Psicologia della felicità

Psicologia della felicità – Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché ognuno ha la sua felicità, così come ognuno indossa i vestiti che meglio calzano la sua figura. Il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma è improprio. La felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Se il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al., 1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000). Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita. Martin Seligman (2002) propone un’equazione della felicità che sarebbe il risultato di un mix di fattori. Si tratterebbe della somma o addizione del patrimonio genetico o intelligenza (50%), delle attività che eseguiamo (40%) e delle situazioni fortuite (10%). Sembrerebbe che la genetica avrebbe la supremazia, ma l’equazione non convince. In realtà i fattori ambientali hanno un ruolo molto importante . Paolo Meazzini (2007) ha modificato quest’equazione, ha aggiunto il fattore “stile cognitivo” (il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda e la interpretiamo) e ha cambiato la natura da additiva o sommativa a moltiplicativa. E’ risultato che la felicità è data dalla dotazione genetica (50%), dallo stile cognitivo (20), dalle attività che svolgiamo (20%) e dalle circostanze fortuite (10%). Cosa significa tutto questo? Se anche uno solo dei valori fosse uguale a zero si azzererebbe tutto con la moltiplicazione. Non è forse vero che esistono persone con un buon patrimonio genetico, con una buona intelligenza profondamente infelici ed altre persone con un patrimonio genetico carente ovvero poco intelligenti molto felici? Altri autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. In sintesi ognuno di noi ha un numero davvero ragguardevole (quasi infinito) di possibilità di crearsi una vita felice o al contrario infelice.

Come si può fare per mantenere la felicità il più a lungo possibile?

I principi fondamentali della felicità, che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in: essere più attivi e tenersi occupati, passare più tempo socializzando, essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato, organizzarsi meglio e pianificare le cose, smettere di preoccuparsi, ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni, sviluppare pensieri ottimistici e positivi, essere orientati sul presente, lavorare a una sana personalità, sviluppare una personalità socievole, essere se stessi, eliminare sentimenti negativi e problemi, i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità, considerare la felicità la priorità numero uno. Paolo Meazzini (2007) individua alcuni passi verso la felicità o proposte per condurre una vita felice:

  1. Stendere un bilancio delle attività che siamo in grado di eseguire, suddividendole in attività gratificanti ed altre frustranti o addirittura punitive.

  2. Ricostruire la storia della propria vita e scoprire quale evento l’ha resa felice e quale infelice (identificare le attività che hanno procurato gioia e felicità isolandole da quelle che hanno destato sentimenti negativi e cercare di ripeterle)

  3. Evitare l’assuefazione (evitare che le attività siano sempre le stesse, altrimenti stancano!)

  4. Garantirsi la felicità attraverso i rapporti interpersonali ( se ci accorgiamo di essere aggressivi, sarcastici o colpevolizzanti l’unica strada è cambiare, perché alla base di un buon rapporto interpersonale vi è comprensione, empatia, accettazione dell’altro, intimità e fiducia, condivisione di uno o più interessi).

  5. Incrementare il nostro senso di autostima.

  6. Non guardare solo in alto, ma anche un po’ in basso per ridimensionarci ( non è sempre vero che l’erba del vicino è sempre più verde, sembra a noi! )

  7. Proseguire nella vita uno scopo che trascende noi stessi ( esempio la religione, i gruppi politici, aderire a qualche associazione, ecc.)

  8. Organizzare il tempo in modo ottimale ( il tempo è una convenzione, ciò che conta è la nostra decisione di fare ovvero se vogliamo fermamente fare qualcosa il tempo si trova)

  9. E la famiglia felice?

Riguardo l’ultimo punto la ricerca dimostra che le persone più felici sono quelle sposate, ma è anche vero che il matrimonio non dà sempre felicità. Le persone coniugate dichiarano di essere felici in una percentuale nettamente maggiore rispetto a quelle mai coniugate, a quelle divorziate ed infine a quelle separate. Il dato è discutibile perché le persone più felici, grazie al loro ottimismo, tendono a sposarsi più frequentemente delle persone meno felici. In questo caso il matrimonio non altererebbe in alcun modo i loro sentimenti. Le persone, cioè, sarebbero ragionevolmente felici prima ancora di sposarsi e manterrebbero questo stato di grazia anche durante la vita matrimoniale. Dice Oscar Wilde: “Sposatevi in ogni caso: se vi capita una buona moglie sarete felici; se ve ne capita una cattiva, diventerete filosofi”.

In conclusione per aumentare il proprio livello di felicità occorre imparare a gustare l’esperienza vissuta , a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento felice. La felicità è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per l’altro 50% si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).Di solito le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

L’Autostima: come migliorarla

L’Autostima: come migliorarla…

 

A cura della dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoteapeuta SITCC ed EMDR Italia

 

L’autostima è quel sentimento per cui una persona, rivolgendosi a se stessa, pensa in generale positivamente o negativamente; include anche la parola “sicurezza”, la sicurezza nelle proprie capacità mentali e/o fisiche, nell’essere ben accettato o addirittura ammirato dagli altri. (S. Crosera, 2000).

Come si caratterizza l’autostima ?

