I disturbi da deficit di attenzione e iperattività in età evolutiva

Pubblicato il 27 luglio, 2011

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Il Disturbo da Deficit dell’ Attenzione ed Iperattività (DDAI) in età evolutiva è stato descritto per la prima volta da G.F. Still nel 1902, in una conferenza presso il Royal College of Physicians di Londra, affrontando il tema dei bambini con eccessiva vivacità e “distruttività”.

Come si presenta il bambino con Deficit di Attenzione e Iperattività?

Il bambino con DDAI nei racconti dei genitori può spesso presentare ritmi irregolari sonno/veglia (frequenti risvegli o difficoltà di addormentamento) nel primo anno di vita, irrequietezza motoria al momento del risveglio, scarso interesse ai giochi o alle attività tipiche della sua età, reazioni eccessive di fronte al rifiuto dei genitori di assecondare un loro desiderio (ad esempio avere un giocattolo), mentre nello stesso tempo esplorano e usano in modo superficiale e frettoloso un oggetto avuto dopo molte insistenze.

Sono bambini con una debole tolleranza all’attesa e alla frustrazione, che può favorire nei genitori l’insorgere di comportamenti anticipatori rispetto alle richieste del figlio: soddisfare le sue richieste prima del momento stabilito (ad esempio un regalo anzitempo), o addirittura prima che vengano espresse dal bambino stesso, proprio per evitare crisi di pianto o reazioni comportamentali esagerate ( esempio gettarsi a terra, rifiutarsi di seguire i genitori durante una passeggiata). Nella scuola materna hanno difficoltà a rispettare alcune semplici regole, come stare seduti durante lo svolgimento di attività educative; tendono ad entusiasmarsi facilmente per ogni proposta didattica, ma non riescono a portare a termine nulla; in gruppo vengono inizialmente accettati per poi essere rifiutati, perché non accettano di perdere o perché sono incapaci di rispettare le regole. I genitori di solito sottolineano i seguenti comportamenti: “è cocciuto”, “non ascolta mai quello che gli si dice”, “è tremendo”, “è irritabile”, ecc.; si sentono spesso inefficaci nello stabilire la disciplina nell’ambito familiare e nell’ottenere il rispetto di semplici regole di convivenza ( esempio stare a tavola, orario del riposo, ecc.). Nella scuola elementare i primi 2-3 anni sono caratterizzati da un apprendimento incostante, ma soprattutto da irrequietezza motoria (esempio non riuscire a stare nel proprio posto, far cadere frequentemente le cose dal banco, muoversi sulla sedia, giocare in continuazione con oggetti, ecc.). In quarta e in quinta elementare di solito il problema dell’iperattività tende a ridursi per lasciare spazio ad una scarsa motivazione all’apprendimento scolastico, alla disattenzione, alla nascita di attribuzioni esterne nel modo di pensare, stabili e di tipo globale (esempio può pensare di essere sfortunato in relazione ad un’attività non riuscita bene o alla prestazione negativa in un compito scolastico) (Cornoldi, De Meo e altri, 2001).

Attualmente la diagnosi clinica segue i criteri DSM-IV-R (APA, 2001) e ICD -10 (WHO, 1992). In merito alla etiologia del Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività oggi  sia i clinici che i ricercatori sostengono che esso sia da ricondurre a fattori di natura neurobilogica, mentre l’ambiente sociale e/o familiare può solo modulare le problematiche primarie del disturbo (iperattività, disattenzione, impulsività) e quelle secondarie (esempio rispetto di regole, difficoltà nei rapporti sociali, basso livello di autostima), nel senso di riuscire in parte a contenerle o, al contrario, se l’ambiente sociale e/o familiare è  disgregato, a enfatizzarle. Sono necessari però ancora alcuni anni per identificare l’origine neurobiologica e neurochimica del disturbo.

Per quanto riguarda la prognosi e l’evoluzione di questo disturbo gli studi longitudinali hanno potuto verificare che solo il 20% dei soggetti in età adolescenziale a cui era stato diagnosticato un Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività non manifestano più i sintomi del disturbo (l’80% porta ancora con sé le conseguenze di queste problematiche nell’adolescenza e nell’età adulta e ciò rappresenta un importante fattore di rischio di successive condotte antisociali o di problematiche sociali e/o interpersonali). L’eterogeneità della popolazione di questi bambini, l’elevata comorbilità con altri disturbi, la possibilità che la fenomenologia del disturbo cambi con modalità di espressione a seconda delle età, rende difficile definire un piano di trattamento. Tuttavia sono state dimostrate l’efficacia dei trattamenti psicoeducativi sulle principali caratteristiche del disturbo (impulsività, disattenzione, iperattività), sulle problematiche secondarie come la difficoltà a rispettare le regole, a mantenere significative relazioni sociali, affrontare situazioni di problem-solving, adottare adeguati comportamenti in classe. In altri paesi viene utilizzata come possibile modalità di intervento la somministrazione di farmaci (psicostimolati come le destroamfetamine, il metilfenidato e la pemolina), mentre in Italia il trattamento farmacologico è poco frequente.

Pertanto l’approccio che si sta dimostrando più largamente efficace è quello definito multimodale, che prevede un intervento diretto sul bambino e un aiuto alla famiglia e alla scuola. Si insegna al bambino l’autoregolazione attraverso procedure di autoistruzione verbale, meglio se integrate in un programma di tecniche cognitivo-comportamentali (rinforzo, costo della risposta, modellamento, ecc.) e di problem-solving(Kendall e Braswell, 1985). Parallelamente viene seguita la famiglia con un percorso formativo per genitori e la scuola con consulenze alle insegnanti (Vio, Marzocchi e Offredi, 1999).