Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

La psicologia positiva per aumentare il proprio livello di felicità e il benessere psicologico

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

La psicologia positiva aumenta il proprio livello di felicità. Questo perché la felicità soggettiva è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per il 50% la felicità si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).

Cosa intendiamo per felicità? Cosa significa benessere psicologico?

In letteratura il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma questo è improprio perché la felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Mentre il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al. ,1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000).

Cosa accomuna la psicologia positiva con la felicità e con il benessere psicologico?

La psicologia positiva individua i meccanismi che contribuiscono al benessere psicologico degli individui e al funzionamento delle persone individualmente o in gruppo. Si concentra sulle risorse umane, interessandosi al funzionamento ottimale di individui, gruppi e istituzioni. E’ un approccio che cerca di studiare i meccanismi psicologici che aiutano le persone a crescere e a difendersi dagli effetti dello stress e dai disturbi psichici che possono sopravvenire nel corso della vita. La psicologia positiva mira ad aiutare gli individui a dare un senso alla propria vita personale e sociale, li guida nella ricerca della felicità e della realizzazione umana. L’obiettivo della psicologia positiva è prendere in considerazione l’essere umano nella sua globalità, con le sue risorse e le sue difficoltà. Attiva le risorse dell’individuo, prima di occuparsi delle sue difficoltà. Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita.

Qual è la tecnica per aumentare il proprio livello di felicità?

La tecnica per aumentare il proprio livello di felicità consiste nell’imparare a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci hanno reso felici. Inoltre la felicità di un individuo può essere influenzata da quella dei propri amici, della famiglia o addirittura dei vicini. Avere amici felici accresce le proprie possibilità di essere felici di quasi il 60% e avere vicini felici le aumenta di quasi il 30%. Alcuni autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. L’ottimismo è un’interpretazione positiva degli avvenimenti del presente che comprende un atteggiamento speranzoso per il futuro, diventa una “profezia che si autoavvera” (chi pensa di realizzare qualcosa è invogliato a darsi da fare e il suo comportamento aumenterà le probabilità di raggiungere l’obiettivo) I principi fondamentali della felicità ,che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in:

a) essere più attivi e tenersi occupati,

b) passare più tempo socializzando,

c) essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato,

d) organizzarsi meglio e pianificare le cose,

e) smettere di preoccuparsi,

f) ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni,

g) sviluppare pensieri ottimistici e positivi,

h) essere orientati sul presente,

i) lavorare a una sana personalità,

l) sviluppare una personalità socievole,

m) essere se stessi,

n) eliminare sentimenti negativi e problemi,

o) i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità,

p) considerare la felicità la priorità numero uno. .

Le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

Per concludere la psicologia positiva insegna a pensare in modo nuovo, aiuta gli individui ad adottare modi di pensare e di agire che coinvolgono generalmente anche gli altri ; fa apprendere a gustare l’esperienza vissuta o a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento che ci ha reso felici, aumentando il livello di felicità soggettiva. In altre parole permette a ognuno di sviluppare strumenti per stare meglio, cambia lo stile attribuzionale , un cambiamento che è possibile anche in età adulta e che determina sia il benessere psicologico che il successo.

Psicologia della felicità

Psicologia della felicità – Come vivere sereni: dove nasce la felicità e cosa si può fare per mantenerla il più a lungo possibile

