Deficit di attenzione e iperattività

IL PROBLEMA DA DEFICIT D’ATTENZIONE, CON O SENZA IPERATTIVITA’, NEL BAMBINO

L’attenzione è una funzione cognitiva indispensabile, tanto che un suo disturbo nel bambino porta a gravi conseguenze, come difficoltà comportamentali, emotive, problemi nel linguaggio, nella lettura, nella scrittura, nelle competenze matematiche ed irrequietezza motoria. Il bambino presenta all’osservazione dei genitori:

  1. ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento nel primo anno di vita),

  2. irrequietezza motoria al momento del risveglio,

  3. irrequietezza a scuola (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.),

  4. apprendimento incostante e disattenzione a scuola,

  5. scarsa motivazione all’apprendimento scolastico,

  6. scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età,

  7. reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un desiderio (ad esempio avere un giocattolo),

  8. debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione con reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata),

  9. difficoltà a rispettare alcune semplici regole (es. stare seduti durante lo svolgimento di attività educative),

  10. difficoltà a portare a termine ogni attività,

  11. difficoltà relazionali (in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole).

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) è una patologia corrispondente ad una disfunzione cronica dell’attenzione e del sistema esecutivo, che raggruppa sei grandi funzioni a carico della parte prefrontale del cervello: 1) l’organizzazione e la pianificazione; 2) la selettività e flessibilità mentale; 3) la regolazione emotiva; 4) la reattività, 5) la sorveglianza e la regolazione dell’azione; 6) la memoria di lavoro. (V. Herbillon, 2012) E’ una sindrome che colpisce il 5% dei bambini in età scolare, prevalentemente i maschi, il 3% degli adolescenti e il 2% degli adulti. Si sospetta una predisposizione genetica, perché è frequente riscontrare una familiarità nel gruppo dei fratelli. Il disturbo è definito da tre sintomi: inattenzione, impulsività e instabilità motoria. Questi sintomi possono comparire isolati oppure associati agli altri due. La forma mista li raggruppa tutti e tre, ma esiste anche una forma di “inattenzione pura” senza iperattività né impulsività e una forma di “iperattività –impulsività” senza inattenzione. Il problema del deficit di attenzione, con o senza iperattività, si esprime in modo intenso e precoce prima dei sette anni di età, a prescindere dal contesto o dall’ambiente del bambino.

Le origini del deficit di attenzione con iperattività sono ancora in parte misteriose e probabilmente multifattoriali. I geni implicati nella regolazione della trasmissione dopaminergica sembrano associati a determinate forme di deficit di attenzione, come sembrerebbero associati alcuni fattori ambientali ed educativi. (V. Herbillon, 2012). L’80% della popolazione porta con sé le conseguenze di questo problema nell’adolescenza e nell’età adulta se il “ disturbo dell’attenzione con o senza iperattività” non viene curato durante l’infanzia. L’assenza di trattamento rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali.

Per quanto riguarda il trattamento sono efficaci i trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività) e sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi vengono utilizzati anche i strong>farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), ma in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente. L’approccio che si sta dimostrando più efficace in tutto il mondo è quello definito “multimodale”, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di tecniche di problem-solving (Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente vengono seguite la famiglia, con un percorso formativo per genitori, nonché la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).

La psicologia positiva per aumentare il proprio livello di felicità e il benessere psicologico

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

La psicologia positiva aumenta il proprio livello di felicità. Questo perché la felicità soggettiva è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per il 50% la felicità si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).

Cosa intendiamo per felicità? Cosa significa benessere psicologico?

In letteratura il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma questo è improprio perché la felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Mentre il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al. ,1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000).

Cosa accomuna la psicologia positiva con la felicità e con il benessere psicologico?

La psicologia positiva individua i meccanismi che contribuiscono al benessere psicologico degli individui e al funzionamento delle persone individualmente o in gruppo. Si concentra sulle risorse umane, interessandosi al funzionamento ottimale di individui, gruppi e istituzioni. E’ un approccio che cerca di studiare i meccanismi psicologici che aiutano le persone a crescere e a difendersi dagli effetti dello stress e dai disturbi psichici che possono sopravvenire nel corso della vita. La psicologia positiva mira ad aiutare gli individui a dare un senso alla propria vita personale e sociale, li guida nella ricerca della felicità e della realizzazione umana. L’obiettivo della psicologia positiva è prendere in considerazione l’essere umano nella sua globalità, con le sue risorse e le sue difficoltà. Attiva le risorse dell’individuo, prima di occuparsi delle sue difficoltà. Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita.

Qual è la tecnica per aumentare il proprio livello di felicità?

