Fobia sociale o Ansia Sociale : modello cognitivo d’interpretazione e trattamento

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

La fobia sociale o ansia sociale è una paura nelle situazioni sociali di interazione (es. iniziare e mantenere una conversazione, incontrare altre persone o soprattutto conoscere persone nuove) o in quelle in cui si deve fornire una prestazione ( ad es. parlare in pubblico, fare presentazioni in incontri, scrivere o firmare di fronte ad altri) , nonché dal loro evitamento. La persona ha paura di essere valutata, di fare o dire qualcosa di imbarazzante, di essere vista in preda all’ansia. (G. Andrew et al., 2003). Tuttavia altre situazioni che comportano la possibilità di essere valutati possono scatenare l’ansia o fobia sociale (ad es. fare la coda, usare i trasporti pubblici, usare i bagni pubblici, telefonare quando ci sono altre persone, mangiare o bere in pubblico, frequentare luoghi affollati, compresi negozi o cinema). La maggior parte dei pazienti con fobia sociale teme più di una situazione (Turner e Beidel, 1989; Manuzza et al., 1995). Alla base del disturbo vi è la paura del giudizio negativo, ma viene esagerata sia la probabilità che la gravità delle previste conseguenze negative dell’eventuale giudizio sfavorevole.

Le persone con ansia sociale hanno molti sintomi presenti anche negli altri disturbi d’ansia (es. attacchi di panico) e il 77% ha come sintomi di accompagnamento l’arrossamento, la sudorazione o il tremore. Talvolta la fobia sociale è una condizione cronica e invalidante, con pesanti conseguenze in termini di sofferenza personale, mancata realizzazione sociale, lavorativa e personale. Queste persone hanno una minore probabilità di sposarsi rispetto alla popolazione generale (il 37% delle persone con fobia sociale non generalizzata e il 64% di quelle con fobia sociale generalizzata non si è mai sposata), sono spesso disoccupate e vivono sole, nonostante il livello di istruzione sia spesso elevato ( Manuzza et al., 1995; Norton et al., 1996).

Sono stati descritti diversi sottotipi di fobia sociale, come la fobia sociale generalizzata (riguarda la maggior parte delle situazioni sociali, che rappresenta un terzo dei casi) e la fobia sociale specifica (limitata solo ad alcune situazioni sociali, come la paura di parlare in pubblico, che è generalmente meno disabilitante e con una prognosi migliore). Inoltre in clinica vengono descritte una fobia sociale in comorbilità con un Disturbo della Personalità, soprattutto un Disturbo Evitante di Personalità ( più raramente un Disturbo Paranoide di Personalità, un Disturbo Schizotipico di Personalità, un Disturbo Schizoide di Personalità e un Disturbo Dipendente di Personalità) e una fobia sociale in comorbilità con depressione e/o abuso di alcool.

Tuttavia la paura di parlare in pubblico è comune in tutti i sottotipi, tanto che è stata suggerita una classificazione a tre: “ansia sociale pervasiva” (paura di parlare in pubblico + ansia da interazione sociale + paura di essere valutato + paura di mangiare e di bere in pubblico), “ansia sociale moderata( paura di parlare in pubblico + moderata ansia da interazione sociale) e “ansia di parlare in pubblico” da sola. (Eng et al., 2000).

L’età di esordio di questo disturbo è mediamente verso i 15 anni, anche se si sono rilevati picchi nell’intervallo da 0 a 5 anni e a 13 anni. La durata media della”paura sociale” è di 6 anni nell’80% dei casi , di 15 anni nel 28% e “fin da quando mi ricordo” nel 9% dei casi. Le persone continuano a soffrire di questo disturbo per molti anni prima di ricevere un trattamento, che viene ricercato in media tra i 30 e i 41 anni ( Marks, 1970; Mattick et al., 1989; mersch et al., 1989; Heimberg et al., 1990; Turner et al., 1991; Manuzza et al., 1995). Oggi si ritiene che i fattori genetici spieghino il 50% circa della fobia sociale e che siano particolarmente importanti nella fobia sociale generalizzata (Kendler et al., 1999). Mentre le teorie cognitive sull’inizio e sul mantenimento della fobia sociale rappresentano l’area di ricerca di maggior interesse (Clark e Wells, 1995; Rapee e Heimberg, 1997). Lo “schema cognitivo” del fobico sociale è la convinzione che un giudizio negativo avrebbe un esito catastrofico e che questo abbia un’alta probabilità di verificarsi in molteplici occasioni. Il fobico sociale sottostima le proprie prestazioni sociali, mentre sovrastima le probabilità di un esito sociale negativo e la gravità delle conseguenze negative derivanti dal verificarsi dell’esito temuto. Ha più pensieri negativi, pessimistici, ansiogeni, disfunzionali nelle situazioni sociali. Vi sono evidenze a favore dell’esistenza di una condizione di vulnerabilità cognitiva (Mattick et al., 1995). Chi soffre di fobia sociale tende anche ad attribuire la responsabilità degli esiti negativi più a se stesso che a fattori esterni, al contrario di quanto tende a fare chi non ne soffre (Hope et al., 1989). Sono state identificate numerose distorsioni cognitive che danno luogo ad ipervigilanza per i possibili indizi di giudizio negativo e a un’interpretazione esagerata, irrealistica, disfunzionale dei possibili indizi. La persona ha sempre l’impressione di essere sotto esame e criticata ed è particolarmente attenta verso ogni possibile segnale di “minaccia” alla sua reputazione, sovrastima la probabilità e la gravità delle conseguenze di risultati sociali sfavorevoli, valuta negativamente anche prestazioni sociali che per gli altri sarebbero normali e favorevoli, valuta come disastrose le sensazioni enterocettive, concentra la sua attenzione sulle proprie sensazioni ed emozioni (Wells e Papageorgiou, 1999).

La terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento d’elezione per la riduzione di sintomi e il miglioramento del funzionalmento sociale (es. con l’uso di tecniche di esposizione e insegnamento delle abilità sociali, ma soprattutto con la combinazione di terapia cognitiva ed esposizione, che ha un effetto significativamente maggiore). Il terapeuta aiuta il paziente a porsi obiettivi realistici per la terapia. La terapia cognitivo-comportamentale è efficace indipendentemente dalla gravità dei sintomi, ma l’esito finale è inferiore nelle persone con disabilità iniziale più grave. La persona viene incoraggiata a focalizzare l’attenzione su ciò che succede intorno a sè e non sulle proprie sensazioni, emozioni e sui propri pensieri (Wells e Papageorgiou, 1998)