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

Ognuno di noi apprezza aspetti della propria esistenza che sono diversi da quelli apprezzati da altri, perché ognuno ha la sua felicità, così come ognuno indossa i vestiti che meglio calzano la sua figura. Il termine “felicità” viene spesso usato come sinonimo di benessere soggettivo, ma è improprio. La felicità può riferirsi ad un’esperienza globale di benessere, a un sentimento temporaneo di gioia o alla presenza di frequenti emozioni positive. Se il benessere psicologico è un insieme di valutazioni cognitive e di sentimenti positivi e negativi (Andrews e Withey 1976), la felicità corrisponde al grado in cui una persona giudica la qualità della propria vita nella sua globalità utilizzando due componenti: una cognitiva e una affettiva (umore, sentimenti ed emozioni) (Veenhoven ,1984) . La felicità può altresì corrispondere alla discrepanza percepita tra ciò a cui aspiriamo e ciò che realmente riusciamo a raggiungere (Campbel et.al., 1976). Il benessere soggettivo è formato da diverse componenti: la soddisfazione per la propria vita (giudizio globale), la soddisfazione per i diversi ambiti (per es. il lavoro), le emozioni positive e un basso livello di emozioni negative (Diener, 2000). Molti studi hanno dimostrato che il benessere e la felicità soggettivi possono essere migliorati in maniera duratura e che le persone ottimiste sono più perseveranti, hanno una migliore forza fisica e sono più aperte agli altri. La felicità aumenta addirittura la durata della vita. Martin Seligman (2002) propone un’equazione della felicità che sarebbe il risultato di un mix di fattori. Si tratterebbe della somma o addizione del patrimonio genetico o intelligenza (50%), delle attività che eseguiamo (40%) e delle situazioni fortuite (10%). Sembrerebbe che la genetica avrebbe la supremazia, ma l’equazione non convince. In realtà i fattori ambientali hanno un ruolo molto importante . Paolo Meazzini (2007) ha modificato quest’equazione, ha aggiunto il fattore “stile cognitivo” (il modo in cui guardiamo alla realtà che ci circonda e la interpretiamo) e ha cambiato la natura da additiva o sommativa a moltiplicativa. E’ risultato che la felicità è data dalla dotazione genetica (50%), dallo stile cognitivo (20), dalle attività che svolgiamo (20%) e dalle circostanze fortuite (10%). Cosa significa tutto questo? Se anche uno solo dei valori fosse uguale a zero si azzererebbe tutto con la moltiplicazione. Non è forse vero che esistono persone con un buon patrimonio genetico, con una buona intelligenza profondamente infelici ed altre persone con un patrimonio genetico carente ovvero poco intelligenti molto felici? Altri autori parlano di una formula per raggiungere la felicità attraverso la quale a parità di situazione vissuta nel presente la felicità è maggiore tanto più le aspettative sono moderate e l’ottimismo elevato (Fordyce, 2000) Una mentalità positiva e ottimista è il tratto che più di altri caratterizza le persone felici. In sintesi ognuno di noi ha un numero davvero ragguardevole (quasi infinito) di possibilità di crearsi una vita felice o al contrario infelice.

Come si può fare per mantenere la felicità il più a lungo possibile?

I principi fondamentali della felicità, che riassumono le caratteristiche che differenziano le persone felici da quelle che non lo sono, si possono riassumere in: essere più attivi e tenersi occupati, passare più tempo socializzando, essere produttivi svolgendo attività che abbiano significato, organizzarsi meglio e pianificare le cose, smettere di preoccuparsi, ridimensionare le proprie aspettative ed aspirazioni, sviluppare pensieri ottimistici e positivi, essere orientati sul presente, lavorare a una sana personalità, sviluppare una personalità socievole, essere se stessi, eliminare sentimenti negativi e problemi, i rapporti intimi sono la fonte principale di felicità, considerare la felicità la priorità numero uno. Paolo Meazzini (2007) individua alcuni passi verso la felicità o proposte per condurre una vita felice:

  1. Stendere un bilancio delle attività che siamo in grado di eseguire, suddividendole in attività gratificanti ed altre frustranti o addirittura punitive.

  2. Ricostruire la storia della propria vita e scoprire quale evento l’ha resa felice e quale infelice (identificare le attività che hanno procurato gioia e felicità isolandole da quelle che hanno destato sentimenti negativi e cercare di ripeterle)

  3. Evitare l’assuefazione (evitare che le attività siano sempre le stesse, altrimenti stancano!)

  4. Garantirsi la felicità attraverso i rapporti interpersonali ( se ci accorgiamo di essere aggressivi, sarcastici o colpevolizzanti l’unica strada è cambiare, perché alla base di un buon rapporto interpersonale vi è comprensione, empatia, accettazione dell’altro, intimità e fiducia, condivisione di uno o più interessi).

  5. Incrementare il nostro senso di autostima.

  6. Non guardare solo in alto, ma anche un po’ in basso per ridimensionarci ( non è sempre vero che l’erba del vicino è sempre più verde, sembra a noi! )

  7. Proseguire nella vita uno scopo che trascende noi stessi ( esempio la religione, i gruppi politici, aderire a qualche associazione, ecc.)

  8. Organizzare il tempo in modo ottimale ( il tempo è una convenzione, ciò che conta è la nostra decisione di fare ovvero se vogliamo fermamente fare qualcosa il tempo si trova)

  9. E la famiglia felice?

Riguardo l’ultimo punto la ricerca dimostra che le persone più felici sono quelle sposate, ma è anche vero che il matrimonio non dà sempre felicità. Le persone coniugate dichiarano di essere felici in una percentuale nettamente maggiore rispetto a quelle mai coniugate, a quelle divorziate ed infine a quelle separate. Il dato è discutibile perché le persone più felici, grazie al loro ottimismo, tendono a sposarsi più frequentemente delle persone meno felici. In questo caso il matrimonio non altererebbe in alcun modo i loro sentimenti. Le persone, cioè, sarebbero ragionevolmente felici prima ancora di sposarsi e manterrebbero questo stato di grazia anche durante la vita matrimoniale. Dice Oscar Wilde: “Sposatevi in ogni caso: se vi capita una buona moglie sarete felici; se ve ne capita una cattiva, diventerete filosofi”.

