Deficit di attenzione e iperattività

IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO

L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori:

  1. ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),

  2. irrequietezza motoria al momento del risveglio,

  3. irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),

  4. apprendimento incostante e disattenzione a scuola,

  5. scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,

  6. scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,

  7. reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo),

  8. debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata),

  9. difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative),

  10. difficoltà a portare a termine ogni attività,

  11. difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) è una patologia corrispondente ad una disfunzione cronica dell’attenzione e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una predisposizione genetica, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: inattenzione, impulsività e instabilità motoria. Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino.

Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali.

Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i strong>farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito “multimodale”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).

Conflitti interpersonali

Conflitti interpersonali – Gestire i conflitti nella vita quotidiana: un’arte che si può apprendere

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Conflitti interpersonali

Il conflittoè un’esperienza comune, quotidiana nella vita dell’individuo. Non ha una natura né imprescindibilmente maligna né benigna, perché può diventare un’occasione, un’opportunità che può essere usata bene o male. Allontanare il conflitto impedisce ogni sua forma di elaborazione positiva e gli attribuisce un significato di distruzione. In qualunque sistema complesso molteplici fattori, aspettative, motivazioni ed interessi possono determinare situazioni di incomprensione, di disaccordo , di lite , perchè le possibilità di conflitto sono numerose e coinvolgono le persone a diversi livelli.

Conflitti interpersonaliCos’è il conflitto?

Secondo Kurt Lewin il conflitto è quella situazione che si determina tutte le volte che su un individuo agiscono contemporaneamente due forze psichiche di intensità più o meno uguale, ma di opposta direzione. In sostanza il conflitto è una situazione sociale in cui due persone si oppongono in maniera evidente (es. l’antagonismo o l’atteggiamento di resistenza nei confronti dell’altro); rappresenta una crisi nel rapporto tra i due e per uscire è necessario uno sforzo di reciproco attivo adattamento.

Quali sono le tipologie di conflitti?

I conflitti possono essere di tre differenti tipi:

1) conflitti intrapsichici, ogni volta che dobbiamo effettuare delle scelte fra bisogni, desideri e doveri,

2) conflitti interpersonali, quando due persone sono in disaccordo perché hanno esigenze ed obiettivi differenti e per questo litigano,

3) conflitti intergruppo, nei casi di dispute tra gruppi e nazioni diverse.

Con quali strumenti si risolvono i conflitti?

Poiché viviamo in un contesto più portato allo scontro che al dialogo, più teso a vincere sull’avversario che a risolvere un problema, un’opera di mediazione che aiuti le parti a guardare più lontano di una vittoria immediata è necessario. La mediazione salvaguarda il potere creativo del conflitto senza negare le differenze , è fondata sul riconoscimento reciproco – recognition_ delle parti, che vengono aiutate non solo a risolvere nell’immediato il problema, ma anche a motivare attraverso un processo di arricchimento interiore verso la possibilità di guardare ai problemi futuri (Bush e Folger, 1994). Se un conflitto viene sopito senza essere compreso niente può garantirci che un altro conflitto possa nascere dopo poco (Castelli, 1996)

Come si gestiscono i conflitti?

E’ necessario riconoscere i contrasti senza rimuoverli, facendoli emergere quando sono latenti e costituiscono un problema reale per almeno una delle parti. Occorre apprendere una differente modalità per vivere i rapporti senza essere investiti dall’ansia di non mantenere rapporti stabili, regolari, ordinati con gli altri. Va sviluppata la capacità di stare dentro un conflitto in modo non distruttivo. Il conflitto per diventare costruttivo e motivo di scambio-confronto per individuarsi non deve essere evitato, ma gestito e trasformato in risorsa. Avviene un cambiamento di prospettiva che, prendendo le distanze da una concezione lineare basta su un modello causa-effetto, in cui si individuano un persecutore e una vittima, permette di giungere ad una visione di tipo circolare delle dinamiche relazionali che originano le situazioni conflittuali .Gran parte dei conflitti nascono proprio perche si è voluto evitare il contrasto e la differenza tra contrasto e conflitto non è sul piano quantitativo ma su quello qualitativo: il contrasto riguarda i contenuti, mentre il conflitto si sviluppa sul piano della relazione. Il contrasto non va considerato il male minore, ma una situazione sostanzialmente positiva, tenendo conto del fatto che il rischio che un contrasto possa degenerare in conflitto è meno presente di quanto si possa supporre. Alcuni autori vedono anche nel conflitto dei vantaggi, ad esempio la definizione di regole o l’adattamento all’ambiente (Coser, 1956). Il conflitto è ineliminabile nella vita quotidiana, possiamo solo spostarlo dai sistemi nei quali può creare maggiori danni a quelli in cui può rappresentare uno stimolo per creare coesione o produrre un cambiamento verso uno stadio di maggiore benessere.

Cosa potremmo modificare in noi stessi per affrontare meglio i conflitti?

E’ necessario imparare ad usare il nostro potere personale, che significa difendere i propri diritti senza violare quelli degli altri. Per farlo bisogna imparare ad esprimere idee, emozioni, opinioni, esigenze e necessità in modo appropriato, diretto ed onesto, ma soprattutto occorre essere ben consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni. (R. J. Edelmann, 1996) Per questo è necessario, in sintesi:

  • pensare realisticamente, rendersi conto dei propri schemi mentali che possono costituire delle barriere all’azione;

  • essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni, riflettere a lungo prima di rispondere e cercare di essere sinceri;

  • comunicare i propri desideri, sapere quello che ci aspettiamo da noi stessi e dalla situazione in modo da essere in grado di prendere l’iniziativa ed esprimere i propri desideri chiaramente e direttamente;

  • difendere i propri diritti dicendo agli altri quello che pensiamo e quello che siamo disposti a fare (solo così possiamo evitare di venire manipolati, sfruttati e offesi!);

  • usare la giusta dose di forza, non essere ne’ troppo aggressivi ne’ troppo timidi.

