Comunicare in modo assertivo

Come ritrovare se stessi: ascoltare le proprie emozioni e comunicare in modo assertivo

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

L’arma vincente per superare la maggior parte delle nostre difficoltà non sta nel compiacere né nel dominare, piuttosto in un agire per (e non contro), ovvero nellaffermare se stessi per essere se stessi. Non è vincente chi passivamente si sottrae da ogni scontro per viltà o per amore di tutti, neppure colui che ottiene tutto ciò che vuole con modalità aggressive, non guardando in faccia a nessuno. E’ vincente chi sa adoperare le proprie risorse per farsi valere, sa esprimere i propri desideri, difendere i propri spazi e diritti, raggiungere i propri obiettivi, senza tuttavia mettere i piedi in testa a nessuno. Passività e aggressività sono due facce della stessa medaglia che portano alla “disitima di sé”. Chi è passivo e chi è aggressivo non è assertivo. (F.Nanetti, 2002)Comunicare

Cos’è l’assertività e a che cosa serve?

L’assertività è quell’atteggiamento, comportamento e forma di comunicazione che rende i rapporti più equi, consente di evitare le sensazioni di umiliazione che proviamo quando non riusciamo ad esprimere ciò che vogliamo veramente, costituisce un’alternativa al senso di impotenza e alla tendenza a manipolare gli altri. La comunicazione assertiva promuove l’uguaglianza nei rapporti umani, ci mette in grado di agire nel nostro migliore interesse, di difenderci senza ansia, di esprimere con facilità ed onestà le nostre sensazioni, di esercitare i nostri diritti senza negare quelli degli altri (Robert Alberti, Michael Emmons, 2003). E’ assertivo chi considera importanti le proprie esigenze, diritti, bisogni, desideri e cerca di soddisfarli, facendo in modo che i propri interessi vadano ad intaccare il meno possibile i diritti e i bisogni degli altri. Questo non significa che la persona che si comporta in modo assertivo sia sempre pacata e sorridente o “diplomatica”, l’importante è saper equilibrare, a seconda delle circostanze, aggressività e passività. La capacità di essere assertivi ha un effetto importantissimo sulla nostra autostima , tanto che se ci troviamo ad essere poco assertivi è probabile che la nostra vita sia caratterizzata da disistima, frustrazione, ansia, rabbia, demotivazione, depressione.

Da che cosa dipendono la nostra felicità, indipendenza di giudizio e capacità di affermare noi stessi?

Questo “stato positivo con noi stessi” dipende dal modo in cui interpretiamo le situazioni avverse, dal modo in cui ci affranchiamo dai condizionamenti e dal modo in cui sappiamo reagire alle persone con le quali entriamo in conflitto. Giocare al capro espiatorio, scaricando la colpa sugli altri è un inganno (incolpando gli altri occultiamo le nostre mancanze) e una rinuncia (non volendo vedere le nostre colpe evitiamo le responsabilità di cambiarle), per cui rimaniamo bloccati in una situazione di passività e di impotenza. In sostanza siamo noi responsabili del nostro malessere e benessere, ovvero non sono i fatti che ci inquietano, ma il nostro modo di valutarli. (F.Nanetti, 2002) Come scrive Lincoln :”Non c’è nulla, proprio nulla, di estremamente grave, se non lo consideriamo tale”. Questo ottimismo di pensiero non deve risolversi in una negazione della realtà, ma in una concretizzazione di uno “sforzo di comprensione” delle “nostre rappresentazioni della realtà”, delle nostre “mappe interne”, affinché impariamo, con il passare del tempo, ad interpretare e a reagire in modo costruttivo a ciò che ci accade. (F.Nanetti, 2002) Questo presuppone un ascolto delle nostre emozioni con un’attenzione ai nostri pensieri.

Quando riusciamo a ritrovare noi stessi e a sanare i nostri conflitti con gli altri?