In conclusione per aumentare il proprio livello di felicità occorre imparare a gustare l’esperienza vissuta , a portare nuovamente il proprio pensiero su certi aspetti di un evento felice. La felicità è determinata per il 50% da variabili psicofisiologiche, sulle quali non è possibile intervenire, ma per l’altro 50% si può imparare , soprattutto attraverso azioni individuali e con la partecipazione a gruppi sociali (Rébecca Shankland e Laurent Bègue, 2011).Di solito le persone non sanno bene che cosa sia la felicità, non l’apprezzano abbastanza e non sanno come raggiungerla (Fordyce, 2000).

La ruminazione depressiva: evoluzioni nel trattamento

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, psicologa-psicoterapeuta, SITCC

Da alcuni anni sono noti gli effetti disfunzionali del pensiero ripetitivo e la focalizzazione sulla modalità depressiva o depressive mood (Ingram e Smith, 1984; Carver e Scheier, 1990; Watkins e Teasdale, 2001; Watkins, 2004). Il pensiero ripetitivo incastra chi lo mette in atto in un circolo vizioso in cui il solo ed unico esito è continuare a pensare in modo ripetitivo, concentrandosi sul fatto che in quel momento ci si sente tristi, scoraggiati o depressi. (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011). Questo processo cognitivo ripetitivo viene chiamato ruminazione o rumination (Watkins, 2008). Il pensiero ruota attorno ad un unico tema, che si presenta anche quando non vi è una richiesta immediata o una richiesta ambientale che giustifichi tali pensieri (esempio: : “Sono debole”, “Non riesco a combinare niente”, “Perché non ho voglia di fare niente?”, “Non sono più quello di una volta”, “Sono di pessimo umore”, “Perché sono un fallimento totale?”, “Perché reagisco in modo così negativo?”). La ruminazione è una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo sui sintomi della depressione. (Rippere, 1977; Nolen-Hoeksema, 1991); il pensiero è rivolto al passato e non alla paura di eventi futuri come nel rimuginio. La tendenza è quella di concentrarsi cronicamente su di sé e ad autoanalizzarsi a prescindere dallo stato d’animo, con valutazioni negative su di sé, sulle emozioni (diventano negative anche le emozioni positive), sui comportamenti, sulle situazioni.ì, ecc. Sono questi pensieri ruminativi che diventano la causa della ricomparsa della depressione,del suo mantenimento e aggravamento (Alloy e colleghi, 2000) . Con la ruminazione il 70% delle persone con un disturbo depressivo presenta un ritorno dei sintomi dopo la guarigione (ricorrenza) (Mancini e Rainone, 2004). Secondo Conway e colleghi (2000); la ruminazione non motiva i soggetti a pianificare azioni riparative, i soggetti non riescono ad uscire dal loro problema, nonostante l’attenzione costante rivolta al problema. Inoltre i pensieri ruminativi non vengono condivisi con gli altri quando il riconoscimento del malessere sarebbe fondamentale per superare e per guarire dalla depressione. La ruminazione in risposta ad uno stato depressivo è associata ad esiti gravemente deleteri e sembra ritardare la ripresa da eventi depressivi maggiori. Pare difficile comprendere perché le persone scelgano di ruminare nonostante le gravi conseguenze descritte.

Negli ultimi anni molti progressi sono stati fatti dalla ricerca in psicoterapia, molti modelli e teorie sono state individuate per il trattamento della depressione e per prevenire le ricadute. Secondo Watkins (2008) il ruminare di per sé non è così disfunzionale, ciò che sembra essere disfunzionale è il come si rumina (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011); è la ruminazione dei “why” (dei perché) a mantenere l’umore depresso e sfiduciato (“perché è successo proprio a me?”, “perché mi caccio sempre nelle solite situazioni?”). Secondo il modello di Watkins e la Rumination-Focused CBT da lui sviluppata per il trattamento delle ricadute depressive, esisterebbe un altro tipo di ruminazione che sarebbe utile, funzionale ed adattiva (problem solver); è la ruminazione dei “how” (dei come), che permetterebbe di sentirsi efficaci nell’affrontare un problema e pianificare una soluzione (“come faccio a risolvere questa situazione?”, “come posso fronteggiarla?”, “cosa avrebbe fatto Giovanni nella mia situazione?”, “come posso ridurre le conseguenze negative?”, ecc). Questa descrizione apre la strada a riflessioni teoriche di tecnica terapeutica. Pensare di strutturare un intervento mirato sulle modalità con cui una persona rumina consente di trovare strade future, efficaci ed utili per il trattamento della depressione (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011).