La tecnica per aumentare il proprio livello di felicità consiste nell’imparare a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci hanno reso felici. Inoltre la felicità di un individuo può essere influenzata da quella dei propri amici, della famiglia o addirittura dei vicini. Avere amici felici accresce le proprie possibilità di essere felici di quasi il 60% e avere vicini felici le aumenta di quasi il 30%. Alcuni autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. L’ottimismo è un’interpretazione positiva degli avvenimenti del presente che comprende un atteggiamento speranzoso per il futuro, diventa una “profezia che si autoavvera” (chi pensa di realizzare qualcosa è invogliato a darsi da fare e il suo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere l’obiettivo) I principi fondamentali della felicità ,che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in:

a) essere più attivi e tenersi occupati,

b) passare più tempo socializzando,

c) essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato,

d) organizzarsi meglio e pianificare le cose,

e) smettere di preoccuparsi,

f) ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni,

g) sviluppare pensieri ottimistici e positivi,

h) essere orientati sul presente,

i) lavorare a una sana personalità,

l) sviluppare una personalità socievole,

m) essere se stessi,

n) eliminare sentimenti negativi e problemi,

o) i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità,

p) considerare la felicità la priorità numero uno. .

Le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

Per concludere la psicologia positiva insegna a pensare in modo nuovo, aiuta gli individui ad adottare modi di pensare e di agire che coinvolgono generalmente anche gli altri ; fa apprendere a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci ha reso felici, aumentando il livello di felicità soggettiva. In altre parole permette a ognuno di sviluppare strumenti per stare meglio, cambia lo stile attribuzionale , un cambiamento che è possibile anche in età adulta e che determina sia il benessere psicologico che il successo.

Psicologia della felicità

Psicologia della felicità – Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché ognuno ha la sua felicità, così come ognuno indossa i vestiti che meglio calzano la sua figura. Il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma è improprio. La felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Se il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al., 1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000). Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita. Martin Seligman (2002) propone un’equazione della felicità che sarebbe il risultato di un mix di fattori. Si tratterebbe della somma o addizione del patrimonio genetico o intelligenza (50%), delle attività che eseguiamo (40%) e delle situazioni fortuite (10%). Sembrerebbe che la genetica avrebbe la supremazia, ma l’equazione non convince. In realtà i fattori ambientali hanno un ruolo molto importante . Paolo Meazzini (2007) ha modificato quest’equazione, ha aggiunto il fattore “stile cognitivo” (il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda e la interpretiamo) e ha cambiato la natura da additiva o sommativa a moltiplicativa. E’ risultato che la felicità è data dalla dotazione genetica (50%), dallo stile cognitivo (20), dalle attività che svolgiamo (20%) e dalle circostanze fortuite (10%). Cosa significa tutto questo? Se anche uno solo dei valori fosse uguale a zero si azzererebbe tutto con la moltiplicazione. Non è forse vero che esistono persone con un buon patrimonio genetico, con una buona intelligenza profondamente infelici ed altre persone con un patrimonio genetico carente ovvero poco intelligenti molto felici? Altri autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. In sintesi ognuno di noi ha un numero davvero ragguardevole (quasi infinito) di possibilità di crearsi una vita felice o al contrario infelice.

Come si può fare per mantenere la felicità il più a lungo possibile?

I principi fondamentali della felicità, che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in: essere più attivi e tenersi occupati, passare più tempo socializzando, essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato, organizzarsi meglio e pianificare le cose, smettere di preoccuparsi, ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni, sviluppare pensieri ottimistici e positivi, essere orientati sul presente, lavorare a una sana personalità, sviluppare una personalità socievole, essere se stessi, eliminare sentimenti negativi e problemi, i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità, considerare la felicità la priorità numero uno. Paolo Meazzini (2007) individua alcuni passi verso la felicità o proposte per condurre una vita felice:

  1. Stendere un bilancio delle attività che siamo in grado di eseguire, suddividendole in attività gratificanti ed altre frustranti o addirittura punitive.

  2. Ricostruire la storia della propria vita e scoprire quale evento l’ha resa felice e quale infelice (identificare le attività che hanno procurato gioia e felicità isolandole da quelle che hanno destato sentimenti negativi e cercare di ripeterle)

  3. Evitare l’assuefazione (evitare che le attività siano sempre le stesse, altrimenti stancano!)

  4. Garantirsi la felicità attraverso i rapporti interpersonali ( se ci accorgiamo di essere aggressivi, sarcastici o colpevolizzanti l’unica strada è cambiare, perché alla base di un buon rapporto interpersonale vi è comprensione, empatia, accettazione dell’altro, intimità e fiducia, condivisione di uno o più interessi).

