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	<title>Obiettivo Benessere</title>
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	<description>Lo studio di psicologia e psicoterapia cognitivo comportamentale della Dottoressa Loretta Bezzi di Rimini e Pesaro si occupa di attacchi di panico, depressione, ansia, fobie, disturbi dell’umore, insonnia, ipocondria, somatizzazioni, disturbi di personalità, disturbi dissociativi, abuso e dipendenza da droghe e alcol, disturbi alimentari, disturbi dell’infanzia e dell’adolescenza, problemi di coppia e sessuologia.</description>
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		<title>Sessodipendenza o sexual addiction</title>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 17:16:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dipendenze Sessuali]]></category>
		<category><![CDATA[sessodipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[sexual addiction]]></category>
		<category><![CDATA[stres]]></category>

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		<description><![CDATA[Sessodipendenza o sexual addiction: una forma di dipendenza senza sostanze A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di sexual addiction, ovvero sessodipendenza. Cos’è la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><strong>Sessodipendenza o </strong></span><span style="font-size: medium;"><em><strong>sexual addiction</strong></em></span><span style="font-size: medium;"><strong>: una forma di dipendenza senza sostanze</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia</span></p>
<p align="JUSTIFY">Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di <em>sexual addiction</em>, ovvero sessodipendenza.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Cos’è la sessodipendenza?</em></p>
<p align="JUSTIFY">La <strong>sessodipendenza</strong> colpisce dal 3% al 6% della popolazione, con una netta prevalenza maschile (l’80% dei casi). Il termine sessodipendenza è entrato solo di recente nella letteratura psichiatrica, il fenomeno è noto da tempo sotto i più vari nomi (<strong>ipersessualità, ninfomania, sessuomania</strong>, ecc.). La sessodipendenza è difficile da separare da criteri etici e di costume, ma recentemente è stato proposto di accogliere la sessodipendenza come categoria nosografica nel DSM, il manuale diagnostico dell’ American Psychiatric Association. Quello che veniva un tempo definito un “dongiovanni”, uno “sciupafemmine” o più volgarmente un “puttaniere”, può diventare in quest’ottica un caso psichiatrico, suscettibile di terapie. La diagnosi di sessodipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e mediatico.( Jean – Francois Dortier, 2012). Abbiamo casi famosi nella politica e nello spettacolo, letterati, divi del cinema, ecc. Le sessodipendenze, ovvero le <strong>dipendenze sessuali</strong> raggruppano comportamenti sessuali compulsivi, l’ipersessualità e le turbe caratterizzate da un disordine del controllo degli impulsi. In questa classificazione si ritrovano sintomi comportamentali (rapporti sessuali frequenti, masturbazione compulsiva, instabilità relazionale, ecc.) e sintomi emozionali (senso di colpa nei confronti del partner, impotenza, vergogna, ecc.). (Croce e Nanni, 2004) Secondo E. Coleman (1990), i soggetti affetti da dipendenza sessuale presentano almeno due delle seguenti note comportamentali:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY">“abbordaggio compulsivo”, finalizzato alla gestione di stress ed ansia,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">autoerotismo compulsivo,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">fissazione compulsiva (iperidealizzazione di un partner inaccessibile verso il quale non sono rari episodi di gelosia delirante e di aggressività),</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">rapporti compulsivi amorosi multipli, con insoddisfazione delle relazioni amorose concrete e ricerca perpetua dell’amore ideale,</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">sessualità compulsiva (numerosi rapporti sessuali, vissuti in maniera insoddisfacente, bisogno inesauribile di atti sessuali, di espressioni amorose e di attenzioni).</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">Si parla di dipendenza per l’aspetto invasivo che la sessualità assume nella vita dell’individuo. Quanto alle conseguenze negative, queste riguardano sia il soggetto che le persone che gli stanno intorno. E’ chiaro che la sessualità è una pulsione fondamentale per tutti gli esseri umani e c’è un’ampia variabilità individuale. L’attrazione verso il sesso è distribuita secondo un continum che va dalla normalità alla patologia. Gli individui che hanno una vera e propria ossessione, una dipendenza dal sesso, si distinguono dal resto della popolazione perché si collocano verso l’estremo dell’ipersessualità. Gli uomini verso questo estremo sono di gran lunga più rappresentati delle donne.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Cosa caratterizza la dipendenza da sesso da una normale sessualità?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Il criterio della <strong>sofferenza,</strong> del <strong>bisogno imperioso</strong>, della <strong>“sete divorante</strong>” rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Matysiak, che è uno specialista delle dipendenze, si può parlare di sessodipendenza quando la vita dell’individuo è imperniata sul sesso a spese di tutto il resto. Ciò che contraddistingue la sessodipendenza è soprattutto il carattere ossessivo ed imperioso dell’attività sessuale. Il soggetto si sente come “posseduto” e non riesce a contrastare il suo comportamento. Tuttavia affinché si possa parlare di dipendenza deve essere presente l’aspetto doloroso, la sofferenza, il bisogno incoercibile da cui il soggetto non riesce a liberarsi.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>In quali modi questi soggetti soddisfano la propria pulsione?</em></p>
<p align="JUSTIFY">I modi per soddisfare la propria <strong>pulsione</strong> debordante sono vari: dalla pornografia alla masturbazione, dalla continua richiesta al partner di rapporti sessuali alla frequentazione assidua di prostitute, dai rapporti compulsivi amorosi multipli gestiti in rapporti paralleli (con più amanti e/o una moglie) all’abbordaggio compulsivo. Non necessariamente si tratta di seduttori sempre in cerca di nuove conquiste: sotto il profilo psicologico il “<strong>dongiovannismo</strong>” indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi soggetti dalla sessualità dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie, ovvero essere considerati dei “grandi amatori” o dei casi psichiatrici bisognosi di aiuto. ( Jean – Francois Dortier, 2012)</p>
<p align="JUSTIFY"><em>La sessodipendenza è causata da fattori ormonali , neurobiologici o è una costruzione sociale?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Le due alternative non necessariamente si escludono a vicenda, spesso coesistono.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quali sono le terapie attualmente in atto?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Fra i trattamenti indicati alcuni consigliano gli antidepressivi, mentre i gruppi di sostegno come i Sex Addictis Anonymous (SAA), fondati sul modello degli alcolisti anonimi, predicano l’astinenza. Con la psicoterapia il soggetto può apprendere a regolare l’impulsività che conduce alla sessodipendenza , ad introdurre “processi di pensiero” prima di compiere un atto sessuale . Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. La sessualità viene regolata e condotta verso una “sana sessualità” (l’astinenza è un principio estremo, che è valido per le dipendenze da sostanze, ovvero le droghe legali ed illegali). In sintesi è fondamentale, attraverso la psicoterapia, reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei sistemi di memoria del sessodipendente (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale), che portano al suo comportamento impulsivo.</p>
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		<title>Deficit di attenzione e iperattività</title>
		<link>http://www.drlorettabezzi.it/deficit-di-attenzione-e-iperattivita/</link>
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		<pubDate>Fri, 18 May 2012 05:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Disturbi Infanzia e Adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[la difficoltà a rispettare le regole]]></category>

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		<description><![CDATA[IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO  A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;"><strong>IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO</strong></span></p>