Va ricordato che nel caso in cui la responsabilità del conflitto sia interamente dell’altro, la responsabilità della continuazione delle ostilità sarà di entrambe le parti. Se non decidiamo di difenderci, entriamo a far parte di un circolo vizioso che alimenta il conflitto. (R. J. Edelmann, 1996)

Comunicare in modo assertivo

Come ritrovare se stessi: ascoltare le proprie emozioni e comunicare in modo assertivo

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

L’arma vincente per superare la maggior parte delle nostre difficoltà non sta nel compiacere né nel dominare, piuttosto in un agire per (e non contro), ovvero nellaffermare se stessi per essere se stessi. Non è vincente chi passivamente si sottrae da ogni scontro per viltà o per amore di tutti, neppure colui che ottiene tutto ciò che vuole con modalità aggressive, non guardando in faccia a nessuno. E’ vincente chi sa adoperare le proprie risorse per farsi valere, sa esprimere i propri desideri, difendere i propri spazi e diritti, raggiungere i propri obiettivi, senza tuttavia mettere i piedi in testa a nessuno. Passività e aggressività sono due facce della stessa medaglia che portano alla “disitima di sé”. Chi è passivo e chi è aggressivo non è assertivo. (F.Nanetti, 2002)Comunicare

Cos’è l’assertività e a che cosa serve?

L’assertività è quell’atteggiamento, comportamento e forma di comunicazione che rende i rapporti più equi, consente di evitare le sensazioni di umiliazione che proviamo quando non riusciamo ad esprimere ciò che vogliamo veramente, costituisce un’alternativa al senso di impotenza e alla tendenza a manipolare gli altri. La comunicazione assertiva promuove l’uguaglianza nei rapporti umani, ci mette in grado di agire nel nostro migliore interesse, di difenderci senza ansia, di esprimere con facilità ed onestà le nostre sensazioni, di esercitare i nostri diritti senza negare quelli degli altri (Robert Alberti, Michael Emmons, 2003). E’ assertivo chi considera importanti le proprie esigenze, diritti, bisogni, desideri e cerca di soddisfarli, facendo in modo che i propri interessi vadano ad intaccare il meno possibile i diritti e i bisogni degli altri. Questo non significa che la persona che si comporta in modo assertivo sia sempre pacata e sorridente o “diplomatica”, l’importante è saper equilibrare, a seconda delle circostanze, aggressività e passività. La capacità di essere assertivi ha un effetto importantissimo sulla nostra autostima , tanto che se ci troviamo ad essere poco assertivi è probabile che la nostra vita sia caratterizzata da disistima, frustrazione, ansia, rabbia, demotivazione, depressione.

Da che cosa dipendono la nostra felicità, indipendenza di giudizio e capacità di affermare noi stessi?

Questo “stato positivo con noi stessi” dipende dal modo in cui interpretiamo le situazioni avverse, dal modo in cui ci affranchiamo dai condizionamenti e dal modo in cui sappiamo reagire alle persone con le quali entriamo in conflitto. Giocare al capro espiatorio, scaricando la colpa sugli altri è un inganno (incolpando gli altri occultiamo le nostre mancanze) e una rinuncia (non volendo vedere le nostre colpe evitiamo le responsabilità di cambiarle), per cui rimaniamo bloccati in una situazione di passività e di impotenza. In sostanza siamo noi responsabili del nostro malessere e benessere, ovvero non sono i fatti che ci inquietano, ma il nostro modo di valutarli. (F.Nanetti, 2002) Come scrive Lincoln :”Non c’è nulla, proprio nulla, di estremamente grave, se non lo consideriamo tale”. Questo ottimismo di pensiero non deve risolversi in una negazione della realtà, ma in una concretizzazione di uno “sforzo di comprensione” delle “nostre rappresentazioni della realtà”, delle nostre “mappe interne”, affinché impariamo, con il passare del tempo, ad interpretare e a reagire in modo costruttivo a ciò che ci accade. (F.Nanetti, 2002) Questo presuppone un ascolto delle nostre emozioni con un’attenzione ai nostri pensieri.

Quando riusciamo a ritrovare noi stessi e a sanare i nostri conflitti con gli altri?

Ogni conflitto con l’altro può essere sanato dopo che siamo diventati consapevoli di noi stessi e capaci di elaborare i nostri conflitti interni. Basti pensare all’insegnante che non riesce a mantenere la disciplina dei suoi alunni e che, nello stesso tempo, si sente in colpa se reagisce in modo autoritario; al preside che dichiara di non sottrarsi alle richieste dei collaboratori, ma che non riesce a delegare nulla e si fa carico di ogni compito; al dirigente d’azienda che recrimina la mancanza di impegno della sua segretaria, ma che rimanda ogni sollecito a tempi migliori; alla moglie che vorrebbe maggiore intimità nel rapporto con il marito, ma ha reazioni particolarmente colleriche che portano il coniuge a rifiutarla. L’ostacolo non sono gli altri, ma l’irrazionalità delle nostre convinzioni e l’inadeguatezza delle nostre reazioni. Il nemico non è l’altro, ma la nostra paura o la nostra presunzione. Per questo motivo è importante trovare una modalità di comunicazione assertiva, che diventi il nostro atteggiamento generale nei confronti del mondo. L’assertività è utile per gestire meglio i rapporti con i colleghi e con il datore di lavoro, per rapportarci adeguatamente alle persone autorevoli, per affrontare in modo corretto le critiche che ci vengono rivolte, per farci rispettare all’interno del gruppo dei pari, per farci esprimere nel migliore dei modi i nostri sentimenti più autentici, per farci effettuare delle scelte in campo professionale ed affettivo, per insegnarci a saper fare, a saper accettare complimenti e richieste.

Come dice Eschilo: “ Il dolore è figlio dell’errore e della follia della mente”

La psicologia positiva per aumentare il proprio livello di felicità e il benessere psicologico

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

La psicologia positiva aumenta il proprio livello di felicità. Questo perché la felicità soggettiva è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per il 50% la felicità si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).

Cosa intendiamo per felicità? Cosa significa benessere psicologico?

In letteratura il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma questo è improprio perché la felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Mentre il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al. ,1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000).

