Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

La Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

Depressione: trattamento cognitivo-comportamentale

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

La depressione è la malattia mentale più diffusa al mondo ed è in continua crescita, secondo  l’Organizzazione Mondiale della  Sanità; è una  emergenza mondiale non solo per la grandezza del numero delle persone che ogni anno si ammalano, ma anche per gli effetti che il disturbo comporta. Anche quando non si arriva al suicidio (la probabilità di suicidio è del 15% circa) si ha comunque un notevole deterioramento nel funzionamento psicosociale, con la compromissione di aree importanti della vita, la persona non riesce più a lavorare o a studiare, ad intessere e mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse in alcuna attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali in famiglia, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo genitoriale e presenta uno stato di salute peggiore.

Ogni anno si ammalano di depressione circa 100 milioni di persone nel mondo (il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate) e si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita;  i tassi di prevalenza del disturbo (disturbo depressivo maggiore) per un periodo superiore ai 12 mesi oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e il 7% e 21% nelle donne. Si ipotizza che tra circa 15 anni la depressione clinica avrà un peso sulla salute internazionale secondo solo alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998, WHO, 1998). I casi di depressione sono sempre più in aumento tra le persone giovani, adolescenti e giovani adulti, persone che sono nell’età in cui si costruiscono i mattoni della vita futura, come studiare e trovare lavoro, fare amicizie, trovare un amore e mettere su famiglia.

Considerando la vasta diffusione dei disturbi depressivi, la natura invalidante degli stessi, l’alto tasso di prevalenza delle forme subcliniche (i sintomi non arrivano a soddisfare i criteri diagnostici), significativamente correlate alla probabilità di sviluppare in seguito un episodio depressivo più grave, diventa estremamente  importante riconoscere il prima possibile i sintomi depressivi e curarli efficacemente.

I disturbi dell’umore non sono tutti uguali, ma si manifestano in varie forme e tipologie, distinguibili non solo per gravità o categorie diagnostiche ( disturbi unipolari, disturbi bipolari, ecc) , ma anche per i “costrutti” e gli “stili attribuzionali” di pensiero sottostanti.

A. Beck (1967; 1971),  che portò ad un vero e proprio cambiamento paradigmatico nella teoria, nella ricerca  e nella terapia della depressione, osservò la tendenza delle persone che si sentivano depresse ad esprimere giudizi negativi su di sé, l’ambiente e il loro futuro. Questa visione negativa di sé (sentirsi inadeguato e difettoso), del mondo (interpretare negativamente le interazioni con l’ambiente circostante) e del futuro (avere una visione negativa del futuro, pessimistica), che  venne da lui chiamata “triade cognitiva”, costituisce il contenuto tematico cognitivo specifico e distintivo del disturbo depressivo.

M. Seligman (1975; 1978), che approfondì gli studi sui disturbi depressivi, giunse invece alla formulazione della “teoria dell’impotenza appresa” per spiegare la depressione. L’autore nei suoi esperimenti con gli animali osservò che  gli animali che vivono in una situazione in cui non possono controllare gli stimoli negativi a loro diretti, sviluppano un comportamento simile a quello che caratterizza il disturbo depressivo.  Nei suoi esperimenti classici con i cani posti in una gabbia, progettata in modo tale che in alcuni casi si potevano evitare le scariche elettriche intermittenti (saltando da un lato all’altro della gabbia), mentre in altri casi non si poteva in alcun modo fuggire,  i cani che non potevano sottrarsi alla scarica elettrica non lo facevano neanche quando ne avevano la possibilità e mostravano un comportamento passivo.

Gli animali (come succede spesso anche agli umani) erano giunti alla convinzione che qualsiasi cosa potessero fare o potesse cambiare, comunque non sarebbero sfuggiti alle situazioni negative.

Da questi studi sull’impotenza appresa (M. Seligman 1975; 1978),  e sullo stile  attribuzionale o esplicativo (B. Weiner, 1985, 1986; Ingram, Miranda e Segal, 1998; Power e Dalgleish, 1997) a spiegazione degli eventi, fu individuata una particolare forma di depressione, la “hopelessness depression”, distinta dalle altre forma di depressione non in base ai sintomi, ma alle cause che la determinano.

Con questa forma di depressione, detta hopelessness depression (Abramson, Metalsky ed Alloy, 1989) la persona è convinta di non avere speranza, né di poterla avere in futuro, pensa che gli eventi siano assolutamente negativi e di non essere in grado di fare nulla per modificare la situazione, si aspetta che risultati (o eventi) molto desiderati non si verifichino e/o che risultati (o eventi) molto dannosi si verifichino e che nessuna risposta possa impedire questi accadimenti, per cui si sente disperata (il termine inglese hopelessness significa disperazione).

Il primo sintomo della hopelessness depression è la tendenza a ritardare l’inizio delle risposte volontarie  ad agire , conseguentemente l’umore è triste per l’aspettativa negativa riguardo al futuro, si avverte mancanza di energia, apatia, rallentamento psicomotorio, come conseguenza della mancanza di motivazione ad agire, si notano rimurginii, disturbi dell’addormentamento e difficoltà di concentrazione, per la difficoltà a smettere di pensare all’evento negativo e alle sue conseguenze,  non riuscendo  a “staccare” dai pensieri intrusivi negativi e a concentrarsi su altro, quei pensieri negativi esacerbati dall’umore che mantengono il circolo vizioso e in cui i pensieri diventano sempre più negativi. In questa forma di depressione l’autostima è bassa e la persona ha tendenza è alla dipendenza, ma questi sintomi non sono sempre presenti.

In particolare la bassa autostima è legata alla tendenza ad attribuire  stabilmente a se stessi,  utilizzando la generalizzazione, gli eventi negativi (es. “il fallimento è dovuto alla mia persona”) e ad di attribuire agli altri, senza la possibilità di alcun controllo, gli episodi (o eventi) positivi. La percezione della persona è quella di non essere capace di far fronte alle situazioni, di valutarsi inferiore agli altri, da cui deriva la tendenza a sentirsi dipendente. Questa modalità di pensiero causa la vulnerabilità per la depressione, che favorisce l’inizio del disturbo in presenza di eventi negativi e le ricadute depressive.

La terapia cognitivo-comportametale modifica questa modalità di pensare, questo stile cognitivo detto depressogeno (es. “Se mi accade un evento negativo, poi me  ne accadrà anche un altro, poi le cose andranno sempre peggio ed io non potrò farci nulla, perché sono impotente”), può eliminare la cronicità per la malattia e può contribuire a prevenire le ricadute evitandole. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle , ad affrontarle e ad evitarle, aumenta la qualità di vita della persona e in particolare la  capacità a procurarsi eventi positivi, primi fra tutti quelli sociali. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita, partendo dalle attività quotidiane, viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti  nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che  possano condurre alla depressione.

E’  conoscendo la tipologia della depressione (nelle forme gravi l’approccio cognitivo viene integrato con quello farmacologico), lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione che diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione. La hopelessness depression è solo una forma di depressione.