<p align="JUSTIFY"> <span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">L’</span><span style="font-size: x-small;"><strong>attenzione</strong></span><span style="font-size: x-small;"> è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come </span><span style="font-size: x-small;"><strong>difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria</strong></span><span style="font-size: x-small;">. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori: </span></p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">irrequietezza motoria al momento del risveglio, </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">apprendimento incostante e disattenzione a scuola,</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,</span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo), </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata), </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative), </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">difficoltà a portare a termine ogni attività, </span></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).</span></p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Il </span><span style="font-size: x-small;"><strong>Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI</strong></span><span style="font-size: x-small;">) è una patologia corrispondente ad una </span><span style="font-size: x-small;"><strong>disfunzione cronica dell’attenzione</strong></span><span style="font-size: x-small;"> e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una </span><span style="font-size: x-small;"><strong>predisposizione genetica</strong></span><span style="font-size: x-small;">, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: </span><span style="font-size: x-small;"><strong>inattenzione, impulsività e instabilità motoria.</strong></span><span style="font-size: x-small;"> Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I </span><span style="font-size: x-small;"><strong>geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica </strong></span><span style="font-size: x-small;">sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. </span><span style="font-size: x-small;"><strong>L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali</strong></span><span style="font-size: x-small;">. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i </span><span style="font-size: x-small;"><strong>trattamenti psicoeducativi</strong></span><span style="font-size: x-small;"> sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i </span><span style="font-size: x-small;"><strong>farmaci </strong></span><span style="font-size: x-small;">(psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“multimodale</strong></span><span style="font-size: x-small;">”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. </span><span style="font-size: x-small;"><strong>Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).</strong></span></p>
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		<title>Introduzione su: i disturbi somatoformi</title>
		<link>http://www.drlorettabezzi.it/introduzione-su-i-disturbi-somatoformi/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 05:17:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Somatizzazioni]]></category>
		<category><![CDATA[disturbi somatoformi]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo somatoforme non altrimente specificato]]></category>
		<category><![CDATA[disturbo somatoforme non altrimenti specificato]]></category>
		<category><![CDATA[funzionamento sociale]]></category>
		<category><![CDATA[i disturbi somatoformi]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[ipocondria esordio]]></category>
		<category><![CDATA[menomazione del funzionamento sociale]]></category>
		<category><![CDATA[menomazione del funzionamnto sociale]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivo benessere ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivo psicologia ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[somatoformi]]></category>
		<category><![CDATA[trattamento psicoterapia sistemica disturbo somatoforme indifferenziato]]></category>

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		<description><![CDATA[I disturbi somatoformi sono caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici, che fanno pensare ad una condizione medica generale, ma che non sono invece giustificati da una condizione medica generale, dagli effetti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I sintomi non sono intenzionali (come nei disturbi fittizi) e causano disagio significativo o menomazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: 13px; font-weight: normal;">I disturbi somatoformi sono caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici, che fanno pensare ad una condizione medica generale, ma che non sono invece giustificati da una condizione medica generale, dagli effetti di una sostanza o da un altro disturbo mentale. I sintomi non sono intenzionali (come nei disturbi fittizi) e causano disagio significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree. Vengono inclusi fra i Disturbi Somatoformi i seguenti quadri psicopatologici:</span></p>
<ul>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo di Somatizzazione</strong> (storicamente collegato all&#8217;Isteria o Sindrome di Briquet), che è un disturbo polisintomatico che comincia prima dei 30 anni (dura per più anni), caratterizzato dall’ associazione di dolore e sintomi gastro-intestinali, sessuali e pseudo-neurologici.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo Somatoforme Indifferenziato</strong>, che è caratterizzato da lamentele fisiche non giustificate (dura almeno 6 mesi), ma non raggiunge la soglia per la diagnosi di un Disturbo di Somatizzazione.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo di Conversione</strong>, che comporta sintomi ingiustificati di deficit riguardanti le funzioni motorie volontarie e sensitive, i quali potrebbero suggerire una condizione neurologica o medica generale (i fattori psicologici appaiono collegati con i sintomi o i deficit).</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo Algico</strong>, che è caratterizzato dal dolore come punto focale principale dell&#8217;alterazione clinica. Inoltre vi è motivo di ritenere che qualche fattore psicologico abbia un importante ruolo nell&#8217;esordio, gravità, esacerbazione o mantenimento.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Ipocondria</strong>, che è la preoccupazione legata al timore o alla convinzione di avere una grave malattia, basata sull’ erronea interpretazione di sintomi o funzioni corporee.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo di Dismorfismo Corporeo</strong>, che è la preoccupazione riguardante un difetto presunto o sopravvalutato dell&#8217;aspetto fisico.</li>
<li style="text-align: justify;"><strong>Disturbo Somatoforme Non Altrimenti Specificato</strong>, che è stato incluso per inquadrare quei disturbi i cui sintomi somatoformi  non incontrano i criteri per nessuno dei Disturbi Somatoformi.</li>
</ul>
<p>Fine: Introduzione su: i disturbi somatoformi.</p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/introduzione-su-i-disturbi-somatoformi/" title="ipocondria esordio">ipocondria esordio</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=384&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Gioco d&#8217;azzardo</title>
		<link>http://www.drlorettabezzi.it/gioco-dazzardo/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Apr 2012 05:16:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ludodipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[loretta bezzi]]></category>

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		<description><![CDATA[Il gioco d’azzardo patologico: una forma di dipendenza senza sostanze A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC &#160; Si sta delineando una importante trasformazione nel campo delle dipendenze patologiche, tanto che accanto all’abuso/consumo/dipendenza di sostanze cosiddette tradizionali (alcool, hashish e derivati, tabacco, eroina e cocaina), si evidenzia un crescente utilizzo di quelle che vengono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><span style="font-size: medium;"><strong>Il gioco d’azzardo patologico: una forma di dipendenza senza sostanze</strong></span></h4>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">Si sta delineando una importante trasformazione nel campo delle <strong>dipendenze patologiche</strong>, tanto che accanto <strong>all’abuso/consumo/dipendenza di sostanze</strong> cosiddette tradizionali (<strong>alcool, hashish e derivati, tabacco, eroina e cocaina),</strong> si evidenzia un crescente utilizzo di quelle che vengono definite le“<strong>nuove sostanze</strong>” , ovvero forme di <strong>dipendenza o di compulsione che non prevedono l’uso di sostanze psicotrope</strong>. Nella pratica clinica nuove forme di dipendenza senza sostanze sono ad esempio la <strong>dipendenza da internet</strong> (IAD, Internet Addiction Disorder), da <strong>gioco d’azzardo patologico</strong> (Pathological Gambling), da <strong>acquisti compulsivi</strong> (Compulsive Buyers), da <strong>sesso</strong> (Sexual Addiction), da <strong>esercizio fisico</strong> (Exercise Addiction), da <strong>lavoro </strong>(Workalcoholic o Workaddiction), da <strong>rischio</strong> (Risk addiction), ecc.</p>