Cosa accomuna la psicologia positiva con la felicità e con il benessere psicologico?

La psicologia positiva individua i meccanismi che contribuiscono al benessere psicologico degli individui e al funzionamento delle persone individualmente o in gruppo. Si concentra sulle risorse umane, interessandosi al funzionamento ottimale di individui, gruppi e istituzioni. E’ un approccio che cerca di studiare i meccanismi psicologici che aiutano le persone a crescere e a difendersi dagli effetti dello stress e dai disturbi psichici che possono sopravvenire nel corso della vita. La psicologia positiva mira ad aiutare gli individui a dare un senso alla propria vita personale e sociale, li guida nella ricerca della felicità e della realizzazione umana. L’obiettivo della psicologia positiva è prendere in considerazione l’essere umano nella sua globalità, con le sue risorse e le sue difficoltà. Attiva le risorse dell’individuo, prima di occuparsi delle sue difficoltà. Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita.

Qual è la tecnica per aumentare il proprio livello di felicità?

La tecnica per aumentare il proprio livello di felicità consiste nell’imparare a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci hanno reso felici. Inoltre la felicità di un individuo può essere influenzata da quella dei propri amici, della famiglia o addirittura dei vicini. Avere amici felici accresce le proprie possibilità di essere felici di quasi il 60% e avere vicini felici le aumenta di quasi il 30%. Alcuni autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. L’ottimismo è un’interpretazione positiva degli avvenimenti del presente che comprende un atteggiamento speranzoso per il futuro, diventa una “profezia che si autoavvera” (chi pensa di realizzare qualcosa è invogliato a darsi da fare e il suo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere l’obiettivo) I principi fondamentali della felicità ,che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in:

a) essere più attivi e tenersi occupati,

b) passare più tempo socializzando,

c) essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato,

d) organizzarsi meglio e pianificare le cose,

e) smettere di preoccuparsi,

f) ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni,

g) sviluppare pensieri ottimistici e positivi,

h) essere orientati sul presente,

i) lavorare a una sana personalità,

l) sviluppare una personalità socievole,

m) essere se stessi,

n) eliminare sentimenti negativi e problemi,

o) i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità,

p) considerare la felicità la priorità numero uno. .

Le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

Per concludere la psicologia positiva insegna a pensare in modo nuovo, aiuta gli individui ad adottare modi di pensare e di agire che coinvolgono generalmente anche gli altri ; fa apprendere a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci ha reso felici, aumentando il livello di felicità soggettiva. In altre parole permette a ognuno di sviluppare strumenti per stare meglio, cambia lo stile attribuzionale , un cambiamento che è possibile anche in età adulta e che determina sia il benessere psicologico che il successo.

Conflitti lavorativi in ambiente di lavoro

Conflitti lavorativi: gestire i conflitti interpersonali nell’ambiente di lavoro, trasformarli in conflitti costruttivi

a cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR ItaliaConflitti lavorativi

Conflitti lavorativiLa maggior parte di noi passa una considerevole parte della propria vita lavorando, in media 7-8 ore al giorno per 5-6 giorni alla settimana per 40-45 anni. Secondo le statistiche meno di un quarto delle persone che consideriamo “amici” sono persone con cui lavoriamo e almeno la metà di noi non ha amici sul posto di lavoro. I buoni rapporti di lavoro costituiscono una fonte di soddisfazione e sicurezza, specialmente se sono improntati sulla solidarietà reciproca sono associati ad un basso livello di ansia, depressione e malattia. Talvolta le relazioni nell’ambiente di lavoro sono fonte di grande disagio e di insoddisfazione, quando sono caratterizzate dalla presenza di conflitti. I contrasti nell’ambiente di lavoro non sono certo una rarità. Divergenze di opinione e discussioni animate sono aspetti inevitabili nella maggior parte degli ambienti lavorativi, ma se stimolano la ricerca di soluzioni creative i conflitti possono anche essere produttivi e non escludono alti livelli di realizzazione professionale. Solo quando le differenze e i contrasti, reali o immaginari, sono causa di grave disagio possono provocare stress e infelicità costanti. (R. Edelmann, 1996)

Qual è la nostra prima reazione quando subiamo comportamenti ingiusti (es. il dirigente che ci critica ingiustamente o che pretende risultati impossibili, il collega che abusa della sua autorità e che ci tiene all’oscuro di informazioni importanti, il cliente che ci fa perdere tempo.)?

La nostra prima reazione quando subiamo comportamenti di questo genere è a volte l’autocritica, come se ci sentissimo parzialmente responsabili dei fatti. Alcune critiche o molestie ci sorprendono in modo tale che non siamo in grado di reagire con la necessaria tempestività e ci fanno sentire inadeguati. Ci arrabbiamo sia con la persona che ha creato la situazione sia con noi stessi, perché non abbiamo saputo reagire adeguatamente.

Cosa è importante riconoscere in noi stessi quando ci troviamo di fronte ad un conflitto interpersonale nell’ambiente lavorativo?

E’ importante riconoscere che non siamo responsabili di tutto, se falliamo perché l’altra persona si rifiuta di collaborare dobbiamo essere consapevoli di aver fatto tutto il possibile, non va sminuita la fiducia in noi stessi attribuendoci le responsabilità del conflitto e l’incapacità di risolverlo. Inoltre se il conflitto non si risolve vanno prese misure alternative, come la possibilità di denuncia formale della situazione, il tentativo di trasferimento interno presso un altro ufficio, o, come scelta estrema, la ricerca di un nuovo lavoro. Possiamo anche analizzare il conflitto, per capire se questo è determinato dalla natura stessa dell’impiego (troppo lavoro o troppo poco), dal ruolo (livello di responsabilità), dall’organizzazione (mancanza di consultazione fra colleghi), dalla carriera (frustrazione delle proprie ambizioni), dal rapporto con i superiori, i subordinati, i colleghi, i clienti, ecc.

Quali sono gli effetti negativi dei conflitti?