La Terapia Cognitivo-Comportamentale ha sviluppato negli ultimi anni diverse strategie terapeutiche per far fronte alla ruminazione depressiva, la principale causa delle ricadute nel sintomo depressivo. Sono particolarmente importanti ed efficaci, per accrescere l’efficacia nel ridurre la vulnerabilità alla ricaduta nelle persone con due o più episodi depressivi, l’approccio alla ruminazione dei “how” di Watkins nella CBT (Rumination Focused) , la Terapia del Benessere (Fava et al., 1998), la Terapia Cognitiva Basata sulla Minfulness (Teasdale et al., 1995; Segale t al., 2002), la Terapia Metacognitiva che segue il modello della funzione autoregolatoria (FA) (Papageorgiou e Wells, 1999), la Tecnica del Training Attentivo (Papageorgiou e Wells, 2000), l’ EMDR (Shapiro, 1995), ecc., che sono tutte tecniche da integrare alla Terapia Cognitiva Standard di Beck.

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La Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

Rimuginio nei disturbi d’ansia: nuove prospettive di trattamento

A CURA DELLA DOTT.SSA LORETTA BEZZI, PSICOLOGA-PSICOTERAPEUTA SITCC

Il rimuginio è un fenomeno mentale che si accompagna all’ansia (anche alla depressione, anche se in questo caso la terminologia più adeguata è ruminazione), che contribuisce al suo mantenimento e aggravamento. E’ stato studiato per la prima volta dagli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali (Borkovec, Inz, 1990), che inizialmente si sono occupati di approfondire e conoscere i costrutti dell’ansia, ai fini del suo trattamento. Il rimuginio o worry (Sassaroli e Ruggiero, 2003) si connette strettamente al processo della paura. (Borkovec et al., 1983): chi rimugina ha paura, teme sempre che il peggio possa avverarsi e non sa come fronteggiare tale evenienza. Inoltre si sente debole, insicuro, percepisce sostanzialmente il mondo come un posto pieno di pericoli,teme di non avere in sé la capacità di far fronte agli eventi del futuro. La caratteristica fondamentale del rimuginio è la sua ripetitività, pervasività, che occupa tutto lo spazio mentale della persona; i pensieri sono ripetitivi, incontrollabili, intrusivi e focalizzati su contenuti negativi di eventi che potrebbero accadere nel futuro. La preoccupazione è su ogni cosa , su temi che possono riguardare il lavoro, la salute, la famiglia, ecc. Si arriva a rimuginare, a ripetere mentalmente a se stessi che le cose stanno andando male , che qualcosa di brutto potrebbe capitare da un momento all’altro; si tratta di un pensiero di tipo verbale, astratto, privo di dettagli e di focalizzazione visiva (l’immaginazione dei possibili scenari spaventerebbe troppo). E’ questo tipo di pensiero ripetitivo, privo di immaginazione, che contribuirebbe a mantenere il rimuginio e a cronicizzarlo .

Quando è grave il rimuginio?

Il rimuginio è più grave e difficile da eliminare se la persona attribuisce ad esso significati positivi (esempio pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepari al peggio, riduca la probabilità che accadano cose negative), tanto che cresce all’aumentare delle credenze positive su di esso, sino ad arrivare al rimuginio sul rimuginio (metarimuginio), ovvero al pensare di non avere più il controllo (esempio pensare che rimuginare sia pericoloso, che può portare alla follia , che si potrebbe essere sopraffatti dalle rimuginazioni da non riuscire più a smettere di rimuginare) (Wells, 2000). Il rimuginio senza significati positivi o ascopico è meno grave, la persona sa che rimuginare non è di nessuna utilità, ma tuttavia non riesce a fermarsi (questo senza un aiuto psicoterapeutico).

Quando diventa patologico il rimuginio?

Il rimuginio diventa patologico e disfunzionale quando è eccessivo e incontrollabile, mentre rappresenta un processo umano normale quando è occasionale ( capita a tutti di preoccuparsi per il futuro occasionalmente). Il rimuginio implica pensieri negativi , un dialogo con se stessi riguardo a possibili minacce future (previsioni negative di disgrazie future possibili); si distingue in ciò dalla ruminazione depressiva, che è legata al ricordo e all’interpretazione negativa di eventi passati. In altre parole, a differenza dell’ansioso il depresso quando rimugina tenderebbe a sostenere con argomenti articolati e complessi il proprio pessimismo (Nolen-Hoeksema, 2000; Fresco, Frankel, Mennin, Turk e heimberg, 2002).

Il rimuginio può avere effetti deleteri sulla salute fisica e mentale, può portare all’insonnia ( Harvey, 2000), all’ irrequietezza, al mal di testa, all’irritabilità , alla nausea (Nisita et al., 1990; Noyes et al., 1992), favorisce l’esordio di danni alle coronarie negli uomini anziani (Kuzbansky et al., 1997) e può portare al disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo spesso cronico e invalidante associato spesso alla depressione maggiore.

Come viene considerata l’ansia dal modello cognitivo?