<p align="JUSTIFY">Queste dipendenze provocano le stesse conseguenze delle altre tossico-dipendenze (l’escalation, la tolleranza, l’astinenza, l’evoluzione progressiva del quadro, ecc.), ma si costruiscono e si autoalimentano in assenza di qualsiasi sostanza. Spesso hanno a che fare con comportamenti, abitudini, usi del tutto legittimi e spesso socialmente incentivati (ad esempio l’esercizio fisico, l’uso di tecnologie informatiche, il lavoro, ecc.) . Giocare d’azzardo viene socialmente incentivato, perché diventa un modo per contribuire al deficit pubblico; non viene analizzato l’impatto sociale che l’istituzione di nuovi giochi rischia di creare, non vengono date indicazioni terapeutiche e sono quasi nulli gli stanziamenti per progetti di aiuto ai giocatori e ai loro familiari. Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico appare per molti versi “invisibile” o quantomeno difficilmente visibile.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quando un gioco viene definito d’azzardo?</em></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Un gioco viene definito d’azzardo quando c’è una posta in palio (un fine di lucro, il denaro) e l’esito dipende da fattori fuori dalla portata del giocatore (l’aleatorietà della vincita data al caso e non all’abilità)</strong>. L’articolo 721 del Codice Penale definisce come giochi d’azzardo quelli “nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria. Secondo Callois (1981) per definire un gioco d’azzardo si debbono realizzare tre condizioni:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY">il giocatore deve scommettere del denaro o un oggetto di valore;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">la scommessa, una volta giocata, non può essere ripresa;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">l’esito del gioco dipende dal caso.</p>
</li>
</ol>
<p align="JUSTIFY">I più comuni giochi d’azzardo in Italia sono: il lotto, il superenalotto, win for life, lotterie, gratta e vinci, scommesse legate a sport ed ippica, tombola e bingo, giochi a poker on line e le new slot (gli apparecchi da bar che hanno raccolto nel 2009 quasi 25 miliardi di euro).</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quali sono le stime della spesa per il gioco d’azzardo in Italia?</em></p>
<p align="JUSTIFY">La <strong>spesa per il gioco d’azzardo in Italia è salita a 54 miliardi di euro nel 2009 e oltre i 60 miliardi nel 2010</strong>; giocano d’azzardo oltre <strong>30 milioni di italiani</strong>, tra cui <strong>2 milioni di minorenni</strong>. E’ un comportamento che offre la possibilità di sperare di poter cambiare la propria vita o realizzare un piccolo sogno, di sfidare o interrogare la sorte, di vivere un’emozione diversa, di regalarsi una parentesi di evasione o di distrazione. L’incidenza è inversamente proporzionale al benessere, è più diffuso fra i poveri, fra i disoccupati, fra le classi sociali basse e medio-basse, che impegnano il loro reddito di sussistenza. Come dice il sociologo Maurizio Fiasco (2000): “ <em>quando l’economia fiorisce l’azzardo deperisce</em>”. Tale equazione può essere applicabile anche in senso inverso, come suggerisce Imbucci ( 1999): “quando l’economia è in crisi, il gioco d’azzardo è in crescita”.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quando il gioco d’azzardo diventa patologico?</em></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Il gioco d’azzardo può divenire patologico, una vera e propria dipendenza, quando il giocatore si trova a spendere più di quanto possa permettersi</strong>. Secondo le stime è dipendente dal gioco in Italia dall’1 % al 3% della popolazione, quindi oltre 1 milione di persone.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quali sono i meccanismi neurobiologici del gioco d’azzardo patologico (GAP)?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Le dipendenze patologiche vengono sempre a interessare, a livello cerebrale, il cosiddetto <em>“circuito della ricompensa”,</em> secondo il quale il piacere rinforza il comportamento che viene perciò ripetuto. Il circuito della ricompensa fa parte dei “<em>sistemi motivazionali</em>”, detti anche <em>“sistemi di valore</em>” (Edelman, 2006), “<em>sistemi di comando delle emozioni di base</em>” ( Paunksepp, 199). Questi sistemi, che sono formati da reti neurali collocate nel Diencefalo, in particolare il sistema della ricerca col sottosistema della ricompensa basato sulla dopamina, genera i comportamenti pseudo-appetitivi o compulsivi (il craving, i comportamenti riflessi e istintivi) e pseudo-consumatori con le sensazioni di piacere ad esso legate. (U. Corrieri, 2010)</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quali sono le terapie e i trattamenti più efficaci?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Le neuroscienze hanno chiarito che la psicoterapia è possibile perché i sistemi di comando delle emozioni di base sono comunque aperti all’influenza dei meccanismi di apprendimento e sono quindi modificabili da interventi finalizzati a processi di cambiamento. Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. I meccanismi biologici che rendono possibile la psicoterapia risiederebbero nei lobi frontali, che ci renderebbero capaci di reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei nostri sistemi di memoria (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale). I lobi frontali ci offrirebbero la possibilità di ritardare e inibire le decisioni a favore dell’uso del pensiero. (U. Corrieri, 2010) Se in generale questo è un presupposto che riguarda tutte le psicoterapie, in particolare esso riguarda le psicoterapie di tipo cognitivo-comportamentale, che sembrano essere le terapie più efficaci nel trattamento di questi disturbi e non solo. Quando il problema del gioco patologico si associa a turbe dell’umore e a stati d’ansia, vengono associati anche farmaci ansiolitici ed antidepressivi.</p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/gioco-dazzardo/" title="ludodipendenza psicologi">ludodipendenza psicologi</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=1087&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;ansia per la salute</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Apr 2012 17:16:34 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Ansia]]></category>
		<category><![CDATA[ansia da rimurginio]]></category>
		<category><![CDATA[approccio cognitivo comportamentale]]></category>
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		<category><![CDATA[disperazione ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[i disturbi somatoformi]]></category>
		<category><![CDATA[loretta bezzi]]></category>
		<category><![CDATA[quanto è diffusa l'ipocondria]]></category>
		<category><![CDATA[rimurginio]]></category>
		<category><![CDATA[salkovskis, 1989; warwick e salkovskis, 1990]]></category>

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		<description><![CDATA[A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC A causa delle implicazioni negative della parola ipocondria negli ultimi anni si è diffusa negli ambienti clinici (fra gli psicologi, gli psicoterapeuti, i medici , gli psichiatri, ecc) l’espressione di disturbi d’ansia per la salute (health anxiety) e si prevede che la prossima edizione del manuale diagnostico-statistico, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p style="text-align: justify;">A causa delle implicazioni negative della parola ipocondria negli ultimi anni si è diffusa negli ambienti clinici (fra gli psicologi, gli psicoterapeuti, i medici , gli psichiatri, ecc) l’espressione di <em style="text-align: justify;">disturbi d’ansia per la salute</em><span class="Apple-style-span" style="text-align: justify;"> (health anxiety) e si prevede che la prossima edizione del manuale diagnostico-statistico, in fase di definizione ( il nuovo DSM – V , che uscirà nel 2012), adotti il termine più accettabile di </span><em style="text-align: justify;">high health anxiety</em><span class="Apple-style-span" style="text-align: justify;">, che sottolinea le analogie emerse negli ultimi anni fra l’ipocondria e i disturbi d’ansia (Bunmi, Deacon e Abramowitz, 2009), piuttosto che con i disturbi somatoformi, tra i quali l’ipocondria è attualmente inserita.</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">Chi soffre di un disturbo d’ansia per la salute è spesso veramente disperato, teme di essere affetto o di poter morire di qualche terribile malattia . Lo stesso termine “ipocondria” viene rifiutato da chi ne soffre, perché in realtà si sente veramente male. L’ipotesi cognitivo-comportamentale del disturbo d’ansia per la salute presuppone che il meccanismo centrale dell’ansia sia una tendenza relativamente stabile a interpretare erroneamente i sintomi del corpo, le variazioni fisiche e altre informazioni ritenute rilevanti per la salute come prove dell’esistenza di una malattia (Salkovskis, 1989, 1996; Salkovskis e Clark, 1993; Salkovskis Warwick, 1986, 1990). L’impatto di queste interpretazioni erronee varia a seconda del grado di minaccia percepita, che è determinato dall’interazione di quattro fattori:</p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY">1<em>) la probabilità che si manifesti la malattia temuta, </em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>2) la percezione di quanto spaventose sono le conseguenze ( il dolore, la sofferenza di essere malati, la perdita di ruolo, i problemi causati alle persone care), </em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>3) la percezione di quanto è in grado di prevenire peggioramenti della malattia e di quanto sente di poter influire sul suo decorso (la disponibilità di mezzi efficaci per far fronte alla minaccia percepita e di fattori esterni in grado di aiutare), </em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>4) la possibilità di ricorrere ad un aiuto medico efficace (a volte percepiscono i “fattori di salvezza” come valori negativi, ritenendo ad esempio che le terapie per i tumori comportino conseguenze peggiori per il tumore stesso).