Ogni conflitto con l’altro può essere sanato dopo che siamo diventati consapevoli di noi stessi e capaci di elaborare i nostri conflitti interni. Basti pensare all’insegnante che non riesce a mantenere la disciplina dei suoi alunni e che, nello stesso tempo, si sente in colpa se reagisce in modo autoritario; al preside che dichiara di non sottrarsi alle richieste dei collaboratori, ma che non riesce a delegare nulla e si fa carico di ogni compito; al dirigente d’azienda che recrimina la mancanza di impegno della sua segretaria, ma che rimanda ogni sollecito a tempi migliori; alla moglie che vorrebbe maggiore intimità nel rapporto con il marito, ma ha reazioni particolarmente colleriche che portano il coniuge a rifiutarla. L’ostacolo non sono gli altri, ma l’irrazionalità delle nostre convinzioni e l’inadeguatezza delle nostre reazioni. Il nemico non è l’altro, ma la nostra paura o la nostra presunzione. Per questo motivo è importante trovare una modalità di comunicazione assertiva, che diventi il nostro atteggiamento generale nei confronti del mondo. L’assertività è utile per gestire meglio i rapporti con i colleghi e con il datore di lavoro, per rapportarci adeguatamente alle persone autorevoli, per affrontare in modo corretto le critiche che ci vengono rivolte, per farci rispettare all’interno del gruppo dei pari, per farci esprimere nel migliore dei modi i nostri sentimenti più autentici, per farci effettuare delle scelte in campo professionale ed affettivo, per insegnarci a saper fare, a saper accettare complimenti e richieste.

Come dice Eschilo: “ Il dolore è figlio dell’errore e della follia della mente”

Gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo patologico: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

 

Si sta delineando una importante trasformazione nel campo delle dipendenze patologiche, tanto che accanto all’abuso/consumo/dipendenza di sostanze cosiddette tradizionali (alcool, hashish e derivati, tabacco, eroina e cocaina), si evidenzia un crescente utilizzo di quelle che vengono definite le“nuove sostanze” , ovvero forme di dipendenza o di compulsione che non prevedono l’uso di sostanze psicotrope. Nella pratica clinica nuove forme di dipendenza senza sostanze sono ad esempio la dipendenza da internet (IAD, Internet Addiction Disorder), da gioco d’azzardo patologico (Pathological Gambling), da acquisti compulsivi (Compulsive Buyers), da sesso (Sexual Addiction), da esercizio fisico (Exercise Addiction), da lavoro (Workalcoholic o Workaddiction), da rischio (Risk addiction), ecc.

Queste dipendenze provocano le stesse conseguenze delle altre tossico-dipendenze (l’escalation, la tolleranza, l’astinenza, l’evoluzione progressiva del quadro, ecc.), ma si costruiscono e si autoalimentano in assenza di qualsiasi sostanza. Spesso hanno a che fare con comportamenti, abitudini, usi del tutto legittimi e spesso socialmente incentivati (ad esempio l’esercizio fisico, l’uso di tecnologie informatiche, il lavoro, ecc.) . Giocare d’azzardo viene socialmente incentivato, perché diventa un modo per contribuire al deficit pubblico; non viene analizzato l’impatto sociale che l’istituzione di nuovi giochi rischia di creare, non vengono date indicazioni terapeutiche e sono quasi nulli gli stanziamenti per progetti di aiuto ai giocatori e ai loro familiari. Il fenomeno del gioco d’azzardo patologico appare per molti versi “invisibile” o quantomeno difficilmente visibile.

Quando un gioco viene definito d’azzardo?

Un gioco viene definito d’azzardo quando c’è una posta in palio (un fine di lucro, il denaro) e l’esito dipende da fattori fuori dalla portata del giocatore (l’aleatorietà della vincita data al caso e non all’abilità). L’articolo 721 del Codice Penale definisce come giochi d’azzardo quelli “nei quali ricorre il fine di lucro e la vincita o la perdita è interamente o quasi interamente aleatoria. Secondo Callois (1981) per definire un gioco d’azzardo si debbono realizzare tre condizioni:

  1. il giocatore deve scommettere del denaro o un oggetto di valore;

  2. la scommessa, una volta giocata, non può essere ripresa;

  3. l’esito del gioco dipende dal caso.