Il modello cognitivo considera l’ansia come il risultato di un’incapacità di tollerare le emozioni negative e spiega le strategie utilizzate per evitarle come importanti fattori di mantenimento del disturbo. Il rimuginio ansioso è uno strumento di “evitamento emotivo”: chi rimugina ritiene che pensare continuamente a possibili conseguenze negative aiuti a generare nuove soluzioni, ma non è così. “Staccare la spina” da questo pensiero intrusivo è vissuto in modo terrifico e perciò costantemente evitato. (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011) . Questo perché il rimuginio ha un effetto calmante a breve termine sull’attivazione neurovegetativa (tachicardia, sudorazione, pressione alta, ecc.) legata all’ansia (Borkovec, Alcaine, Behar, 2004), per cui l’immediato sollievo del corpo rinforza la credenza che rimuginare aiuti a tenere sotto controllo le emozioni. I rimuginatori cronici esperiscono emozioni intensamente negative a causa di questo stile di pensiero, sia sul piano fisiologico che sul piano soggettivo (Brosschot, Gerin, Thayer, 2006), riportando un peggioramento della sintomatologia ansiosa e depressiva, senza però riuscire a cambiare strategia.

Come sono cambiate le nuove prospettive di trattamento?

Partendo dal nuovo modello esplicativo del legame tra il rimuginio e le disfunzioni emotive, che è in contrasto con il modello cognitivo classico dell’evitamento emotivo (Borkovec, Alcaine, Behar, 2004), il timore dei soggetti gravemente ansiosi non sarebbe solamente legato all’esperire emozioni negative, ma l’esperienza da cui sono veramente terrorizzati sarebbe l’improvviso cambiamento dello stato emotivo causato da un’esperienza imprevista e negativa. (Michelle G., Newman, Sandra J. Liera, 2011). I soggetti ansiosi sarebbero più inclini a percepirsi emotivamente vulnerabili rispetto ad eventi negativi improvvisi e utilizzerebbero il rimuginio per mantenere uno stato emotivo negativo prolungato proprio per evitare i rischi di un improvviso cambiamento (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011). Accanto alle tecniche di “disputing “ (discussione) e di “ristrutturazione” (dei pensieri) in ambito cognitivo, alle tecniche di rilassamento, alle tecniche di automonitoraggio, si dimostrerebbero altresì utili le tecniche di”esposizione graduale” finora usate per la maggior parte dei disturbi d’ansia. La paura del contrasto emotivo sarebbe la preoccupazione più importante nei rimuginatori, per cui la chiave per superare il rimuginio ansioso sarebbe l’utilizzazione della tecnica di esposizione graduale al contrasto emotivo(negative emotional contrast), che consentirebbe i processi di adattamento al cambiamento fisico e mentale, che un intenso stato emotivo provoca. Trattare il rimuginio ansioso e il disturbo d’ansia generalizzato come una “fobia specifica per il contrasto emotivo” sarebbe la sfida dei futuri protocolli di trattamento. (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011).

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“COME MIGLIORARE L’AUTOSTIMA, LA SICUREZZA DI SE’, L’AUTOIMMAGINE E L’AMORE PER SE STESSI”

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Approccio sistemico in psicoterapia: presupposti teorici e caratteristiche del modello

La teoria generale dei sistemi ebbe origine dal pensiero di matematici, fisici e ingegneri tra la fine degli anni 40’ e gli inizi degli anno 50’; fu successivamente elaborata da Ludwing von Bertalanffy per essere considerata come base comune di tutte le discipline scientifiche, contribuendo ad elucidare con i concetti fondamentali di apertura e chiusura dei sistemi viventi, di omeostasi , auto-regolazione e di equifinalità le regole strutturali e funzionali di ogni sistema, indipendentemente dalla sua composizione. La comunicazione e l’autoregolazione attraverso la comunicazione erano considerate dei requisiti essenziali per l’operatività dei sistemi, le informazioni riguardanti il passato venivano riportate nel sistema andando ad influenzare il futuro. Questo processo di “retroazione autocorrettiva” fu denominato da Norbert Wienercibernetica”. La cibernetica comprende lo studio di autoregolazione, autoriproduzione, adattamento, elaborazione ed immagazzinamento dell’informazione e i comportamenti finalizzati. Negli anni 50’ anche Gregory Bateson , un antropologo, venne a contatto con il pensiero cibernetico, che pensò immediatamente potesse essere applicato per descrivere le interazioni umane, ed elaborò i concetti di comportamento simmetrico e asimmetrico (o complementare) ed osservò che la società da lui esaminata conteneva due tipi di forze, una di queste spingeva verso schemi di progressivo antagonismo, fino alla rottura da parte di un gruppo, e l’altra sosteneva l’adattamento, il compromesso e la coesione sociale. Ciascuna parte reagiva alle reazioni dell’altra, attraverso forze in equilibrio dinamico e la teoria dei sistemi poteva spiegare questo equilibrio con la nozione di autogoverno attraverso la retroazione. L’informazione che giungeva da una data azione veniva ricorsivamente reintroiettata nel sistema, che gli consentiva di regolare l’attività successiva modificandola. Si sarebbe verificata una retroazione negativa (l’informazione riportava il sistema allo stato iniziale e diminuiva la deviazione), mentre la retroazione positiva (l’informazione aumentava la deviazione del sistema dal proprio stato iniziale) sarebbe stata scoperta più tardi.