I conflitti distruttivi provocano pesanti effetti negativi come l’alterazione del benessere psicofisico, la perdita di sicurezza e il calo dell’autostima. Si manifestano si a livello personale con lo stress, i sintomi psicologici (incapacità di concentrasi, di pensare lucidamente, di rilassarsi, ecc.), fisici ( emicrania, insonnia, difficoltà digestive, ulcere, ipertensione) e comportamentali (abbandono o evitamento dei rapporti che si sono rivelati conflittuali, abuso di alcolici, sigarette, tranquillanti nel tentativo di sciogliere la tensione) (Fontana, 1989), sia a livello aziendale e in questo caso tutta l’organizzazione risente della presenza di conflitti

Un conflitto può evolvere in senso positivo, trasformarsi in qualcosa di costruttivo?

I conflitti nel lavoro se affrontati in modo appropriato possono avere degli effetti positivi, come:

rafforzare un rapporto, riconoscendo il fatto di avere dei punti di vista diversi,e, che è possibile mediare;

aumentare la fiducia, perché risolvendo il conflitto le persone si fidano maggiormente l’una dell’altra, diventano consapevoli che le loro diverse posizioni non si escludono a vicenda;

aumentare l’autostima, perché l’esito positivo di un conflitto produce un aumento dell’autostima;

stimolare la creatività e la produttività, perché il conflitto se gestito in modo appropriato produce creatività e produttività attraverso la discussione fra le persone che hanno opinioni e interessi diversi;

essere fonte di soddisfazione, perché l’uomo ha sempre bisogno di stimoli e il conflitto in determinate circostanze stimola interesse e curiosità permettendo di utilizzare appieno le capacità individuali (Deutsch, 1971).

Naturalmente gli effetti positivi si manifesteranno solo se il conflitto è limitato e controllabile e ciò dipende dalla natura dei nostri rapporti di lavoro e dal valore che attribuiamo al conflitto. (R. Edelmann, 1996). Inoltre gioca un ruolo considerevole il riconoscimento del nostro potere personale, basti pensare alle barriere che ostacolano il nostro potere personale, che sono costituite da aspettative assurde che nutriamo verso noi stessi ( es. “devo piacere a tutti”, “devo sempre risultare simpatico”, “non devo mai dare l’impressione di essere vulnerabile”, “non devo mai rivelare le mie emozioni”, “non devo mai fare errori né riconoscere di averne fatti”, “non riuscirò mai ad affrontare rifiuti e critiche”). Tuttavia, se lo vogliamo, è possibile imparare ad usare il nostro potere personale con un lavoro psicologico su noi stessi.

Conflitti lavorativi.

Sessodipendenza o sexual addiction

Sessodipendenza o sexual addiction: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di sexual addiction, ovvero sessodipendenza.

Cos’è la sessodipendenza?

La sessodipendenza colpisce dal 3% al 6% della popolazione, con una netta prevalenza maschile (l’80% dei casi). Il termine sessodipendenza è entrato solo di recente nella letteratura psichiatrica, il fenomeno è noto da tempo sotto i più vari nomi (ipersessualità, ninfomania, sessuomania, ecc.). La sessodipendenza è difficile da separare da criteri etici e di costume, ma recentemente è stato proposto di accogliere la sessodipendenza come categoria nosografica nel DSM, il manuale diagnostico dell’ American Psychiatric Association. Quello che veniva un tempo definito un “dongiovanni”, uno “sciupafemmine” o più volgarmente un “puttaniere”, può diventare in quest’ottica un caso psichiatrico, suscettibile di terapie. La diagnosi di sessodipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e mediatico.( Jean – Francois Dortier, 2012). Abbiamo casi famosi nella politica e nello spettacolo, letterati, divi del cinema, ecc. Le sessodipendenze, ovvero le dipendenze sessuali raggruppano comportamenti sessuali compulsivi, l’ipersessualità e le turbe caratterizzate da un disordine del controllo degli impulsi. In questa classificazione si ritrovano sintomi comportamentali (rapporti sessuali frequenti, masturbazione compulsiva, instabilità relazionale, ecc.) e sintomi emozionali (senso di colpa nei confronti del partner, impotenza, vergogna, ecc.). (Croce e Nanni, 2004) Secondo E. Coleman (1990), i soggetti affetti da dipendenza sessuale presentano almeno due delle seguenti note comportamentali:

  1. “abbordaggio compulsivo”, finalizzato alla gestione di stress ed ansia,

  2. autoerotismo compulsivo,

  3. fissazione compulsiva (iperidealizzazione di un partner inaccessibile verso il quale non sono rari episodi di gelosia delirante e di aggressività),

  4. rapporti compulsivi amorosi multipli, con insoddisfazione delle relazioni amorose concrete e ricerca perpetua dell’amore ideale,

  5. sessualità compulsiva (numerosi rapporti sessuali, vissuti in maniera insoddisfacente, bisogno inesauribile di atti sessuali, di espressioni amorose e di attenzioni).

Si parla di dipendenza per l’aspetto invasivo che la sessualità assume nella vita dell’individuo. Quanto alle conseguenze negative, queste riguardano sia il soggetto che le persone che gli stanno intorno. E’ chiaro che la sessualità è una pulsione fondamentale per tutti gli esseri umani e c’è un’ampia variabilità individuale. L’attrazione verso il sesso è distribuita secondo un continum che va dalla normalità alla patologia. Gli individui che hanno una vera e propria ossessione, una dipendenza dal sesso, si distinguono dal resto della popolazione perché si collocano verso l’estremo dell’ipersessualità. Gli uomini verso questo estremo sono di gran lunga più rappresentati delle donne.

Cosa caratterizza la dipendenza da sesso da una normale sessualità?

Il criterio della sofferenza, del bisogno imperioso, della “sete divorante” rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Matysiak, che è uno specialista delle dipendenze, si può parlare di sessodipendenza quando la vita dell’individuo è imperniata sul sesso a spese di tutto il resto. Ciò che contraddistingue la sessodipendenza è soprattutto il carattere ossessivo ed imperioso dell’attività sessuale. Il soggetto si sente come “posseduto” e non riesce a contrastare il suo comportamento. Tuttavia affinché si possa parlare di dipendenza deve essere presente l’aspetto doloroso, la sofferenza, il bisogno incoercibile da cui il soggetto non riesce a liberarsi.