  5. Incrementare il nostro senso di autostima.

  6. Non guardare solo in alto, ma anche un po’ in basso per ridimensionarci ( non è sempre vero che l’erba del vicino è sempre più verde, sembra a noi! )

  7. Proseguire nella vita uno scopo che trascende noi stessi ( esempio la religione, i gruppi politici, aderire a qualche associazione, ecc.)

  8. Organizzare il tempo in modo ottimale ( il tempo è una convenzione, ciò che conta è la nostra decisione di fare ovvero se vogliamo fermamente fare qualcosa il tempo si trova)

  9. E la famiglia felice?

Riguardo l’ultimo punto la ricerca dimostra che le persone più felici sono quelle sposate, ma è anche vero che il matrimonio non dà sempre felicità. Le persone coniugate dichiarano di essere felici in una percentuale nettamente maggiore rispetto a quelle mai coniugate, a quelle divorziate ed infine a quelle separate. Il dato è discutibile perché le persone più felici, grazie al loro ottimismo, tendono a sposarsi più frequentemente delle persone meno felici. In questo caso il matrimonio non altererebbe in alcun modo i loro sentimenti. Le persone, cioè, sarebbero ragionevolmente felici prima ancora di sposarsi e manterrebbero questo stato di grazia anche durante la vita matrimoniale. Dice Oscar Wilde: “Sposatevi in ogni caso: se vi capita una buona moglie sarete felici; se ve ne capita una cattiva, diventerete filosofi”.

In conclusione per aumentare il proprio livello di felicità occorre imparare a gustare l’esperienza vissuta , a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento felice. La felicità è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per l’altro 50% si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).Di solito le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

L’Autostima: come migliorarla

L’Autostima: come migliorarla…

 

A cura della dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoteapeuta SITCC ed EMDR Italia

 

L’autostima è quel sentimento per cui una persona, rivolgendosi a se stessa, pensa in generale positivamente o negativamente; include anche la parola “sicurezza”, la sicurezza nelle proprie capacità mentali e/o fisiche, nell’essere ben accettato o addirittura ammirato dagli altri. (S. Crosera, 2000).

Come si caratterizza l’autostima ?

L’autostima si può distinguere in alta e bassa autostima, in autostima realistica o irrealistica, autentica e inautentica, stabile e instabile, globale e specifica. ( M. Miceli, 1998) L’alta e bassa autostima sono in rapporto con le nostre valutazioni e le nostre aspirazioni. Per sapere se una persona ha un’alta o una bassa autostima bisogna sapere “cosa pensa di sé” e “come vorrebbe essere”. Occorre osservare che discrepanza c’è tra le sue autovalutazioni di fatto e quelle desiderate. Se la discrepanza è grande, l’autostima sarà bassa; se la discrepanza è piccola, l’autostima sarà alta, perché la persona pensa di corrispondere ai suoi desideri, alle sue aspettative e ambizioni. La persona che ha un’autostima alta prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, affrontare una prova, appare in genere sicura di sé, convinta di avere buone probabilità di successo. E’ questa fiducia in se stessa che le dà la spinta, l’incoraggiamento: è una scommessa proprio su se stessa. Senza questa scommessa avrebbe un atteggiamento fin troppo cauto e conservatore, che non le farebbe osare strade nuove. Ha spesso alle spalle una storia di precedenti successi, che alimentano le sue rosee aspettative. Se in passato è incappata in qualche delusione rispetto a compiti simili, tende a pensare che “stavolta andrà bene”. Le situazioni e le prove difficili le risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere, per dimostrare a se stessa e agli altri che è in bamba, in una parola vuole eccellere. La persona che ha una bassa autostima, invece, prima di ogni prova si sente ansiosa e preoccupata, vorrebbe darsela a gambe ed essere lasciata in pace. Ha molti dubbi sull’esito dei suoi sforzi e l’esperienza passata non le suggerisce prognostici favorevoli; si raffigura anche il momento in cui dovrà fare i conti con l’ennesimo fallimento. Entra in panico anche quando c’è un iniziale risultato positivo, tende ad evitare e così facendo si sottrae anche alle possibilità di successo. Non vede le prove come stimolanti sfide, ma come minacce per la sua autostima, occasioni in cui rischia di dimostrare di non essere abbastanza capace, interessante, intelligente. Pensa che basta cavarsela, l’atteggiamento è quello sulla difensiva, non quello all’attacco. Mentre di fronte al successo la persona che ha un’alta autostima è soddisfatta, perché vede confermate le sue aspettative; quella che ha una bassa autostima non è contenta, il successo la coglie di sorpresa , la rende confusa e timorosa.Tuttavia l’autostima non è sempre stabile, costante nel tempo, può subire anche delle variazioni, delle oscillazioni periodiche o quotidiane, che dipendono da fattori contemporanei o storici. Un’autostima instabile da “fattori contemporanei” varia di volta in volta in base alle situazioni, agli specifici successi o fallimenti e alle specifiche autovalutazioni che la persona si dà. Ogni successo o apprezzamento positivo, e viceversa ogni fallimento o apprezzamento negativo, vengono automaticamente interpretati come segni del proprio valore, conseguentemente l’autostima si innalza o si abbassa, seguendo le oscillazioni del momento. Gli inevitabili alti e bassi della vita di tutti i giorni sono automaticamente ritradotti in alti e bassi della loro autostima. I “fattori storici” che influenzano l’autostima, invece, comprendono il comportamento valutativo di genitori, insegnanti e altre figure significative. Questi possono avere importanti ripercussioni sull’autostima del bambino e influenzare anche molte sue caratteristiche in età adulta. Un’autostima instabile da “fattori storici” sembra dipendere dall’arbitrarietà e mutevolezza delle valutazioni altrui, a cui siamo esposti nell’infanzia. Se l’adulto esprime giudizi arbitrari, inattendibili, contraddittori, motivati dall’umore del momento, il bambino arriverà a convincersi di non avere controllo sulle valutazioni che riceve, cioè di non essere in grado di favorire certe valutazioni o di impedirne altre.