I più comuni giochi d’azzardo in Italia sono: il lotto, il superenalotto, win for life, lotterie, gratta e vinci, scommesse legate a sport ed ippica, tombola e bingo, giochi a poker on line e le new slot (gli apparecchi da bar che hanno raccolto nel 2009 quasi 25 miliardi di euro).

Quali sono le stime della spesa per il gioco d’azzardo in Italia?

La spesa per il gioco d’azzardo in Italia è salita a 54 miliardi di euro nel 2009 e oltre i 60 miliardi nel 2010; giocano d’azzardo oltre 30 milioni di italiani, tra cui 2 milioni di minorenni. E’ un comportamento che offre la possibilità di sperare di poter cambiare la propria vita o realizzare un piccolo sogno, di sfidare o interrogare la sorte, di vivere un’emozione diversa, di regalarsi una parentesi di evasione o di distrazione. L’incidenza è inversamente proporzionale al benessere, è più diffuso fra i poveri, fra i disoccupati, fra le classi sociali basse e medio-basse, che impegnano il loro reddito di sussistenza. Come dice il sociologo Maurizio Fiasco (2000): “ quando l’economia fiorisce l’azzardo deperisce”. Tale equazione può essere applicabile anche in senso inverso, come suggerisce Imbucci ( 1999): “quando l’economia è in crisi, il gioco d’azzardo è in crescita”.

Quando il gioco d’azzardo diventa patologico?

Il gioco d’azzardo può divenire patologico, una vera e propria dipendenza, quando il giocatore si trova a spendere più di quanto possa permettersi. Secondo le stime è dipendente dal gioco in Italia dall’1 % al 3% della popolazione, quindi oltre 1 milione di persone.

Quali sono i meccanismi neurobiologici del gioco d’azzardo patologico (GAP)?

Le dipendenze patologiche vengono sempre a interessare, a livello cerebrale, il cosiddetto “circuito della ricompensa”, secondo il quale il piacere rinforza il comportamento che viene perciò ripetuto. Il circuito della ricompensa fa parte dei “sistemi motivazionali”, detti anche “sistemi di valore” (Edelman, 2006), “sistemi di comando delle emozioni di base” ( Paunksepp, 199). Questi sistemi, che sono formati da reti neurali collocate nel Diencefalo, in particolare il sistema della ricerca col sottosistema della ricompensa basato sulla dopamina, genera i comportamenti pseudo-appetitivi o compulsivi (il craving, i comportamenti riflessi e istintivi) e pseudo-consumatori con le sensazioni di piacere ad esso legate. (U. Corrieri, 2010)

Quali sono le terapie e i trattamenti più efficaci?

Le neuroscienze hanno chiarito che la psicoterapia è possibile perché i sistemi di comando delle emozioni di base sono comunque aperti all’influenza dei meccanismi di apprendimento e sono quindi modificabili da interventi finalizzati a processi di cambiamento. Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. I meccanismi biologici che rendono possibile la psicoterapia risiederebbero nei lobi frontali, che ci renderebbero capaci di reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei nostri sistemi di memoria (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale). I lobi frontali ci offrirebbero la possibilità di ritardare e inibire le decisioni a favore dell’uso del pensiero. (U. Corrieri, 2010) Se in generale questo è un presupposto che riguarda tutte le psicoterapie, in particolare esso riguarda le psicoterapie di tipo cognitivo-comportamentale, che sembrano essere le terapie più efficaci nel trattamento di questi disturbi e non solo. Quando il problema del gioco patologico si associa a turbe dell’umore e a stati d’ansia, vengono associati anche farmaci ansiolitici ed antidepressivi.