</em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>Cosa fa la persona che soffre di un disturbo d’ansia per la salute?</em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">La persona rimane costantemente attenta ad ogni piccolo cambiamento somatico, monitorizza il suo corpo alla ricerca della presenza di eventuali segni di malattia, ha la ferma convinzione che i medici contattati non siano stati in grado di capire la vera natura del suo problema e quindi di fornire una soluzione adeguata; riferisce spesso numerosi malesseri quali mal di testa o mal di stomaco o dolori alla schiena, ma è soprattutto la costante preoccupazione di avere la malattia che causa il disagio maggiore. La preoccupazione è legata alla “</span><em>paura di avere la malattia</em><span style="font-size: x-small;">”, non è la preoccupazione per la malattia. Per tale motivo la persona non riesce mai a trovare una risposta adeguata al suo malessere, perché non viene mai affrontato il suo vero problema: </span><span style="font-size: x-small;"><em>la ferma convinzione di avere una malattia, l’elemento cardine di un’ immagine si sé e della vita fortemente invalidante</em></span><span style="font-size: x-small;">. </span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">L’ansia per la salute o ipocondria solitamente si accompagna ai disturbi dell’umore ( depressione maggiore, distimia) e dell’ansia (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico e disturbo ossessivo-compulsivo); inoltre rispetto alla popolazione generale queste persone hanno una probabilità tre volte superiore di avere un disturbo di personalità ( di tipo ossessivo-compulsivo o evitante) e di abusare di sostanze, in particolare benzodiazepine (Barsky, Wyshak e Klerman, 1992; Sakai et al., 2010)</span></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><em>Come avviene il trattamento psicoterapico?</em></p>
<p style="text-align: justify;" align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">L’approccio di trattamento dell’ansia connessa allo stato di salute è molto simile a quello dell’attacco di panico, per il quale l’approccio cognitivo-comportamentale è il più efficace in base alle evidenze scientifiche. Spesso in passato in questi pazienti si sono verificati anche degli attacchi di panico e inizialmente un trattamento che fronteggia il “</span><em>circolo vizioso del panico</em><span style="font-size: x-small;">” è molto utile per introdurre la spiegazione cognitiva (modello cognitivo), che serve ad affrontare e fronteggiare il problema connesso all’ansia per la salute. Un trattamento ben riuscito degli attacchi di panico può rivelarsi un efficace mezzo di introduzione alla spiegazione cognitiva del ”</span><em>circolo vizioso dell’ansia connessa alla salute</em><span style="font-size: x-small;">”, che aiuta a risolvere il problema ipocondriaco e ad eliminare la “</span><em>credenza dell’erronea interpretazione catastrofica dei sintomi</em><span style="font-size: x-small;">”, che influisce in modo significativo sui significati pertinenti l’autostima e l’identità personale (queste persone hanno scarsa autostima e un’immagine di sé fragile, vulnerabile). Si interviene sul </span><em>rimurginio dell’ansia</em><span style="font-size: x-small;"> connesso alla salute , si introduce e si aiuta la persona a darsi spiegazioni alternative, a spostare il focus della sua attenzione dal corpo </span><em>(attenzione selettiva</em><span style="font-size: x-small;">), si agisce sulle credenze centrali </span><em>(timore sproporzionato di danno, tendenza alla previsione catastrofica, timore dell’incertezza, timori legati alla valutazione di sé e bisogno di controllo</em><span style="font-size: x-small;">), che contribuiscono a mantenere il disturbo (Sassaroli, Lorenzini, Ruggiero, 2006), si effettuano interventi cognitivi basati sulla </span><em>mindfulness</em><span style="font-size: x-small;"> (Lovas e Barsky, 2010), si utilizzano tecniche come l’esposizione e la prevenzione della risposta ( Visser e Bouman, 2001), si fanno elicitare pensieri e relativi significati </span><span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;">per modificare errori di pensiero, convinzioni e credenze attraverso l’uso di tecniche cognitivo-comportamentali (Wells, 1999). </span></p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/lansia-per-la-salute/" title="quanto è diffusa lipocondria">quanto è diffusa lipocondria</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=828&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		<title>L’amore: come svilupparlo e mantenerlo il più a lungo possibile</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Apr 2012 05:16:31 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Amore e relazioni sentimentali]]></category>
		<category><![CDATA[affetto amicale]]></category>
		<category><![CDATA[loretta bezzi]]></category>
		<category><![CDATA[non romantico ma innamorato]]></category>

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		<description><![CDATA[L’amore: come svilupparlo e mantenerlo il più a lungo possibile A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC &#160; L’amore è un’attitudine o predisposizione a pensare, a provare sentimenti positivi e a compiere gesti positivi nei confronti di una specifica persona (Hendrick, 1986). In realtà esistono diversi tipi di amore e questa definizione è riduttiva. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><strong>L’amore: come svilupparlo e mantenerlo il più a lungo possibile</strong></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L’amore è un’attitudine o predisposizione a pensare, a provare sentimenti positivi e a compiere gesti positivi nei confronti di una specifica persona</strong> (Hendrick, 1986). In realtà esistono diversi tipi di amore e questa definizione è riduttiva. I ricercatori negli anni ’80 hanno individuato quattro principali forme di amore, che nascono e si sviluppano in modi molto differenti:</p>
<p align="JUSTIFY"><em>-l’amore amicale,</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>-l’amore romantico,</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>-l’amore compassionevole </em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>-e l’amore da attaccamento adulto. </em></p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L’amore amicale</strong> è un legame di amicizia che unisce due persone sulla base di un profondo sentimento di affetto, di fiducia e di condivisione di interessi; abbiamo la familiarità e la vicinanza che rendono la relazione piacevole, non ci sentiamo soli, possiamo contare sull’altro in caso di bisogno. L’amore amicale è un amore “lento”, che si sviluppa dolcemente, ma che una volta instauratosi è uno degli amori più stabili. (U. Catenazzi, G. Di Carlo , 2011). E’ stato ipotizzato che l’amore romantico si trasformi dolcemente in profondo amore amicale, lo notiamo nella coppia di vecchietti, talvolta in lite tra loro, ma legati da un sentimento che va ben oltre la semplice abitudine (Walster &amp; Walster, 1978).</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L’amore romantico</strong> è il sentimento degli innamorati, include l’aspetto passionale ma non si riduce solo a questo . Infatti l’amore romantico è il risultato di un equilibrio che si instaura tra amore passionale, amore erotico, l’essere innamorato e l’amore amicale. L’amore romantico, l’attrazione e il desiderio si generano dalla curiosità di conoscere l’altro, dall’imprevedibilità e dalla sorpresa. Non a caso il nemico della passione è la routine, che può trasformare l’amore romantico in un timido amore amicale o ancor peggio nell’indifferenza. L’amore romantico è l’amore più instabile. <strong>L’amore compassionevole </strong>è l’amore verso il prossimo, l’amore disinteressato rivolto alla cura e alla protezione dell’altro (es. l’amore dei genitori verso i figli). Tuttavia anche questo tipo di amore è coinvolto nell’alchimia che lega una coppia. Sembra attivarsi ogni volta che uno dei due partner è in difficoltà e ha bisogno di supporto e sostegno.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>L’amore da attaccamento adulto (Adult Attachment Love)</strong> è stato descritto da Harlow (1958) e da Bowlby (1979), che hanno notato come i bambini siano dotati di un complesso sistema di comportamenti innati ,che si attivano in presenza di una possibile minaccia, con lo scopo di ricercare la protezione e il conforto dalla persona preposta alla cura. E’ l’attaccamento che lega la persona al partner in un complesso sistema di comportamenti. Questi comportamenti inconsciamente determinano anche la scelta del compagno.</p>