Bateson riuscì ad ottenere dei fondi per la ricerca sui processi della comunicazione , in particolare quella famigliare, applicandola allo studio delle famiglie schizofreniche e fondò la scuola di Palo Alto. Questa scuola spostò l’interesse psichiatrico verso i processi e i pattern anziché verso i contenuti, il sistema famiglia veniva visto come una totalità, anziché come un agglomerato di individui, l’attenzione andava alla descrizione dei fenomeni sovraindividuali, invece che ai processi interiori (affetti, motivazioni) e ciò annunciava un cambiamento di paradigma, perché l’individuo e il gruppo erano visti in relazione reciproca come sottosistemi all’interno di svariati sistemi contestuali differenti. La scuola di Palo Alto vedeva la famiglia come un sistema cibernetico, che si autogovernava attraverso la retroazione. Con la retroazione negativa il sistema si correggeva e ritornava allo stato originario, ogni volta che veniva colpito con informazioni nuove che tendevano invece a sbilanciarlo (nelle famiglie schizofreniche si osservò un sistema rigido). La famiglia era un sistema omeostatico, con una “autoregolazione automatica”, che tendeva a “mantenere il sistema” riducendo qualsiasi deviazione dall’introduzione di nuove informazioni. Secondo Jackson la famiglia era anche un sistema governato da regole precise, che condizionavano o stabilizzavano l’ampiezza entro cui un dato sistema poteva variare.

La più importante regola per i terapeuti sistemici era il “quid pro quo coniugale”, in base al quale ogni membro della coppia poteva guadagnare qualcosa dalla relazione (non s’intende solo il contratto conscio, ma anche le aspettative inconsce di riconoscimento e di compensazione). La scuola di Palo Alto sosteneva anche che molte famiglie disfunzionali delegavano ad uno dei loro membri (il membro sintomatico) il ruolo di “componente omeostatica”, che riportava ogni volta il sistema al suo stato di tranquillità dopo che una regola era stata minacciata. In sostanza quando un componente della famiglia manifestava un bisogno nuovo o una maggiore necessità di svincolo, che avrebbe portato la famiglia ad uno nuovo stadio vitale, il membro sintomatico subiva una aggravamento o un incremento del sintomo. Il membro sintomatico pagava un prezzo altissimo, ma permetteva agli altri membri della famiglia di mantenere i rispettivi ruoli, perché tutti gli altri problemi diventavano secondari rispetto al sintomo di questo membro. Le regole e le informazioni passavano ad un livello non verbale, attraverso la comunicazione analogica e furono studiati vari livelli di comunicazione. In “La pragmatica della comunicazione umana” di P. Watzlawick troviamo la descrizione di questi diversi livelli. Ogni affermazione convoglia non solo un contenuto informativo, ma anche una direttiva al ricevente su come il contenuto deve essere letto, essendoci sia aspetti informativi che di comando, a volte congruenti, ma spesso incongruenti.

Nelle famiglie disfunzionali prevaleva l’incongruenza a livello di comunicazione, per cui il gruppo di Bateson cercò un costrutto teorico che potesse spiegare questa modalità interattiva e formulò la “teoria del doppio legame”. La teoria del doppio legame è il contributo più interessante della scuola di Palo Alto, applicata alla comunicazione della famiglia e alla schizofrenia. I concetti chiave sono i seguenti:

a) devono esserci due o più persone, una di queste è la “vittima designata” e l’altra la persona che “lega”;

b) l’esperienza deve essere ripetuta nel tempo;

c) c’è una modalità di comunicazione verbale ed una analogica che contraddice nettamente la prima e che manda segnali tali da minacciare la sopravvivenza della vittima;

d) c’è un “comando” nella comunicazione analogica che impedisce alla “vittima” di abbandonare il campo;

e) quando tutti gli elementi vengono sperimentati per un po’ di tempo diventano automatici e si instaura un vero e proprio schema di “doppio legame”.