L’autostima si può distinguere in alta e bassa autostima, in autostima realistica o irrealistica, autentica e inautentica, stabile e instabile, globale e specifica. ( M. Miceli, 1998) L’alta e bassa autostima sono in rapporto con le nostre valutazioni e le nostre aspirazioni. Per sapere se una persona ha un’alta o una bassa autostima bisogna sapere “cosa pensa di sé” e “come vorrebbe essere”. Occorre osservare che discrepanza c’è tra le sue autovalutazioni di fatto e quelle desiderate. Se la discrepanza è grande, l’autostima sarà bassa; se la discrepanza è piccola, l’autostima sarà alta, perché la persona pensa di corrispondere ai suoi desideri, alle sue aspettative e ambizioni. La persona che ha un’autostima alta prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, affrontare una prova, appare in genere sicura di sé, convinta di avere buone probabilità di successo. E’ questa fiducia in se stessa che le dà la spinta, l’incoraggiamento: è una scommessa proprio su se stessa. Senza questa scommessa avrebbe un atteggiamento fin troppo cauto e conservatore, che non le farebbe osare strade nuove. Ha spesso alle spalle una storia di precedenti successi, che alimentano le sue rosee aspettative. Se in passato è incappata in qualche delusione rispetto a compiti simili, tende a pensare che “stavolta andrà bene”. Le situazioni e le prove difficili le risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere, per dimostrare a se stessa e agli altri che è in bamba, in una parola vuole eccellere. La persona che ha una bassa autostima, invece, prima di ogni prova si sente ansiosa e preoccupata, vorrebbe darsela a gambe ed essere lasciata in pace. Ha molti dubbi sull’esito dei suoi sforzi e l’esperienza passata non le suggerisce prognostici favorevoli; si raffigura anche il momento in cui dovrà fare i conti con l’ennesimo fallimento. Entra in panico anche quando c’è un iniziale risultato positivo, tende ad evitare e così facendo si sottrae anche alle possibilità di successo. Non vede le prove come stimolanti sfide, ma come minacce per la sua autostima, occasioni in cui rischia di dimostrare di non essere abbastanza capace, interessante, intelligente. Pensa che basta cavarsela, l’atteggiamento è quello sulla difensiva, non quello all’attacco. Mentre di fronte al successo la persona che ha un’alta autostima è soddisfatta, perché vede confermate le sue aspettative; quella che ha una bassa autostima non è contenta, il successo la coglie di sorpresa , la rende confusa e timorosa.Tuttavia l’autostima non è sempre stabile, costante nel tempo, può subire anche delle variazioni, delle oscillazioni periodiche o quotidiane, che dipendono da fattori contemporanei o storici. Un’autostima instabile da “fattori contemporanei” varia di volta in volta in base alle situazioni, agli specifici successi o fallimenti e alle specifiche autovalutazioni che la persona si dà. Ogni successo o apprezzamento positivo, e viceversa ogni fallimento o apprezzamento negativo, vengono automaticamente interpretati come segni del proprio valore, conseguentemente l’autostima si innalza o si abbassa, seguendo le oscillazioni del momento. Gli inevitabili alti e bassi della vita di tutti i giorni sono automaticamente ritradotti in alti e bassi della loro autostima. I “fattori storici” che influenzano l’autostima, invece, comprendono il comportamento valutativo di genitori, insegnanti e altre figure significative. Questi possono avere importanti ripercussioni sull’autostima del bambino e influenzare anche molte sue caratteristiche in età adulta. Un’autostima instabile da “fattori storici” sembra dipendere dall’arbitrarietà e mutevolezza delle valutazioni altrui, a cui siamo esposti nell’infanzia. Se l’adulto esprime giudizi arbitrari, inattendibili, contraddittori, motivati dall’umore del momento, il bambino arriverà a convincersi di non avere controllo sulle valutazioni che riceve, cioè di non essere in grado di favorire certe valutazioni o di impedirne altre.

Concludendo l’autostima si caratterizza anche in base ad altre dimensioni che sono la sua globalità o specificità, autenticità o inautenticità e il suo essere realistica o irrealistica. L’autostima globale è indicatore ricorrente e attendibile del benessere psicologico dell’individuo; l’autostima specifica permette di prevedere il comportamento in attività intellettuali, sociali, affettive, ecc., ovvero il successo o il fallimento. L’autostima realistica è aderente ai fatti, mentre l’autostima irrealistica è lontana dalla realtà (può talvolta darci intraprendenza e tenacia, qualità molto utili per progredire, apprendendo nuove strategie e acquisendo nuove competenze). L’autostima autentica è quella composta da autovalutazioni che la persona crede corrispondenti a verità, per cui un’alta autostima inautentica maschera una bassa autostima. Un’autostima alta, sufficientemente realistica, autentica, stabile e globale è segno di benessere psicologico ben più di un’autostima bassa, irrealistica, in autentica, ecc. ( M. Miceli, 1998)

L’autostima si può migliorare?

L’autostima si può migliorare essendo connessa con l’autovalutazione, con il conoscersi o piacersi. Per migliorare l’autostima occorre modificare il sistema di credenze, di convinzioni, di aspettative su se stessi, le prospettive o punti di vista dell’autovalutazione e del giudizio di sé. Solo così si può cambiare il senso del proprio valore. Le terapie cognitive e i training di terapia cognitiva specifici per migliorare l’autostima sono risultati piuttosto efficaci, perché aiutano ad assumere un atteggiamento critico rispetto alle proprie convinzioni, cercando di metterle in discussione.

CORSO INTENSIVO AUTOSTIMA della Dott.ssa Loretta Bezzi 14-15-16 e 29 OTTOBRE,

C/O HOTEL OSTE DEL CASTELLO – VERUCCHIO (RN)

“COME MIGLIORARE L’AUTOSTIMA, LA SICUREZZA DI SE’, L’AUTOIMMAGINE E L’AMORE PER SE STESSI”

Max 15 persone