Sessodipendenza o sexual addiction

Sessodipendenza o sexual addiction: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di sexual addiction, ovvero sessodipendenza.

Cos’è la sessodipendenza?

La sessodipendenza colpisce dal 3% al 6% della popolazione, con una netta prevalenza maschile (l’80% dei casi). Il termine sessodipendenza è entrato solo di recente nella letteratura psichiatrica, il fenomeno è noto da tempo sotto i più vari nomi (ipersessualità, ninfomania, sessuomania, ecc.). La sessodipendenza è difficile da separare da criteri etici e di costume, ma recentemente è stato proposto di accogliere la sessodipendenza come categoria nosografica nel DSM, il manuale diagnostico dell’ American Psychiatric Association. Quello che veniva un tempo definito un “dongiovanni”, uno “sciupafemmine” o più volgarmente un “puttaniere”, può diventare in quest’ottica un caso psichiatrico, suscettibile di terapie. La diagnosi di sessodipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e mediatico.( Jean – Francois Dortier, 2012). Abbiamo casi famosi nella politica e nello spettacolo, letterati, divi del cinema, ecc. Le sessodipendenze, ovvero le dipendenze sessuali raggruppano comportamenti sessuali compulsivi, l’ipersessualità e le turbe caratterizzate da un disordine del controllo degli impulsi. In questa classificazione si ritrovano sintomi comportamentali (rapporti sessuali frequenti, masturbazione compulsiva, instabilità relazionale, ecc.) e sintomi emozionali (senso di colpa nei confronti del partner, impotenza, vergogna, ecc.). (Croce e Nanni, 2004) Secondo E. Coleman (1990), i soggetti affetti da dipendenza sessuale presentano almeno due delle seguenti note comportamentali:

  1. “abbordaggio compulsivo”, finalizzato alla gestione di stress ed ansia,

  2. autoerotismo compulsivo,

  3. fissazione compulsiva (iperidealizzazione di un partner inaccessibile verso il quale non sono rari episodi di gelosia delirante e di aggressività),

  4. rapporti compulsivi amorosi multipli, con insoddisfazione delle relazioni amorose concrete e ricerca perpetua dell’amore ideale,

  5. sessualità compulsiva (numerosi rapporti sessuali, vissuti in maniera insoddisfacente, bisogno inesauribile di atti sessuali, di espressioni amorose e di attenzioni).

Si parla di dipendenza per l’aspetto invasivo che la sessualità assume nella vita dell’individuo. Quanto alle conseguenze negative, queste riguardano sia il soggetto che le persone che gli stanno intorno. E’ chiaro che la sessualità è una pulsione fondamentale per tutti gli esseri umani e c’è un’ampia variabilità individuale. L’attrazione verso il sesso è distribuita secondo un continum che va dalla normalità alla patologia. Gli individui che hanno una vera e propria ossessione, una dipendenza dal sesso, si distinguono dal resto della popolazione perché si collocano verso l’estremo dell’ipersessualità. Gli uomini verso questo estremo sono di gran lunga più rappresentati delle donne.

Cosa caratterizza la dipendenza da sesso da una normale sessualità?

Il criterio della sofferenza, del bisogno imperioso, della “sete divorante” rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Matysiak, che è uno specialista delle dipendenze, si può parlare di sessodipendenza quando la vita dell’individuo è imperniata sul sesso a spese di tutto il resto. Ciò che contraddistingue la sessodipendenza è soprattutto il carattere ossessivo ed imperioso dell’attività sessuale. Il soggetto si sente come “posseduto” e non riesce a contrastare il suo comportamento. Tuttavia affinché si possa parlare di dipendenza deve essere presente l’aspetto doloroso, la sofferenza, il bisogno incoercibile da cui il soggetto non riesce a liberarsi.

In quali modi questi soggetti soddisfano la propria pulsione?

I modi per soddisfare la propria pulsione debordante sono vari: dalla pornografia alla masturbazione, dalla continua richiesta al partner di rapporti sessuali alla frequentazione assidua di prostitute, dai rapporti compulsivi amorosi multipli gestiti in rapporti paralleli (con più amanti e/o una moglie) all’abbordaggio compulsivo. Non necessariamente si tratta di seduttori sempre in cerca di nuove conquiste: sotto il profilo psicologico il “dongiovannismo” indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi soggetti dalla sessualità dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie, ovvero essere considerati dei “grandi amatori” o dei casi psichiatrici bisognosi di aiuto. ( Jean – Francois Dortier, 2012)

La sessodipendenza è causata da fattori ormonali , neurobiologici o è una costruzione sociale?

Le due alternative non necessariamente si escludono a vicenda, spesso coesistono.

Quali sono le terapie attualmente in atto?

Fra i trattamenti indicati alcuni consigliano gli antidepressivi, mentre i gruppi di sostegno come i Sex Addictis Anonymous (SAA), fondati sul modello degli alcolisti anonimi, predicano l’astinenza. Con la psicoterapia il soggetto può apprendere a regolare l’impulsività che conduce alla sessodipendenza , ad introdurre “processi di pensiero” prima di compiere un atto sessuale . Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. La sessualità viene regolata e condotta verso una “sana sessualità” (l’astinenza è un principio estremo, che è valido per le dipendenze da sostanze, ovvero le droghe legali ed illegali). In sintesi è fondamentale, attraverso la psicoterapia, reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei sistemi di memoria del sessodipendente (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale), che portano al suo comportamento impulsivo.