In quali modi questi soggetti soddisfano la propria pulsione?

I modi per soddisfare la propria pulsione debordante sono vari: dalla pornografia alla masturbazione, dalla continua richiesta al partner di rapporti sessuali alla frequentazione assidua di prostitute, dai rapporti compulsivi amorosi multipli gestiti in rapporti paralleli (con più amanti e/o una moglie) all’abbordaggio compulsivo. Non necessariamente si tratta di seduttori sempre in cerca di nuove conquiste: sotto il profilo psicologico il “dongiovannismo” indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi soggetti dalla sessualità dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie, ovvero essere considerati dei “grandi amatori” o dei casi psichiatrici bisognosi di aiuto. ( Jean – Francois Dortier, 2012)

La sessodipendenza è causata da fattori ormonali , neurobiologici o è una costruzione sociale?

Le due alternative non necessariamente si escludono a vicenda, spesso coesistono.

Quali sono le terapie attualmente in atto?

Fra i trattamenti indicati alcuni consigliano gli antidepressivi, mentre i gruppi di sostegno come i Sex Addictis Anonymous (SAA), fondati sul modello degli alcolisti anonimi, predicano l’astinenza. Con la psicoterapia il soggetto può apprendere a regolare l’impulsività che conduce alla sessodipendenza , ad introdurre “processi di pensiero” prima di compiere un atto sessuale . Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. La sessualità viene regolata e condotta verso una “sana sessualità” (l’astinenza è un principio estremo, che è valido per le dipendenze da sostanze, ovvero le droghe legali ed illegali). In sintesi è fondamentale, attraverso la psicoterapia, reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei sistemi di memoria del sessodipendente (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale), che portano al suo comportamento impulsivo.

Psicologia della felicità

Psicologia della felicità – Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché ognuno ha la sua felicità, così come ognuno indossa i vestiti che meglio calzano la sua figura. Il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma è improprio. La felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Se il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al., 1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000). Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita. Martin Seligman (2002) propone un’equazione della felicità che sarebbe il risultato di un mix di fattori. Si tratterebbe della somma o addizione del patrimonio genetico o intelligenza (50%), delle attività che eseguiamo (40%) e delle situazioni fortuite (10%). Sembrerebbe che la genetica avrebbe la supremazia, ma l’equazione non convince. In realtà i fattori ambientali hanno un ruolo molto importante . Paolo Meazzini (2007) ha modificato quest’equazione, ha aggiunto il fattore “stile cognitivo” (il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda e la interpretiamo) e ha cambiato la natura da additiva o sommativa a moltiplicativa. E’ risultato che la felicità è data dalla dotazione genetica (50%), dallo stile cognitivo (20), dalle attività che svolgiamo (20%) e dalle circostanze fortuite (10%). Cosa significa tutto questo? Se anche uno solo dei valori fosse uguale a zero si azzererebbe tutto con la moltiplicazione. Non è forse vero che esistono persone con un buon patrimonio genetico, con una buona intelligenza profondamente infelici ed altre persone con un patrimonio genetico carente ovvero poco intelligenti molto felici? Altri autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. In sintesi ognuno di noi ha un numero davvero ragguardevole (quasi infinito) di possibilità di crearsi una vita felice o al contrario infelice.

Come si può fare per mantenere la felicità il più a lungo possibile?

I principi fondamentali della felicità, che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in: essere più attivi e tenersi occupati, passare più tempo socializzando, essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato, organizzarsi meglio e pianificare le cose, smettere di preoccuparsi, ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni, sviluppare pensieri ottimistici e positivi, essere orientati sul presente, lavorare a una sana personalità, sviluppare una personalità socievole, essere se stessi, eliminare sentimenti negativi e problemi, i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità, considerare la felicità la priorità numero uno. Paolo Meazzini (2007) individua alcuni passi verso la felicità o proposte per condurre una vita felice:

  1. Stendere un bilancio delle attività che siamo in grado di eseguire, suddividendole in attività gratificanti ed altre frustranti o addirittura punitive.

  2. Ricostruire la storia della propria vita e scoprire quale evento l’ha resa felice e quale infelice (identificare le attività che hanno procurato gioia e felicità isolandole da quelle che hanno destato sentimenti negativi e cercare di ripeterle)

  3. Evitare l’assuefazione (evitare che le attività siano sempre le stesse, altrimenti stancano!)

  4. Garantirsi la felicità attraverso i rapporti interpersonali ( se ci accorgiamo di essere aggressivi, sarcastici o colpevolizzanti l’unica strada è cambiare, perché alla base di un buon rapporto interpersonale vi è comprensione, empatia, accettazione dell’altro, intimità e fiducia, condivisione di uno o più interessi).

  5. Incrementare il nostro senso di autostima.

  6. Non guardare solo in alto, ma anche un po’ in basso per ridimensionarci ( non è sempre vero che l’erba del vicino è sempre più verde, sembra a noi! )

  7. Proseguire nella vita uno scopo che trascende noi stessi ( esempio la religione, i gruppi politici, aderire a qualche associazione, ecc.)

  8. Organizzare il tempo in modo ottimale ( il tempo è una convenzione, ciò che conta è la nostra decisione di fare ovvero se vogliamo fermamente fare qualcosa il tempo si trova)

  9. E la famiglia felice?

Riguardo l’ultimo punto la ricerca dimostra che le persone più felici sono quelle sposate, ma è anche vero che il matrimonio non dà sempre felicità. Le persone coniugate dichiarano di essere felici in una percentuale nettamente maggiore rispetto a quelle mai coniugate, a quelle divorziate ed infine a quelle separate. Il dato è discutibile perché le persone più felici, grazie al loro ottimismo, tendono a sposarsi più frequentemente delle persone meno felici. In questo caso il matrimonio non altererebbe in alcun modo i loro sentimenti. Le persone, cioè, sarebbero ragionevolmente felici prima ancora di sposarsi e manterrebbero questo stato di grazia anche durante la vita matrimoniale. Dice Oscar Wilde: “Sposatevi in ogni caso: se vi capita una buona moglie sarete felici; se ve ne capita una cattiva, diventerete filosofi”.