<p align="JUSTIFY">In sintesi nel corso della vita tutti sperimentiamo questi quattro tipi di amore: l’amore amicale, l’amore romantico, l’amore compassionevole e l’amore da attaccamento adulto. Spesso accade che un tipo si trasformi in un altro in modo naturale e quasi impercettibile. (U. Catenazzi, G. Di Carlo , 2011). <strong>La prospettiva dell’amore è dinamica, evolve nel tempo, ad esempio un amore amicale basato su un profondo sentimento di affetto può trasformarsi nel tempo e diventare un amore romantico o compassionevole.</strong> (Berscheid, 2010</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Quali sono i fattori che rendono una relazione duratura?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Nel corso degli anni sono state proposte differenti ricette del “<strong>matrimonio perfetto</strong>”, perché nella storia i motivi per cui si decide di sposarsi sono profondamente cambiati. Il “matrimonio moderno” è basato sui sentimenti, l’80% dei soggetti sostiene che non potrebbe sposare una persona della quale non fosse innamorato. Tuttavia i matrimoni basati solo sull’amore romantico sono destinati a fallire, con il passare del tempo la soddisfazione della coppia tende inevitabilmente a diminuire (Van Laningham et. Al., 2001), a causa di problemi che la coppia non riesce a risolvere, ad esempio la mancanza di intimità e di attività condivise o la riduzione dei rapporti sessuali (Rogge &amp; Bradbury, 2002). Non è la presenza di sentimenti negativi a portare alla rottura, ma la scomparsa di sentimenti positivi come la pazienza, la comprensione, la dolcezza, gli scopi comuni che permettono di trovare le motivazioni per superare le difficoltà. Affinché la coppia duri nel tempo è indispensabile che non si basi solo sull’amore romantico, ma che a questo si accompagni quello amicale così da permettere, grazie ai sentimenti di vicinanza e alla condivisione di obiettivi e di interessi comuni, nuove soluzioni a vecchi problemi (Berscheid, 2010). Si potrebbe dire che l’amore diventa duraturo quando la relazione contiene, in una equazione di natura additiva, sia l’amore romantico, ma anche l’amore amicale, quello compassionevole ed infine l’amore da attaccamento adulto ( relazione duratura = amore romantico + amore amicale+ amore compassionevole+ amore da attaccamento adulto) . ). Spiegare ad un amico, che pensa che la sua relazione sia finita perché la passione è diminuita, che l’amore muta nel tempo ed assume sapori diversi, non potrebbe forse aiutarlo a risolvere più velocemente la sua crisi? Sembrerebbe che l’amore eterno possa esistere, ma questo non rimarrebbe sempre identico. Anche <strong>Shakespeare in un celebre sonetto diceva</strong>:”…<strong>l’amore</strong> <strong>non resta sempre identico a se stesso, ma continua a mutare e a trasformarsi parallelamente ai cambiamenti in chi lo prova”</strong> (U. Catenazzi, G. Di Carlo , 2011)</p>
<p align="JUSTIFY">
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/lamore-come-svilupparlo-e-mantenerlo-il-piu-a-lungo-possibile/" title="affetto amicale">affetto amicale</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/lamore-come-svilupparlo-e-mantenerlo-il-piu-a-lungo-possibile/" title="amore amicale amore">amore amicale amore</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=1045&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;amore: tutto quello che occorre sapere</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 17:16:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Amore e relazioni sentimentali]]></category>
		<category><![CDATA[libero]]></category>
		<category><![CDATA[loretta bezzi]]></category>
		<category><![CDATA[saper riconoscere l amore]]></category>
		<category><![CDATA[tutto quello che si puo sapere dell'amore]]></category>

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		<description><![CDATA[L’AMORE : TUTTO QUELLO CHE OCCORRE SAPERE SULL’AMORE PER INCONTRARE L’AMORE A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC &#160; Molto spesso le persone confondono l’amore, non lo riconoscono o pensano che sia amore ciò che in realtà non lo è. Se non siamo liberi di essere noi stessi non possiamo amare e bisogna essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>L’AMORE : TUTTO QUELLO CHE OCCORRE SAPERE SULL’AMORE PER INCONTRARE L’AMORE</strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Molto spesso le persone confondono l’amore, non lo riconoscono o pensano che sia amore ciò che in realtà non lo è.</strong> <strong>Se non siamo liberi di essere noi stessi non possiamo amare e bisogna essere liberi di rischiare per amare . Purtroppo solo rischiando si può crescere e amare (F. Nanetti,2010). </strong></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Come possiamo riconoscere l’amore che conduce ad un felice rapporto di coppia da un altro amore che porta con sé solo sofferenza e malessere?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Mentre <strong>l’amore inautentico</strong> nasce dalla paura, all’insegna della svalutazione o della mancanza, genera dipendenza ed è orientato al possesso dell’altro, <strong>l’amore autentico è sostenuto dalla forza del desiderio,</strong> nasce da una profonda accettazione dell’unicità dell’altro e di se stessi, segue i principi dell’onestà e della comprensione. Nell’amore autentico non mi svaluto, non voglio possedere l’altro per completarmi, voglio il bene dell’altro e sono attento sia al mio benessere che al benessere dell’altro. L’altro è amato per quello che è. (F. Nanetti, 2010) La <strong>logica dell’amore secondo il desiderio</strong> accetta l’imprevedibilità della risposta, non obbliga mai l’altro al suo soddisfacimento, l’altro è libero di amarlo , sa che in qualsiasi momento potrà essere da lui rifiutato, soffrirà per la sua assenza, ma nonostante ciò non eserciterà alcuna coercizione. <strong>Solo l’amore maturo, l’amore attraverso il desiderio può diventare amore eterno.</strong> Soltanto se l’altro si sentirà libero di amarmi potrà desiderare di avvicinarsi a me. <strong>Soltanto l’amore maturo, l’amore che segue la logica del desiderio presuppone l’esperienza dell’intimità</strong>, che non è raccontarsi tutto, non si è obbligati alla confidenza. Nella <strong>logica dell’amore secondo il bisogno</strong> si <strong>cerca di possedere l’altro</strong>, c’è un <strong>bisogno ossessivo dell’altro</strong>. L’amante ossessivo non si stima, non ha fiducia in sé, non si ama, è sempre insoddisfatto dell’amore dell’altro, deve saziarsi dell’altro. <strong>Nell’amore inautentico centrato sul bisogno l’altro viene obbligato ad amarci</strong>, c’è ansia, paura angosciante di perdere l’altro, ci sono sensi di colpa, c’è rabbia mascherata. Si cerca la sicurezza nel possesso: da qui i ricatti, le gelosie, i tradimenti, gli esasperati tentativi di cambiare l’altro per manipolarlo e controllarlo, per imprigionarlo. Entrambi sono responsabili di quello che gli sta accadendo (sono due persone con due bisogni che si incontrano) ed entrambi sono condannati alla mancanza di libertà, è un po’come nella metafora del secondino e del carcerato, controllando l’altro anche il secondino perde la sua libertà. (F. Nanetti, 2010)</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>Sempre riprendendo Franco Nanetti (2010), solo la capacità di sottrarsi all’esperienza del bisogno rende possibile la comunicazione autentica, altrimenti anche la bontà di fatto si trasforma in pseudo-bontà, in un buonismo contrapposto alla cattiveria, usato esclusivamente per colpevolizzare o per ricattare l’altro</strong> (“come puoi lasciarmi, dopo tutto quello che faccio per te?”). <strong>Se si vuole liberare se stessi, per trovare la propria autenticità ed autonomia, bisogna prima di tutto liberare l’altro, perché non si acquisisce nessuna libertà finché non la si concede</strong>.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Cosa rende una relazione dipendente?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Le cause che determinano una relazione centrata sul bisogno o sulla dipendenza sono molteplici, fra queste troviamo:</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">il <strong>bisogno di riconoscimento</strong> ( “se non mi ami non esisto, non valgo nulla”),</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">il <strong>bisogno ansioso e angosciante di appartenere e di non essere abbandonato</strong> (“stai con me, perché non sono in grado di stare da solo”),</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">il <strong>bisogno di superare la propria infelicità attraverso il possesso dell’altro</strong> (“stai con me perché sto troppo male”).</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">C’è da dire che nel bisogno nessuno ha mai la percezione di essere amato abbastanza. L’amore centrato sul bisogno è sempre conseguente alla nostra incompletezza, non ci piacciamo abbastanza, imploriamo l’amore o nella forma diretta attraverso la pretesa o nella forma indiretta tramite la manipolazione(es. il vittimismo, la sollecitudine eccessiva, l’idealizzazione adorante). Diventiamo ossessivi, esigenti, pretenziosi, compiacenti, tiranni e succubi semplicemente perché non ci amiamo, non ci stimiamo e non ci accettiamo per quello che siamo.</p>
<p align="JUSTIFY"><strong>In conclusione l’amore non si può comprare, non si può pietire, non si può imporre, lo si può solo conquistare. Senza garanzie e pretese l’amore può durare tutta la vita, perché nell’attesa senza pretese l’amore si rinnova sempre (F. Nanetti, 2010).</strong></p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/lamore-tutto-quello-che-occorre-sapere/" title="saper riconoscere l amore">saper riconoscere l amore</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/lamore-tutto-quello-che-occorre-sapere/" title="tutto quello che si puo sapere dell\amore">tutto quello che si puo sapere dell\amore</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=1050&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Depressione: nuove prospettive di trattamento</title>
		<link>http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/</link>