Concludendo l’autostima si caratterizza anche in base ad altre dimensioni che sono la sua globalità o specificità, autenticità o inautenticità e il suo essere realistica o irrealistica. L’autostima globale è indicatore ricorrente e attendibile del benessere psicologico dell’individuo; l’autostima specifica permette di prevedere il comportamento in attività intellettuali, sociali, affettive, ecc., ovvero il successo o il fallimento. L’autostima realistica è aderente ai fatti, mentre l’autostima irrealistica è lontana dalla realtà (può talvolta darci intraprendenza e tenacia, qualità molto utili per progredire, apprendendo nuove strategie e acquisendo nuove competenze). L’autostima autentica è quella composta da autovalutazioni che la persona crede corrispondenti a verità, per cui un’alta autostima inautentica maschera una bassa autostima. Un’autostima alta, sufficientemente realistica, autentica, stabile e globale è segno di benessere psicologico ben più di un’autostima bassa, irrealistica, in autentica, ecc. ( M. Miceli, 1998)

L’autostima si può migliorare?

L’autostima si può migliorare essendo connessa con l’autovalutazione, con il conoscersi o piacersi. Per migliorare l’autostima occorre modificare il sistema di credenze, di convinzioni, di aspettative su se stessi, le prospettive o punti di vista dell’autovalutazione e del giudizio di sé. Solo così si può cambiare il senso del proprio valore. Le terapie cognitive e i training di terapia cognitiva specifici per migliorare l’autostima sono risultati piuttosto efficaci, perché aiutano ad assumere un atteggiamento critico rispetto alle proprie convinzioni, cercando di metterle in discussione.

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L’EMDR: una tecnica per velocizzare i tempi e i risultati in psicoterapia

EMDR: una tecnica per velocizzare i tempi e i risultati in psicoterapia

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

L’EMDR  (eyes movement desensitation and reprocessing) è una tecnica psicoterapeutica, nuova per l’Italia, elaborata dalla Psicologa Nord Americana Francine Shapiro nel 1987 (F. Shapiro, 2000, “EMDR: desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari”, McGraw-Hill, Milano).

La Shapiro, una ricercatrice presso la Mental Research Institute di Palo Alto in California, scoprì che alcuni tipi di stimolazione bilaterale esterna (i movimenti oculari che vengono prodotti in un paziente invitandolo e seguire  il movimento della mano del terapeuta o i tamburellamenti destro/sinistro sulle mani o sulle spalle)  potevano aiutare efficacemente una persona a superare un evento traumatico o emotivamente disturbante, riducendo l’impatto emotivo di determinati pensieri negativi o di esperienze vissute. Pensare ad un evento traumatico mentre contemporaneamente  si eseguono determinati movimenti oculari genera l’effetto di riprendere o accelerare l’elaborazione delle informazioni contenute nel cervello relative ad un trauma (è un processo neurofisiologico naturale, legato all’elaborazione accelerata dell’informazione).