In conclusione per aumentare il proprio livello di felicità occorre imparare a gustare l’esperienza vissuta , a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento felice. La felicità è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per l’altro 50% si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).Di solito le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

L’Autostima: come migliorarla

L’Autostima: come migliorarla…

 

A cura della dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoteapeuta SITCC ed EMDR Italia

 

L’autostima è quel sentimento per cui una persona, rivolgendosi a se stessa, pensa in generale positivamente o negativamente; include anche la parola “sicurezza”, la sicurezza nelle proprie capacità mentali e/o fisiche, nell’essere ben accettato o addirittura ammirato dagli altri. (S. Crosera, 2000).

Come si caratterizza l’autostima ?

L’autostima si può distinguere in alta e bassa autostima, in autostima realistica o irrealistica, autentica e inautentica, stabile e instabile, globale e specifica. ( M. Miceli, 1998) L’alta e bassa autostima sono in rapporto con le nostre valutazioni e le nostre aspirazioni. Per sapere se una persona ha un’alta o una bassa autostima bisogna sapere “cosa pensa di sé” e “come vorrebbe essere”. Occorre osservare che discrepanza c’è tra le sue autovalutazioni di fatto e quelle desiderate. Se la discrepanza è grande, l’autostima sarà bassa; se la discrepanza è piccola, l’autostima sarà alta, perché la persona pensa di corrispondere ai suoi desideri, alle sue aspettative e ambizioni. La persona che ha un’autostima alta prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, affrontare una prova, appare in genere sicura di sé, convinta di avere buone probabilità di successo. E’ questa fiducia in se stessa che le dà la spinta, l’incoraggiamento: è una scommessa proprio su se stessa. Senza questa scommessa avrebbe un atteggiamento fin troppo cauto e conservatore, che non le farebbe osare strade nuove. Ha spesso alle spalle una storia di precedenti successi, che alimentano le sue rosee aspettative. Se in passato è incappata in qualche delusione rispetto a compiti simili, tende a pensare che “stavolta andrà bene”. Le situazioni e le prove difficili le risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere, per dimostrare a se stessa e agli altri che è in bamba, in una parola vuole eccellere. La persona che ha una bassa autostima, invece, prima di ogni prova si sente ansiosa e preoccupata, vorrebbe darsela a gambe ed essere lasciata in pace. Ha molti dubbi sull’esito dei suoi sforzi e l’esperienza passata non le suggerisce prognostici favorevoli; si raffigura anche il momento in cui dovrà fare i conti con l’ennesimo fallimento. Entra in panico anche quando c’è un iniziale risultato positivo, tende ad evitare e così facendo si sottrae anche alle possibilità di successo. Non vede le prove come stimolanti sfide, ma come minacce per la sua autostima, occasioni in cui rischia di dimostrare di non essere abbastanza capace, interessante, intelligente. Pensa che basta cavarsela, l’atteggiamento è quello sulla difensiva, non quello all’attacco. Mentre di fronte al successo la persona che ha un’alta autostima è soddisfatta, perché vede confermate le sue aspettative; quella che ha una bassa autostima non è contenta, il successo la coglie di sorpresa , la rende confusa e timorosa.Tuttavia l’autostima non è sempre stabile, costante nel tempo, può subire anche delle variazioni, delle oscillazioni periodiche o quotidiane, che dipendono da fattori contemporanei o storici. Un’autostima instabile da “fattori contemporanei” varia di volta in volta in base alle situazioni, agli specifici successi o fallimenti e alle specifiche autovalutazioni che la persona si dà. Ogni successo o apprezzamento positivo, e viceversa ogni fallimento o apprezzamento negativo, vengono automaticamente interpretati come segni del proprio valore, conseguentemente l’autostima si innalza o si abbassa, seguendo le oscillazioni del momento. Gli inevitabili alti e bassi della vita di tutti i giorni sono automaticamente ritradotti in alti e bassi della loro autostima. I “fattori storici” che influenzano l’autostima, invece, comprendono il comportamento valutativo di genitori, insegnanti e altre figure significative. Questi possono avere importanti ripercussioni sull’autostima del bambino e influenzare anche molte sue caratteristiche in età adulta. Un’autostima instabile da “fattori storici” sembra dipendere dall’arbitrarietà e mutevolezza delle valutazioni altrui, a cui siamo esposti nell’infanzia. Se l’adulto esprime giudizi arbitrari, inattendibili, contraddittori, motivati dall’umore del momento, il bambino arriverà a convincersi di non avere controllo sulle valutazioni che riceve, cioè di non essere in grado di favorire certe valutazioni o di impedirne altre.

Concludendo l’autostima si caratterizza anche in base ad altre dimensioni che sono la sua globalità o specificità, autenticità o inautenticità e il suo essere realistica o irrealistica. L’autostima globale è indicatore ricorrente e attendibile del benessere psicologico dell’individuo; l’autostima specifica permette di prevedere il comportamento in attività intellettuali, sociali, affettive, ecc., ovvero il successo o il fallimento. L’autostima realistica è aderente ai fatti, mentre l’autostima irrealistica è lontana dalla realtà (può talvolta darci intraprendenza e tenacia, qualità molto utili per progredire, apprendendo nuove strategie e acquisendo nuove competenze). L’autostima autentica è quella composta da autovalutazioni che la persona crede corrispondenti a verità, per cui un’alta autostima inautentica maschera una bassa autostima. Un’autostima alta, sufficientemente realistica, autentica, stabile e globale è segno di benessere psicologico ben più di un’autostima bassa, irrealistica, in autentica, ecc. ( M. Miceli, 1998)

L’autostima si può migliorare?

L’autostima si può migliorare essendo connessa con l’autovalutazione, con il conoscersi o piacersi. Per migliorare l’autostima occorre modificare il sistema di credenze, di convinzioni, di aspettative su se stessi, le prospettive o punti di vista dell’autovalutazione e del giudizio di sé. Solo così si può cambiare il senso del proprio valore. Le terapie cognitive e i training di terapia cognitiva specifici per migliorare l’autostima sono risultati piuttosto efficaci, perché aiutano ad assumere un atteggiamento critico rispetto alle proprie convinzioni, cercando di metterle in discussione.