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		<pubDate>Fri, 09 Mar 2012 06:16:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Depressione]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenti disistima]]></category>
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		<description><![CDATA[La depressione: nuove prospettive di trattamento con la terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC La depressione è una malattia mentale molto diffusa, tanto che ogni anno si ammalano di depressione 100 milioni di persone; il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate . Si stima che circa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><strong>La depressione: nuove prospettive di trattamento con la terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione</strong></span></h3>
<p><span class="Apple-style-span" style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">La </span><span style="font-size: x-small;"><strong>depressione</strong></span><span style="font-size: x-small;"> è una malattia mentale molto diffusa, tanto che ogni anno si ammalano di depressione 100 milioni di persone; il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate . Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita. La depressione secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è in continua crescita , soprattutto tra le persone giovani, adolescenti e giovani adulti. Provoca un notevole </span><span style="font-size: x-small;"><strong>deterioramento nel funzionamento psicosociale, con compromissione di aree importanti della vita , ad esempio la persona non riesce più a lavorare o a studiare, ad intessere e mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse in alcuna attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali in famiglia, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo genitoriale e presenta uno stato di salute peggiore</strong></span><span style="font-size: x-small;">. Considerando la vasta diffusione dei disturbi depressivi, la natura invalidante degli stessi, l’alto tasso di prevalenza delle forme subcliniche (i sintomi non arrivano a soddisfare i criteri diagnostici, ma sono significativamente correlate alla probabilità di sviluppare nel futuro un episodio depressivo più grave), diventa estremamente importante riconoscere il prima possibile i sintomi depressivi e curarli efficacemente.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><em>I disturbi depressivi sono tutti uguali?</em></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">I disturbi dell’umore non sono tutti uguali, ma si manifestano in varie forme e tipologie, distinguibili non solo per gravità o categorie diagnostiche ( disturbi unipolari, disturbi bipolari, ecc) , ma anche per i “</span><span style="font-size: x-small;"><strong>costrutti”</strong></span><span style="font-size: x-small;"> e gli “</span><span style="font-size: x-small;"><strong>stili attribuzional</strong></span><span style="font-size: x-small;">i” di pensiero sottostanti. Questa distinzione ha portato ad una evoluzione nella psicoterapia della depressione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">Nel 1967 </span><span style="font-size: x-small;"><strong>A. Beck</strong></span><span style="font-size: x-small;"> con la sua </span><span style="font-size: x-small;"><strong>psicoterapia cognitivo-comportamentale standard</strong></span><span style="font-size: x-small;"> giunse ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico nella teoria, nella ricerca e nella terapia della depressione. Osservò la tendenza delle persone che si sentivano depresse ad </span><span style="font-size: x-small;"><strong>esprimere giudizi negativi su di sé, l’ambiente e il loro futuro</strong></span><span style="font-size: x-small;">. Questa </span><span style="font-size: x-small;"><strong>visione negativa di sé</strong></span><span style="font-size: x-small;"> (sentirsi inadeguato e difettoso), </span><span style="font-size: x-small;"><strong>del mondo</strong></span><span style="font-size: x-small;"> (interpretare negativamente le interazioni con l’ambiente circostante) e </span><span style="font-size: x-small;"><strong>del futuro</strong></span><span style="font-size: x-small;"> (avere una visione negativa del futuro, pessimistica) venne da lui chiamata “</span><span style="font-size: x-small;"><strong>triade cognitiva</strong></span><span style="font-size: x-small;">” e rappresentava il contenuto tematico cognitivo specifico e distintivo del disturbo depressivo. Poco dopo nel 1975 </span><span style="font-size: x-small;"><strong>M. Seligman</strong></span><span style="font-size: x-small;"> approfondì gli studi sui disturbi depressivi e arrivò alla formulazione della </span><span style="font-size: x-small;"><strong>“teoria dell’impotenza appresa”</strong></span><span style="font-size: x-small;"> per spiegare la depressione. Da questi studi sull’impotenza appresa (M. Seligman 1975; 1978) e sullo </span><span style="font-size: x-small;"><strong>stile attribuzionale o esplicativo </strong></span><span style="font-size: x-small;">(B. Weiner, 1985, 1986; Ingram, Miranda e Segal, 1998; Power e Dalgleish, 1997) a spiegazione degli eventi fu individuata una particolare forma di depressione, distinta dalle altre non in base ai sintomi, ma alle cause che la determinavano: la “</span><span style="font-size: x-small;"><strong>hopelessness depression</strong></span><span style="font-size: x-small;">”. Con la </span><span style="font-size: x-small;"><strong>hopelessness depression</strong></span><span style="font-size: x-small;"> (Abramson, Metalsky ed Alloy, 1989) </span><span style="font-size: x-small;"><strong>la persona è convinta di non avere speranza, né di poterne avere in futuro, pensa che gli eventi siano assolutamente negativi e di non essere in grado di fare nulla per modificare la situazione; si aspetta che risultati (o eventi) molto desiderati non si verifichino e/o che risultati (o eventi) molto dannosi si verifichino e che nessuna risposta possa impedire questi accadimenti, per cui si sente disperata</strong></span><span style="font-size: x-small;"> (il termine inglese </span><span style="font-size: x-small;"><strong>hopelessness significa disperazione</strong></span><span style="font-size: x-small;">). Il primo sintomo della hopelessness depression è la tendenza a </span><span style="font-size: x-small;"><strong>ritardare l’inizio delle risposte volontarie ad agire</strong></span><span style="font-size: x-small;"> , conseguentemente </span><span style="font-size: x-small;"><strong>l’umore è triste per l’aspettativa negativa</strong></span><span style="font-size: x-small;"> riguardo al futuro, si avverte mancanza di energia, apatia, rallentamento psicomotorio come conseguenza della mancanza di motivazione ad agire. Si notano rimurginii, disturbi dell’addormentamento e difficoltà di concentrazione. Le persone non riescono a smettere di pensare all’evento negativo, alle conseguenze, non “staccano” dai pensieri intrusivi negativi e non si concentrano su altro. Sono i pensieri negativi esacerbati dall’umore che mantengono il circolo vizioso, per i cui i pensieri diventano sempre più negativi. In questa forma di depressione l’autostima è bassa e la persona ha la tendenza alla dipendenza (questi sintomi aggiuntivi non sono sempre presenti). La disistima è legata alla tendenza ad attribuire stabilmente a se stessi, utilizzando la generalizzazione, gli eventi negativi (es. “il fallimento è dovuto alla mia persona”) e ad attribuire agli altri, senza la possibilità di alcun controllo, gli episodi (o eventi) positivi. La percezione della persona è quella di non essere capace di far fronte alle situazioni, si valuta inferiore agli altri, per cui la tendenza è quella di sentirsi dipendente. Questa modalità di pensiero causa la vulnerabilità per la depressione, che favorisce l’inizio del disturbo in presenza di eventi negativi e le ricadute depressive.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><em>Qual è il passaggio dalla terapia cognitivo-comportamentale standard di A. Beck alla terapia cognitivo-coportamentale di terza generazione nel trattamento della depressione?</em></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: x-small;">La terapia cognitivo-comportametale in genere (anche quella “standard” di Beck ) modifica la modalità di pensare, lo </span><span style="font-size: x-small;"><strong>stile cognitivo “depressogeno</strong></span><span style="font-size: x-small;">” ( es. “Se mi accade un evento negativo, poi me ne accadrà anche un altro, poi le cose andranno sempre peggio ed io non potrò farci nulla, perché sono impotente”), elimina la cronicità per la malattia e contribuisce a prevenire le ricadute evitandole. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle , ad affrontarle e ad evitarle, aumenta la qualità di vita, la capacità a procurarsi eventi positivi, primi fra tutti quelli sociali. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita partendo dalle attività quotidiane e viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che possano condurre alla depressione. Conoscendo la tipologia della depressione (nelle forme gravi l’approccio cognitivo viene integrato con quello farmacologico), lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione. La </span><span style="font-size: x-small;"><strong>terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione </strong></span><span style="font-size: x-small;">si è sviluppata negli ultimi venti anni, sperimentando nuovi approcci che stanno influenzando in modo profondo il modello standard. E’ stata introdotta la </span><span style="font-size: x-small;"><strong>mindfulness,</strong></span><span style="font-size: x-small;"> un’antica tecnica meditativa di origine buddista che sta stimolando l’interesse degli studiosi e dei ricercatori di tutto il mondo per il suo evidente positivo impatto sulle funzioni cognitive ed emotive.(P. Spagnuolo, 2009) Tra i vari protocolli ricordiamo </span><span style="font-size: x-small;"><strong>l’MBCT (Mindfulness Based Cognitive Therapy</strong></span><span style="font-size: x-small;">), un modello sperimentato con successo per evitare le ricadute della depressione (si dà ampio spazio alla pratica della mindfulness) e </span><span style="font-size: x-small;"><strong>l’ACT (Acceptance Commitment Therapy), </strong></span><span style="font-size: x-small;"> una terapia basata sulla mindfulness e un modello di funzionamento del linguaggio che è stato studiato per due decenni da S. Hayes e colleghi. L’ACT utilizza un gran numero di tecniche esperienziali, utili per molti altri disturbi e problemi come i disturbi d’ansia. </span><span style="font-size: x-small;"><strong>La mindfulness si può integrare alla terapia cognitivo-comportamentale perché rinforza gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale stessa e quest’ultima rinforza gli effetti della mindfulness. Questo circolo virtuoso è legato alla profonda sintonia tra i due modelli in quanto entrambi si basano sull’idea che i comportamenti adattivi e sani possano essere appresi, allo stesso modo in cui sono stati appresi dei comportamenti disadattavi. </strong></span><span style="font-size: x-small;">Entrambi gli approcci fanno leva sulla consapevolezza dell’attività mentale, sulla scelta non impulsiva dei comportamenti, ma esistono delle differenze significative tra i due strumenti che li rendono complementari: </span><span style="font-size: x-small;"><strong>il modo di pensare i pensieri</strong></span><span style="font-size: x-small;">. Nella terapia cognitivo-comportmentale i pensieri vengono esplorati ed analizzati nei loro contenuti, mentre nella mindfulness vengono riconosciuti come tali e distinti dall’esperienza percettiva del momento presente. Alcuni studiosi hanno pensato ad un cambiamento paradigmatico della terapia cognitivo-comportamentale, a tal punto da far pensare ad una nuova generazione della terapia cognitivo-comportamentale stessa (P. Stagnuolo, 2009). In conclusione la terapia cognitivo-comportamentale di terza generazione può essere ottimale nel trattamento delle forme più resistenti della depressione, quelle caratterizzate da </span><span style="font-size: x-small;"><strong>ruminazione depressiva</strong></span><span style="font-size: x-small;">.</span></p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/" title="stile attribuzionale">stile attribuzionale</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/" title="sentirsi inadeguato">sentirsi inadeguato</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/" title="disistima sintomi">disistima sintomi</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/" title="la depressione fa venire la disistima di se">la depressione fa venire la disistima di se</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/depressione-nuove-prospettive-di-trattamento/" title="relazioni sentirsi inadeguato">relazioni sentirsi inadeguato</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=1003&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;amore: fedeltà e tradimento</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Mar 2012 06:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’AMORE: FEDELTA’ E TRADIMENTO A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC &#160; “L’amore genera tutte le cose “, scrive San Paolo. Secondo Franco Nanetti (2010), che riprende questa frase di San Paolo, senza l’esperienza dell’amore non potremmo penetrare nella profondità di noi stessi, tanto che lo stato delle relazioni con le persone che amiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><strong>L’AMORE: FEDELTA’ E TRADIMENTO</strong></p>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">“<em>L’amore genera tutte le cose</em> “, scrive San Paolo. Secondo <strong>Franco Nanetti</strong> (2010), che riprende questa frase di San Paolo, <strong>senza l’esperienza dell’amore non potremmo penetrare nella profondità di noi stessi, tanto che lo stato delle relazioni con le persone che amiamo è l’unico e forse il più importante indicatore della nostra condizione interiore</strong>. L’incontro d’amore consente grandi trasformazioni interiori, mentre la sterilità affettiva rende ogni cosa evanescente e ci distanzia dalla passione della vita. <strong>La conoscenza di noi stessi passa attraverso l’incontro con l’altro e l’esperienza dell’amore autentico si può realizzare esclusivamente attraverso la conoscenza di se stessi.</strong> In sintesi è il riconoscimento di noi stessi che ci permette di accedere alla capacità di amare. Se le relazioni con le persone più importanti per noi vanno male, conseguentemente ci sentiamo male.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Cosa ci succede di fronte ad un tradimento in amore?</em></p>
<p align="JUSTIFY">Il <strong>tradimento</strong> è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito, porta con sé un senso di morte che lacera la coppia, la quale sente un urgente bisogno di un radicale rinnovamento, pena il lento decadimento affettivo dell’unione e dei singoli individui. Non a caso, molte persone intraprendono una psicoterapia in seguito ad un tradimento, sia che l’abbiano subito (per loro è un trauma), sia che l’abbiano agito, perché di solito ne segue una crisi coniugale. (F. Fiore, 2011) Eppure persino Cristo è stato tradito dai suoi amici, Pietro prima e Giuda poi. Nella lingua latina “tradire” non aveva una connotazione negativa, significava “consegnare”, “svelare”, “insegnare”, “trasmettere ai posteri”. Il traditore era colui che compiva, prima del cristianesimo, un passaggio di informazioni importanti. Tutto l’Antico Testamento è disseminato di tradimenti: Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli, le promesse mancate dal faraone, l’adorazione del vitello d’oro alle spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, ecc. Nella cultura greca il tradimento era un evento molto frequente, ma vissuto con una certa leggerezza e spesso non giudicato come “peccato”, sembrava una cosa naturale, umana e possibile. La coppia regale Zeus ed Era, era senza dubbio quella più tormentata dal tradimento. Le numerose scappatelle del marito suscitavano le ire della consorte, ma senza mai mettere in discussione il rapporto. Zeus ed Era non hanno mai rinunciato l’uno all’altra, perché legati da un vincolo d’amore potente e indissolubile. (F. Fiore, 2011</p>
<p align="JUSTIFY">Oggi, nella società odierna, il tradimento porta con sé un senso di perdita e di peccato che attanaglia la felicità delle coppie. Eppure il tradimento viene mantenuto, secondo <strong>Hillman</strong> (1990), da tre difese sbagliate:</p>
<p align="JUSTIFY"><em>1) la negazione di ogni possibile percezione positiva dell’altro;</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>2) il cinismo del tradito che mostra diffidenza , disprezzo verso l’altro e nel contempo collude con un nemico interno che gli impedisce definitivamente di vivere e di amare; </em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>3) il potere paranoico del tradito, che controlla il traditore con la diffidenza e il ricatto, chiedendo prove di devozione e fedeltà, chiedendo la sua sottomissione.</em></p>
<p align="JUSTIFY">Secondo <strong>Aldo Carotenuto </strong>(1991) il <strong>traditore e il tradito sono complici di quanto accade</strong>. Se il tradito non smette di aggredire e il traditore non smette di fornire rassicurazioni si arriva prima o poi al disfacimento della coppia. Chi tradisce è talora vittima di colui che è stato ingannato. Quest’ultimo (che subisce) inconsapevolmente è corresponsabile, perché scaricando tutti gli aspetti negativi del rapporto sulle spalle di chi ha perpetrato l’inganno, facendosi giustiziere spinge l’altro al tradimento. Il tradimento è un’azione disonesta, di mancanza di rispetto, la <strong>fedeltà</strong> è un valore da perseguire, ma non deve essere dettata dalla paura di perdere l’altro, quanto dalla <strong>scelta di essere onesto </strong>(F. Nanetti, 2010). Mai dire: “<em>Non tradirmi, starei troppo male</em>”. Questo distrugge il rapporto. L’amore rende possibile il tradimento e il suo superamento. Il perdono comporta un atto di grande generosità, che può essere compiuto soltanto se sussiste la consapevolezza che il fedifrago si adopera realmente per recuperare un rapporto di fiducia. Di fronte al tradimento ognuno dovrebbe cercare di riconoscere le proprie responsabilità, solo così l’esperienza del tradimento può diventare ciò che <strong>Antonio Mercurio</strong> (1979) chiama la <strong>divergenza per la convergenza</strong>, ovvero un’opportunità per recuperare un dialogo interrotto e ritrovare insieme la propria capacità di amare. Non sempre il tradimento può portare alla distruzione della coppia. (F. Nanetti, 2010). Tuttavia il tradimento non può essere neppure la soluzione delle difficoltà di coppia, un modo per ritrovare il proprio valore, per punire il partner o per reagire ad un eccesso di sollecitudine.</p>