Nessuno dei due membri è responsabile del proprio comportamento, il tutto è circolare (teoria della circolarità reciproca) e non viene ricercata una causa e un effetto. Inoltre la scuola di Palo Alto sviluppò negli anni 70’ il modello MRI (Mental Research Institute) di terapia breve, in massimo 10 sedute, detto anche approccio strategico-sistemico. Era basato su una visione di causalità circolare, il sintomo e la sua persistenza erano considerati all’interno di un contesto relazionale in cui i “tentativi di soluzione” diventavano il problema e l’obiettivo era quello di rompere i pattern rigidi ripetitivi, cui il sintomo era connesso, così che emergessero nuovi pattern più funzionali. Si basava su aspetti pragmatici e comportamentali, sull’azione più che sul pensiero, si usavano fra le tecniche e le strategie la prescrizione del sintomo, il paradosso, la riformulazione o ridefinizione (reframing), ovvero la prescrizione di comportamenti per cambiare altri comportamenti indesiderati e la teoria della “scatola nera” suggellava questa distinzione tra pensiero e azione (comportamento), perché con essa un osservatore poteva vedere solo comportamenti e pattern comportamentali, non ciò che avveniva nella testa delle persone. Il terapeuta strategico-sistemico non si occupava di aspetti della persona, come motivazioni, fantasie, pensieri, emozioni, né del passato del cliente e della sua storia, ma esclusivamente dell’attuale contesto relazionale in cui i pattern comportamentali rigidi ripetitivi connessi al sintomo diventavano il bersaglio degli interventi strategici. Nelle terapie brevi strategiche erano caratteristici l’ottimismo terapeutico, la visione positiva, il puntare sulle risorse del cliente e soprattutto sull’uso della posizione di “impotere” (one-down). Gli obiettivi del terapeuta erano quelli del paziente, ovvero liberarsi dei sintomi e la scomparsa dei sintomi era l’unico criterio adottato per definire la fine e il successo della terapia. Si chiedeva al cliente di definire e decidere quali problemi volesse risolvere per primo e di esplorare gli infruttuosi tentativi di risolverli già fatti da lui e dalle persone significative a cui era connesso. Il terapeuta aiutava il paziente a raggiungere lo scopo attraverso una serie di interventi strategici ad hoc, utilizzati in un arco di tempo breve (da 1 a 10 sedute, mediamente 4-6).

Il riferimento delle terapie con l’approccio Strategico-Sistemico del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto era quello della prima cibernetica, che in seguito è stata definita “cibernetica di primo ordine”, basata sull’assunto che sia possibile separare il sistema osservato dal sistema osservante. La prima cibernetica era basata sui meccanismi di controllo (Wiener, 1948) ed era centrata sul concetto di retroazione negativa e sui processi di riduzione della deviazione , perché i sistemi mantengono la propria stabilità compensando con meccanismi retroattivi le deviazioni (omeostasi o morfostasi).

La seconda cibernetica fu introdotta in un secondo tempo, era più adatta ad essere applicata ai sistemi viventi (Maruyama, 1963) e centrata sul modo in cui i sistemi modificavano la propria organizzazione, attraverso processi di amplificazione della deviazione e quindi di retroazione positiva (morfogenesi). Il modello MRI di Palo Alto considerava solo la retroazione negativa e non operava una distinzione fra normalità e patologia, ma solo fra problema e soluzione. Il processo terapeutico era fondato su tecniche e strategie che interferivano con il circuito ricorsivo problema-soluzione, quindi permettevano una soluzione dei problemi presentati in un tempo breve , mentre l’orizzonte temporale era centrato sul tempo presente e sul tempo futuro. Con la seconda cibernetica entrò in crisi la teoria della “scatola nera”, secondo la quale un osservatore poteva rilevare soltanto gli input – output, cioè le relazioni che connettevano le persone. La seconda cibernetica ,detta anche “cibernetica di secondo ordine”, era la cibernetica dei sistemi osservanti, di quei sistemi che includevano anche il terapeuta e davano importanza alle emozioni, alle fantasie, alle motivazioni. Era una cibernetica dell’autoriflessività, in cui il fulcro dell’interesse era proprio l’osservatore stesso con i suoi pregiudizi, teorie e sensibilità. Acquisiva una posizione centrale, con il concetto di auto riflessività, il dialogo interno dell’individuo con se stesso e la presa di coscienza dei propri pregiudizi e delle proprie teorie.

Questo interesse per l’autoriflessività e per il mondo interno ha condotto alla riscoperta e all’importanza delle emozioni e delle loro relazioni con i pensieri e i significati. Si esce dalla dicotomia individuo-sistema (o individuo-relazioni) e si connette il livello dell’esperienza e della sofferenza individuale a quello della descrizione e della spiegazione sistemica, ovvero le emozioni alle cognizioni, il mondo esterno al mondo interno.

L’osservatore faceva emergere i sistemi dallo sfondo, primo passo per la costruzione della realtà, che veniva co-costruita nel linguaggio attraverso il consenso. Il pensiero costruttivista di Maturana e Varela ebbe una notevole importanza nella cibernetica di secondo ordine e poneva l’accento sull’osservatore e sui suoi costrutti mentali. La conoscenza non era più oggettiva, ma diveniva una conoscenza costruita attraverso l’autoriflessività e i sistemi viventi assumevano le caratteristiche di sistemi autonomi e autorganizzantesi. L’uomo era considerato un sistema autonomo, ovvero autopoietico o autogenerantesi (Maturana e Varela, 1980). In terapia un cambiamento nelle relazioni familiari non provocava necessariamente un cambiamento significativo del cosiddetto paziente designato, contrariamente a quanto ci si aspettava con la concezione olistica batesoniana.

