo.)?

La nostra prima reazione quando subiamo comportamenti di questo genere è a volte l’autocritica, come se ci sentissimo parzialmente responsabili dei fatti. Alcune critiche o molestie ci sorprendono in modo tale che non siamo in grado di reagire con la necessaria tempestività e ci fanno sentire inadeguati. Ci arrabbiamo sia con la persona che ha creato la situazione sia con noi stessi, perché non abbiamo saputo reagire adeguatamente.

Cosa è importante riconoscere in noi stessi quando ci troviamo di fronte ad un conflitto interpersonale nell’ambiente lavorativo?

E’ importante riconoscere che non siamo responsabili di tutto, se falliamo perché l’altra persona si rifiuta di collaborare dobbiamo essere consapevoli di aver fatto tutto il possibile, non va sminuita la fiducia in noi stessi attribuendoci le responsabilità del conflitto e l’incapacità di risolverlo. Inoltre se il conflitto non si risolve vanno prese misure alternative, come la possibilità di denuncia formale della situazione, il tentativo di trasferimento interno presso un altro ufficio, o, come scelta estrema, la ricerca di un nuovo lavoro. Possiamo anche analizzare il conflitto, per capire se questo è determinato dalla natura stessa dell’impiego (troppo lavoro o troppo poco), dal ruolo (livello di responsabilità), dall’organizzazione (mancanza di consultazione fra colleghi), dalla carriera (frustrazione delle proprie ambizioni), dal rapporto con i superiori, i subordinati, i colleghi, i clienti, ecc.

Quali sono gli effetti negativi dei conflitti?

I conflitti distruttivi provocano pesanti effetti negativi come l’alterazione del benessere psicofisico, la perdita di sicurezza e il calo dell’autostima. Si manifestano si a livello personale con lo stress, i sintomi psicologici (incapacità di concentrasi, di pensare lucidamente, di rilassarsi, ecc.), fisici ( emicrania, insonnia, difficoltà digestive, ulcere, ipertensione) e comportamentali (abbandono o evitamento dei rapporti che si sono rivelati conflittuali, abuso di alcolici, sigarette, tranquillanti nel tentativo di sciogliere la tensione) (Fontana, 1989), sia a livello aziendale e in questo caso tutta l’organizzazione risente della presenza di conflitti

Un conflitto può evolvere in senso positivo, trasformarsi in qualcosa di costruttivo?

I conflitti nel lavoro se affrontati in modo appropriato possono avere degli effetti positivi, come:

rafforzare un rapporto, riconoscendo il fatto di avere dei punti di vista diversi,e, che è possibile mediare;

aumentare la fiducia, perché risolvendo il conflitto le persone si fidano maggiormente l’una dell’altra, diventano consapevoli che le loro diverse posizioni non si escludono a vicenda;

aumentare l’autostima, perché l’esito positivo di un conflitto produce un aumento dell’autostima;

stimolare la creatività e la produttività, perché il conflitto se gestito in modo appropriato produce creatività e produttività attraverso la discussione fra le persone che hanno opinioni e interessi diversi;

essere fonte di soddisfazione, perché l’uomo ha sempre bisogno di stimoli e il conflitto in determinate circostanze stimola interesse e curiosità permettendo di utilizzare appieno le capacità individuali (Deutsch, 1971).

Naturalmente gli effetti positivi si manifesteranno solo se il conflitto è limitato e controllabile e ciò dipende dalla natura dei nostri rapporti di lavoro e dal valore che attribuiamo al conflitto. (R. Edelmann, 1996). Inoltre gioca un ruolo considerevole il riconoscimento del nostro potere personale, basti pensare alle barriere che ostacolano il nostro potere personale, che sono costituite da aspettative assurde che nutriamo verso noi stessi ( es. “devo piacere a tutti”, “devo sempre risultare simpatico”, “non devo mai dare l’impressione di essere vulnerabile”, “non devo mai rivelare le mie emozioni”, “non devo mai fare errori né riconoscere di averne fatti”, “non riuscirò mai ad affrontare rifiuti e critiche”). Tuttavia, se lo vogliamo, è possibile imparare ad usare il nostro potere personale con un lavoro psicologico su noi stessi.

Conflitti lavorativi.