L’approccio EMDR affronta un evento disturbante in modo olistico, cioè nelle sue componenti comportamentali, cognitive, interpersonali, emozionali, viscerali e ciò è molto utile ed importante, perché alla base di molti problemi psicologici ci sono esperienze negative o francamente traumatiche. La patologia è vista solo come informazione immagazzinata in modo non funzionale e si ipotizza che ci sia una componente fisiologica in ogni disturbo o disagio psicologico. Quando avviene un evento “traumatico” viene disturbato l’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione; questo provoca un “congelamento” dell’informazione nella sua forma ansiogena generale (nello stesso modo in cui è stato vissuto), cosicché  l’informazione “congelata” e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post traumatico, l’attacco di panico con o senza agorafobia, le fobie specifiche (es. : ascensore, aereo, animali come cani, serpenti, ecc,), le fobie sociali, l’ansia generalizzata, l’ipocondria, le depressioni, i disturbi del comportamento alimentare, i disturbi da uso di sostanze (droghe illegali e legali), i disturbi sessuali, i disturbi dissociativi e di personalità, i disturbi da dimorfismo corporeo (preoccupazione riguardante un difetto presunto o sopravvalutato dell’aspetto fisico).

L’EMDR viene oggi utilizzato, sempre in integrazione con la psicoterapia (meglio se di tipo cognitivo-comportamentale), per piccoli/grandi traumi subiti nell’età dello sviluppo, eventi stressanti nell’ambito delle esperienze comuni (lutto, malattia cronica, perdite finanziarie, conflitti coniugali, cambiamenti), eventi stressanti al di fuori dell’esperienza umana consueta quali disastri naturali (terremoti, inondazioni) o disastri provocati dall’uomo (incidenti gravi, torture, violenza fisica e/o sessuale), ansia da prestazioni sul lavoro o  a scuola o nello sport o nello spettacolo.

Le radici dell’EMDR sono innanzi tutto con la terapia cognitivo-comportamentale, in quanto la formazione principale della Shapiro è stata di tipo comportamentale _ il decondizionamento nei confronti di esperienze negative è squisitamente comportamentale, inoltre viene conferita rilevanza alla valutazione degli aspetti cognitivi legati ad un problema, la cui individuazione e modificazione è sempre subordinata all’aspetto emozionale e viscerale delle memorie _ e con la PNL (programmazione neurolinguistica), per alcuni accorgimenti tecnici, alcune strategie terapeutiche.

Durante l’EMDR il terapeuta lavora con il paziente per identificare il problema oggetto specifico della psicoterapia e utilizzando un approccio strutturato guida la persona nella descrizione dell’evento o dell’aspetto disfunzionale, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti. Viene chiesto al paziente quali pensieri o convinzioni ha in mente mentre richiama l’aspetto peggiore o più disturbante dell’evento. Il terapeuta aiuta l’elaborazione mediante movimenti guidati degli occhi, o altre stimolazioni bilaterali degli emisferi cerebrali. Durante i movimenti oculari il paziente rivive vari elementi del ricordo o di altri ricordi  e ad intervalli regolari il terapeuta interrompe i movimenti oculari per accertarsi che la persona elabori adeguatamente da solo, facilitando il processo prendendo decisioni cliniche relative alla direzione dell’intervento. L’obiettivo è quello di far elaborare rapidamente le informazioni relative all’esperienza negativa fino alla sua “risoluzione adattiva” .

La persona può provare intense emozioni durante l’EMDR, ma al termine della seduta la maggior parte delle persone riferisce di “stare meglio”, una notevole riduzione nel livello di disturbo associato all’esperienza traumatica. Questo secondo la Shapiro è legato ad una riduzione della sintomatologia, ad un cambiamento nelle convinzioni negative della persona verso quelle positive. L’EMDR e una tecnica che può essere utilizzata nell’ambito di una psicoterapia tradizionale ed è tanto più efficace quanto più un terapeuta è formato ed aggiornato: un terapeuta mediocre che apprende l’EMDR resterà sempre un terapeuta mediocre, allo stesso modo in cui una autista qualunque che acquista una Ferrari resterà  un autista qualunque.

Negli ultimi 20 anni è stato realizzato un grande lavoro di ricerca e di sperimentazione per validare l’EMDR come metodo terapeutico efficace dal punto di vista scientifico e questa validazione è arrivata da due fonti: l’American Psychological Association e l’International Society for Traumatic Stress Studies.

A livello mondiale, la formazione in EMDR viene organizzata e regolamentata dell’EMDR Institute, con sede a Pacific Grove, in California. Questo istituto garantisce che la formazione venga effettuata con elevati livelli di qualità scientifica. In Italia la formazione in EMDR, autorizzata dall’EMDR Institute, è organizzata dall’Associazione EMDR Italia, con sede a Milano.