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I disturbi d’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

E’ stata superata l’idea prevalente negli anni 70’ che le ansie e le paure infantili fossero una condizione transitoria o un disturbo reattivo. Il DSM-IV (il Manuale Americano Diagnostico e Statistico delle Malattie Mentali, APA 1994) indica un solo disturbo d’ansia come specifico dell’età evolutiva: il Disturbo d’Ansia di Separazione.

Quali sono gli altri disturbi d’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza?

Secondo il DSM-IV-TR (2001) nell’età evolutiva sarebbero tre le tipologie di disturbi d’ansia:

1) Disturbo d’Ansia di Separazione,

2) Disturbo d’Ansia Generalizzato,

3) Fobia Sociale

In Italia però ultimamente è prevalsa la tendenza, nelle strutture sanitarie pubbliche, ad adottare le categorie diagnostiche dell’ICD-10 ( il Manuale di Classificazione Internazionale dei Disturbi Mentali, WHO, 1992), in cui i Disturbi d’Ansia vengono classificati all’interno delle Sindromi e Disturbi della Sfera Emozionale ad esordio nell’infanzia:

1) Sindrome d’ansia di separazione dell’infanzia,

2) Sindrome fobica dell’infanzia,

3) Sindrome di ansia sociale nell’infanzia,

4)Disturbo da rivalità tra fratelli,

5) Sindromi o disturbi emozionali di altro tipo,

6) Sindrome ansiosa generalizzata dell’infanzia.

Le manifestazioni dell’ansia sono simili nell’adulto e nel bambino?

In età evolutiva molte manifestazioni d’ansia sono molto simili a quelle riscontrabili nell’adulto (ad esempio nel Disturbo d’Ansia generalizzato, nella Fobia Sociale) , anche per quanto riguarda gli aspetti neurovegetativi, comportamentali e cognitivi. In sintesi si ritiene che gran parte della patologia adulta possa avere origine nell’età evolutiva e che la psicopatologia dell’età evolutiva consenta non soltanto la comprensione della sofferenza psichica nei bambini e negli adolescenti, ma anche una conoscenza più analitica dei meccanismi neurobiologici e neuropsicologici che sottendono gran parte della psichiatria degli adulti (Masi, Pfanner, Marcheschi, 2001).

In età evolutiva (tra i 4 e i 20 anni) il tasso di prevalenza dei Disturbi d’Ansia risulta circa tra il 12% (Costello e Tweed, 1994) e il 20-25% (Verhulst, Van der Ende e altri, 1997; Shaffer, Fisher e Dulkan, 1995). Il Disturbo d’Ansia da Separazione è quello che ha la prevalenza maggiore, ma particolarmente elevata risulta essere anche la comorbilità o associazione tra i diversi Disturbi d’Ansia, ma anche tra i Disturbi d’Ansia e i Disturbi dell’Umore (Disturbo Depressivo e Disturbo Bipolare) e tra il Disturbo d’Ansia e il Disturbo da Attenzione e Iperattività. E’ emerso che circa 1/3 dei bambini e adolescenti ansiosi sviluppano un disturbo depressivo e che circa i 2/3 di quelli depressi sviluppano un disturbo d’ansia (Masi, Favilla ed altri, 2000). Gli studi longitudinali su bambini e adolescenti con Disturbi d’Ansia evidenziano che il rischio di sviluppare un Disturbo d’Ansia in età adulta è di 3-4 volte maggiore rispetto ai bambini non affetti (Pine, Cohen e Gurley, 1998, Newman, Moffit e Caspi, 1996).

Come evolvono i disturbi d’ansia nel bambino e nell’adolescente?

Il decorso dei disturbi d’ansia in età evolutiva è correlato all’età dell’esordio , alla durata dei sintomi, alla comorbilità con altri disturbi ansiosi, depressivi o dello sviluppo: l’insorgenza precoce che non compromette troppo l’inserimento sociale, ha una prognosi migliore del disturbo ad insorgenza tardiva, che si manifesta con il rifiuto della scuola o di altri contesti sociali. Ciò che rende la prognosi più negativa in età evolutiva è la comorbilità con la depressione. E’ stato appurato che il disturbo d’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza si associa a successive difficoltà di separazione nella vita adulta, a disturbi d’ansia e depressione nevrotica, a difficoltà ad andarsene di casa o a cambiare lavoro e all’agorafobia (Flakierska, Lindstrom e Gillberg, 1988; Gittelman e Klein, 1984).

L’ansia e la depressione sono esempi tipici di disturbi da interiorizzazione, che si manifestano con cognizioni disfunzionali (ipergeneralizzazione, catastrofizzazione, autosvalutazione ) e con un ipercontrollo sul comportamento. I disturbi dell’attenzione, l’iperattività e i disturbi della condotta, al contrario, sono tipici disturbi da esteriorizzazione, dati da una mancanza di autocontrollo e incapacità ad attivare i processi di pensiero in grado di guidare in modo funzionale il comportamento. I disturbi da interiorizzazione sono dati da distorsioni cognitive, errori nell’interpretare e valutare la realtà, che attivano modi di pensare illogici e disfunzionali, mentre i disturbi da esteriorizzazione sono dati da deficit cognitivi, da un’assenza o carenza di processi cognitivi funzionali in circostanze in cui sarebbe utile o proficuo farvi ricorso e che determinano gli agiti impulsivi senza pensiero. Ovviamente il trattamento di questi disturbi è diverso.

In che cosa consiste la terapia?