<p align="JUSTIFY">In conclusione si potrebbe dire , come dice Franco Nanetti (2010), che <strong>amare solo quando si è certi che non si sarà traditi significa essere estranei alla vita reale e che nulla può proteggerci dall’ambivalenza e dall’inganno. L’amore maturo accetta il mistero dell’altro, la sua libertà di sentire, di essere e scegliere, pur desiderando la fedeltà nella reciprocità. </strong></p>
<p align="JUSTIFY">La fedeltà è un punto di forza del rapporto che va salvaguardato.</p>
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		<title>Psicologia della felicità</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 18:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Psicologia della felicità &#8211; Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché ognuno ha la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><strong>Psicologia della felicità &#8211; Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile</strong></span></h3>
<p><span style="font-size: x-small;">A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia</span></p>
<p align="JUSTIFY">Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché <strong>ognuno ha la sua felicità</strong>, così come ognuno indossa i vestiti che meglio calzano la sua figura. Il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di <strong>benessere soggettivo</strong>, ma è improprio. La <strong>felicità</strong> <strong>può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive</strong>. Se il <strong>benessere psicologico</strong> è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (<strong>Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità</strong> <strong>utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva</strong> (umore, sentimenti ed emozioni) (<strong>Veenhoven ,1984</strong>) . <strong>La felicità può altresì corrispondere alla</strong> <strong>discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere</strong> (<strong>Campbel et.al., 1976</strong>). Il <strong>benessere soggettivo</strong> è formato da diverse componenti: la <strong>soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative </strong>(<strong>Diener, 2000</strong>). Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le <strong>persone ottimiste</strong> sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La <strong>felicità</strong> aumenta addirittura la durata della vita. <strong>Martin Seligman</strong> (2002) propone <strong>un’equazione della felicità</strong> che sarebbe il risultato di un mix di fattori. Si tratterebbe della somma o addizione del patrimonio genetico o intelligenza (50%), delle attività che eseguiamo (40%) e delle situazioni fortuite (10%). Sembrerebbe che la genetica avrebbe la supremazia, ma l’equazione non convince. In realtà i fattori ambientali hanno un ruolo molto importante . <strong>Paolo Meazzini</strong> (2007) ha modificato quest’equazione, ha aggiunto il fattore “<strong>stile cognitivo</strong>” (il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda e la interpretiamo) e ha cambiato la natura da additiva o sommativa a moltiplicativa. E’ risultato che la felicità è data dalla dotazione genetica (50%), dallo stile cognitivo (20), dalle attività che svolgiamo (20%) e dalle circostanze fortuite (10%). Cosa significa tutto questo? Se anche uno solo dei valori fosse uguale a zero si azzererebbe tutto con la moltiplicazione. Non è forse vero che esistono persone con un buon patrimonio genetico, con una buona intelligenza profondamente infelici ed altre persone con un patrimonio genetico carente ovvero poco intelligenti molto felici? Altri autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a<strong> </strong>parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (<strong>Fordyce, 2000</strong>) Una <strong>mentalità positiva e ottimista</strong> è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. In sintesi ognuno di noi ha un numero davvero ragguardevole (quasi infinito) di possibilità di crearsi una vita felice o al contrario infelice.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Come si può fare per mantenere la felicità il più a lungo possibile?</em></p>
<p align="JUSTIFY">I <strong>principi fondamentali della felicità</strong>, che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in: <strong>essere più attivi e tenersi occupati, passare più tempo socializzando, essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato, organizzarsi meglio e pianificare le cose, smettere di preoccuparsi, ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni, sviluppare pensieri ottimistici e positivi, essere orientati sul presente, lavorare a una sana personalità, sviluppare una personalità socievole, essere se stessi, eliminare sentimenti negativi e problemi, i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità, considerare la felicità la priorità numero uno</strong>. Paolo Meazzini (2007) individua alcuni passi verso la felicità o proposte per condurre una vita felice:</p>
<ol>
<li>
<p align="JUSTIFY"><strong>Stendere un bilancio delle attività che siamo in grado di eseguire, suddividendole in attività gratificanti ed altre frustranti o addirittura punitive.</strong></p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY"><strong>Ricostruire la storia della propria vita e scoprire quale evento l’ha resa felice e quale infelice </strong>(identificare le attività che hanno procurato gioia e felicità isolandole da quelle che hanno destato sentimenti negativi e cercare di ripeterle)</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Evitare l’assuefazione</strong> (evitare che le attività siano sempre le stesse, altrimenti stancano!)</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Garantirsi la felicità attraverso i rapporti interpersonali </strong>( se ci accorgiamo di essere aggressivi, sarcastici o colpevolizzanti l’unica strada è cambiare, perché alla base di un buon rapporto interpersonale vi è comprensione, empatia, accettazione dell’altro, intimità e fiducia, condivisione di uno o più interessi).</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Incrementare il nostro senso di autostima</strong>.</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Non guardare solo in alto, ma anche un po’ in basso per ridimensionarci</strong> ( non è sempre vero che l’erba del vicino è sempre più verde, sembra a noi! )</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Proseguire nella vita uno scopo che trascende noi stessi </strong>( esempio la religione, i gruppi politici, aderire a qualche associazione, ecc.)</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>Organizzare il tempo in modo ottimale</strong> ( il tempo è una convenzione, ciò che conta è la nostra decisione di fare ovvero se vogliamo fermamente fare qualcosa il tempo si trova)</p>
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<p align="JUSTIFY"><strong>E la</strong> <strong>famiglia felice</strong>?</p>
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<p align="JUSTIFY">Riguardo l’ultimo punto la ricerca dimostra che le persone più felici sono quelle sposate, ma è anche vero che il matrimonio non dà sempre felicità. Le persone coniugate dichiarano di essere felici in una percentuale nettamente maggiore rispetto a quelle mai coniugate, a quelle divorziate ed infine a quelle separate. Il dato è discutibile perché le persone più felici, grazie al loro ottimismo, tendono a sposarsi più frequentemente delle persone meno felici. In questo caso il matrimonio non altererebbe in alcun modo i loro sentimenti. Le persone, cioè, sarebbero ragionevolmente felici prima ancora di sposarsi e manterrebbero questo stato di grazia anche durante la vita matrimoniale. Dice <strong>Oscar Wilde</strong>: <em>“Sposatevi in ogni caso: se vi capita una buona moglie sarete felici; se ve ne capita una cattiva, diventerete filosofi</em>”.</p>
<p align="JUSTIFY">In conclusione <strong>per aumentare il proprio livello di felicità occorre</strong> <strong>imparare a gustare l’esperienza vissuta , a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento felice. La felicità è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per l’altro 50% si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali</strong> (<strong>Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011</strong>).Di solito le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (<strong>Fordyce, 2000</strong>).</p>
Ricerche correlate: <a href="http://www.drlorettabezzi.it/psicologia-della-felicita/" title="m d r psicologia">m d r psicologia</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/psicologia-della-felicita/" title="come vivere sereni e felici">come vivere sereni e felici</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/psicologia-della-felicita/" title="emdr-italia">emdr-italia</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/psicologia-della-felicita/" title="m-d-r italia">m-d-r italia</a>&nbsp;<a href="http://www.drlorettabezzi.it/psicologia-della-felicita/" title="psicologa felici">psicologa felici</a>&nbsp;<img src="http://www.drlorettabezzi.it/?ak_action=api_record_view&id=997&type=feed" alt="" />]]></content:encoded>
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