Ossessioni e compulsioni: il trattamento cognitivo-comportamentale

 

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

L’aspetto fondamentale delle ossessioni e dei comportamenti compulsivi nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è dato dalla durata considerevole ( più di un’ora al giorno ) e dal forte disagio in termini di sofferenza che questi generano ( DSM IV –R,; APA, 1994).

Cosa sono le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni sono pensieri, impulsi, rappresentazioni mentali, che si presentano insistentemente e senza una adeguata motivazione alla coscienza dell’individuo (es. la paura di essere contagiati se si tocca qualcosa, l’incertezza circa l’esecuzione di una certa azione, le idee ricorrenti a carattere sessuale e pornografico), mentre le compulsioni sono delle azioni ripetitive, dei rituali, a carattere esplicito ( es. lavarsi continuamente le mani, controllare di aver eseguito una determinata azione, ecc.) oppure implicito (es. azioni mentali come pregare, contare, ripetere continuamente alcune parole). Lo scopo di questi comportamenti è quello di neutralizzare, ovvero prevenire o alleviare l’ansia e il disagio connessi a determinate situazioni. In qualche caso le ossessioni possono assumere il carattere di veri e propri deliri, ad esempio quando un individuo è convinto di poter causare la morte di una persona, soltanto per il fatto di avere pensieri negativi che la riguardano.

Tuttavia le ossessioni e le compulsioni possono manifestarsi come manifestazioni normali (è l’angoscia e la sofferenza che contraddistingue il disturbo), tanto che quelle fisiologiche interessano circa l’80-88% degli individui normali e il loro contenuto è simile a quello delle corrispondenti manifestazioni patologiche. L’incidenza della malattia nella popolazione, considerata la durata intera della vita, è del 2,5% (circa 2 persone su 100 ne sono affette).

Come diventano patologiche le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni, come abbiamo detto, sono dei fenomeni comuni e tendono a scomparire da sole nella maggior parte delle persone; divengono dei disturbi e permangono quando vengono valutate come pericolose o gli viene data un’importanza eccessiva. Infatti in questi casi causano ansia e depressione e determinano comportamenti di neutralizzazione (rituali). Ansia, depressione e rituali causano ulteriori ossessioni e innescano un circolo vizioso, che porta al disturbo vero e proprio (Rachman, 1997). Inoltre le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo focalizzano eccessivamente la loro attenzione sui loro processi mentali, sui loro dubbi, sulle loro fantasie e ciò contribuisce ulteriormente ad alimentare il disturbo (Wells e Matthews, 1997). La credenza dell’ossessivo-compulsivo è che “se penso di aver fatto qualcosa di male, probabilmente l’ho fatta davvero”, per cui l’ossessivo-compulsivo mette in atto risposte comportamentali, come quelle di controllare i propri pensieri e le proprie azioni, ma indugiare sul pensiero intrusivo porta all’esasperazione dell’ansia e delle riflessioni tra sé e sé, creando il problema secondario della paura di vivere sensazioni ansiose (Wells e Matthews, 1994).

Secondo il “modello cognitivo”, centrale nella spiegazione del DOC (disturbo ossessivo-compulsivo), uno stimolo ( es. idea intrusiva, dubbio) attiva una credenza ( di pericolo, di fusione pensiero-azioni , di fusione pensiero-situazione, ecc.), che influenza a sua volta la valutazione del pensiero intrusivo e la credenza circa i rituali, così da alimentare due cicli di feedback, uno relativo alle emozioni e uno relativo alle risposte comportamentali, che impediscono la falsificazione di credenze nelle valutazioni disfunzionali delle intrusioni, perché il mancato verificarsi delle azioni o eventi catastrofici viene attribuito ai rituali esperiti e non all’incongruenza delle valutazioni dell’intrusione. In sostanza il mancato verificarsi della catastrofe non è da attribuire al rituale, come pensa l’ossessivo-compulsivo.

Quali sono i trattamenti migliori nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)?

E’ solo da una quarantina d’anni che esiste un trattamento efficace per il DOC. I trattamenti d’elezione sono oggi la terapia comportamentale (tecniche di esposizione con prevenzione o dilazione della risposta), la terapia farmacologica con gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e la terapia cognitiva ( tecniche specifiche focalizzate sulla valutazione dei pensieri intrusivi, sulle responsabilità di far del male, sulle stime del pericolo e tecniche di sfida delle valutazioni disfunzionali dei pensieri intrusivi). Il trattamento efficace del DOC richiede un trattamento intensivo da parte del terapeuta e una forte motivazione da parte del paziente, per cui la farmacoterapia, in assenza di una terapia comportamentale, non è un trattamento adeguato per il DOC, dato l’alto tasso di ricadute associato alla sospensione dei farmaci.

In conclusione il principale problema da vincere con l’ossessivo-compulsivo è rappresentato dalle credenze negative sulle intrusioni, dalle risposte comportamentali e dalle manifestazioni ansiose secondarie (non tanto dall’esistenza dell’intrusione di per sé). Lo scopo principale del trattamento cognitivo-comportamentale è quello di incoraggiare il paziente ad adottare un’accettazione distaccata dei pensieri intrusivi, in quanto irrilevanti, non indugiare sulle intrusioni attraverso rimuginazioni o strategie neutralizzanti, lasciandosi passivamente andare alle intrusioni, pur ammettendone la presenza (Wells, 1997)