La terapia cognitiva dei disturbi d’ansia nell’infanzia e nell’adolescenza è basata sull’identificazione delle distorsioni cognitive, nel loro riconoscimento (i bambini vengono tormentati dai loro pensieri negativi, dalla paura di essere feriti o spaventati, dalla sensazione di pericolo o minaccia in risposta a qualsiasi evento ambiguo, da autovalutazioni di incapacità e inadeguatezza); la terapia si orienta su tecniche di ristrutturazione cognitiva che consentano la graduale trasformazione delle modalità di pensiero distorte e/o errate, in modo da renderle più flessibili e realistiche. Si prende in considerazione il dialogo interno del bambino, si agisce sulla riduzione dei pensieri negativi identificando e modificando il contenuto dei pensieri negativi o cosiddetti irrazionali. Recentemente ci si è anche focalizzati sull’ analisi dei processi di comprensione degli stati emotivi, che vengono nascosti e modificati (Southam-Gerow e Kendall, 1997) ; la terapia consiste in questo caso nel migliorare la capacità di comprendere e di regolare gli stati emotivi.

Ossessioni e compulsioni: il trattamento cognitivo-comportamentale

 

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

L’aspetto fondamentale delle ossessioni e dei comportamenti compulsivi nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è dato dalla durata considerevole ( più di un’ora al giorno ) e dal forte disagio in termini di sofferenza che questi generano ( DSM IV –R,; APA, 1994).

Cosa sono le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni sono pensieri, impulsi, rappresentazioni mentali, che si presentano insistentemente e senza una adeguata motivazione alla coscienza dell’individuo (es. la paura di essere contagiati se si tocca qualcosa, l’incertezza circa l’esecuzione di una certa azione, le idee ricorrenti a carattere sessuale e pornografico), mentre le compulsioni sono delle azioni ripetitive, dei rituali, a carattere esplicito ( es. lavarsi continuamente le mani, controllare di aver eseguito una determinata azione, ecc.) oppure implicito (es. azioni mentali come pregare, contare, ripetere continuamente alcune parole). Lo scopo di questi comportamenti è quello di neutralizzare, ovvero prevenire o alleviare l’ansia e il disagio connessi a determinate situazioni. In qualche caso le ossessioni possono assumere il carattere di veri e propri deliri, ad esempio quando un individuo è convinto di poter causare la morte di una persona, soltanto per il fatto di avere pensieri negativi che la riguardano.

Tuttavia le ossessioni e le compulsioni possono manifestarsi come manifestazioni normali (è l’angoscia e la sofferenza che contraddistingue il disturbo), tanto che quelle fisiologiche interessano circa l’80-88% degli individui normali e il loro contenuto è simile a quello delle corrispondenti manifestazioni patologiche. L’incidenza della malattia nella popolazione, considerata la durata intera della vita, è del 2,5% (circa 2 persone su 100 ne sono affette).

Come diventano patologiche le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni, come abbiamo detto, sono dei fenomeni comuni e tendono a scomparire da sole nella maggior parte delle persone; divengono dei disturbi e permangono quando vengono valutate come pericolose o gli viene data un’importanza eccessiva. Infatti in questi casi causano ansia e depressione e determinano comportamenti di neutralizzazione (rituali). Ansia, depressione e rituali causano ulteriori ossessioni e innescano un circolo vizioso, che porta al disturbo vero e proprio (Rachman, 1997). Inoltre le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo focalizzano eccessivamente la loro attenzione sui loro processi mentali, sui loro dubbi, sulle loro fantasie e ciò contribuisce ulteriormente ad alimentare il disturbo (Wells e Matthews, 1997). La credenza dell’ossessivo-compulsivo è che “se penso di aver fatto qualcosa di male, probabilmente l’ho fatta davvero”, per cui l’ossessivo-compulsivo mette in atto risposte comportamentali, come quelle di controllare i propri pensieri e le proprie azioni, ma indugiare sul pensiero intrusivo porta all’esasperazione dell’ansia e delle riflessioni tra sé e sé, creando il problema secondario della paura di vivere sensazioni ansiose (Wells e Matthews, 1994).

Secondo il “modello cognitivo”, centrale nella spiegazione del DOC (disturbo ossessivo-compulsivo), uno stimolo ( es. idea intrusiva, dubbio) attiva una credenza ( di pericolo, di fusione pensiero-azioni , di fusione pensiero-situazione, ecc.), che influenza a sua volta la valutazione del pensiero intrusivo e la credenza circa i rituali, così da alimentare due cicli di feedback, uno relativo alle emozioni e uno relativo alle risposte comportamentali, che impediscono la falsificazione di credenze nelle valutazioni disfunzionali delle intrusioni, perché il mancato verificarsi delle azioni o eventi catastrofici viene attribuito ai rituali esperiti e non all’incongruenza delle valutazioni dell’intrusione. In sostanza il mancato verificarsi della catastrofe non è da attribuire al rituale, come pensa l’ossessivo-compulsivo.

Quali sono i trattamenti migliori nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)?

E’ solo da una quarantina d’anni che esiste un trattamento efficace per il DOC. I trattamenti d’elezione sono oggi la terapia comportamentale (tecniche di esposizione con prevenzione o dilazione della risposta), la terapia farmacologica con gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e la terapia cognitiva ( tecniche specifiche focalizzate sulla valutazione dei pensieri intrusivi, sulle responsabilità di far del male, sulle stime del pericolo e tecniche di sfida delle valutazioni disfunzionali dei pensieri intrusivi). Il trattamento efficace del DOC richiede un trattamento intensivo da parte del terapeuta e una forte motivazione da parte del paziente, per cui la farmacoterapia, in assenza di una terapia comportamentale, non è un trattamento adeguato per il DOC, dato l’alto tasso di ricadute associato alla sospensione dei farmaci.

In conclusione il principale problema da vincere con l’ossessivo-compulsivo è rappresentato dalle credenze negative sulle intrusioni, dalle risposte comportamentali e dalle manifestazioni ansiose secondarie (non tanto dall’esistenza dell’intrusione di per sé). Lo scopo principale del trattamento cognitivo-comportamentale è quello di incoraggiare il paziente ad adottare un’accettazione distaccata dei pensieri intrusivi, in quanto irrilevanti, non indugiare sulle intrusioni attraverso rimuginazioni o strategie neutralizzanti, lasciandosi passivamente andare alle intrusioni, pur ammettendone la presenza (Wells, 1997)