La visione postmoderna in terapia sistemica accetta tutti i punti di vista, tutte le narrative, non giudica i punti di vista come migliori o peggiori in assoluto, perché non esiste una verità che abbia valore assoluto, ma esistono verità che hanno un valore e una validità locale, viene definita una visione contestuale della verità (Rosenau, 1992). Si passa dal costruttivismo al costruzionismo sociale, che pone in primo piano l’idea di relazioni, ma di relazioni viste come sistemi di linguaggio e di significato. Il costruttivismo è legato al cognitivismo, il costruzionismo è legato alla psicologia sociale. Con il costruzionismo l’interesse è volto verso la narrativa, vi è un particolare interesse per le storie, come esse si costruiscono e sono costruite, c’è apertura alla cornice temporale dal presente al passato e al futuro, per lavorare sulle connessioni di eventi e significati nel fluire del tempo. La sofferenza è l’espressione di un’inadeguatezza tra le storie che le persone raccontano di se stesse e la propria attuale esperienza. Il processo terapeutico diventa un processo di ri-narrazione delle storie. I pazienti recuperano la possibilità e la capacità di essere autori, tramite l’interazione con il terapeuta. Oltre al modello sistemico anche i modelli psicoanalitico e cognitivo si sono aperti alla narrativa e all’ermeneutica. La terapia diventa una creazione di narrazioni condivise, i temi portati dai pazienti sono dapprima decostruiti, quindi ricostruiti fino a farne narrazioni che possono fornire ai pazienti metafore più adatte e meglio costruite, “nuove rappresentazioni di se stesso nel passato, nel presente e nel futuro”.

I cognitivisti sono attenti alle procedure dettagliate e minuziose per arrivare a questa decostruzione e ricostruzione, tanto che tramite la tecnica di autosservazione descritta da Guidano (1991) il terapeuta aiuta il paziente a ripercorrere le fasi della sua vita concentrandosi sui minimi dettagli (tecnica dello zoom), o rallentando gli eventi al fine di analizzarli meglio ( tecnica della moviola). In questo modo il paziente sperimenta un nuovo modo di utilizzare la propria memoria e ricava una nuova consapevolezza del processo di costruzione della propria coerenza (narrativa) interna. Insomma si va sempre più verso un modello di “terapia integrata”, coerentemente con l’emergente paradigma della complessità (Bocchi, Ceruti, 1985), secondo il quale il modo più appropriato di vedere e comprendere il mondo è sì attraverso una rete di teorie, ma all’interno di una teoria o nell’interfaccia tra una teoria e l’altra, dove il faro resta sempre la teoria di base a cui ci si ispira e non un eclettismo che vede un utilizzo indiscriminato di tecniche senza correlarle di volta in volta con i diversi presupposti teorici dei modelli stessi. L’integrazione è la capacità di avvalersi di un modello teorico ben sperimentato, in cui ci si trovi a proprio agio e che abbia dato risultati soddisfacenti, da affiancare in particolari momenti ad altri modelli, che possono offrire una visione diversa della situazione e modalità atte a risolverla. Una volta raggiunto lo scopo il terapeuta può tornare all’interno del suo modello preferito.

Il modello di terapia sistemica della scuola di Milano di Cecchin, Boscolo, Selvini-Palazzoli e Prata riassume tutta questa evoluzione dagli anni ‘70 sino ai giorni nostri. Infatti negli anni 1971-1975 si è ispirato all’approccio strategico-sistemico del Mental Research Institute di Palo Alto (prescrizione del sintomo, paradosso, riformulazione o ridefinizione, ecc.), poi dagli anni 1975-1985 lo stesso modello si è arricchito con i contributi del costruttivismo e della cibernetica di secondo ordine, poi del costruzionismo, della narrativa e dell’ermeneutica.

Nella prima fase, sovrapponibile a quella dell’MRI di Palo Alto, il modello era basato su una visione di casualità circolare, il sintomo persisteva all’interno di un contesto relazionale dove i tentativi di soluzione diventavano il problema e si trattava di rompere i pattern ripetitivi e rigidi cui il sintomo era connesso, l’attenzione era posta sugli aspetti pragmatici e comportamentali (si prescrivevano comportamenti per rompere altri comportamenti), sulla cibernetica di primo ordine. In quel periodo il gruppo di Milano ebbe il privilegio di avere la supervisione diretta di Paul Watzlawick.

Nella seconda fase, che ebbe inizio nel 1975 sino ai nostri giorni, il lavoro di Gregory Bateson e in particolare il libro Verso un’ecologia della mente (1972), cambiò il modo di pensare del gruppo, per utilizzare i principi dell’epistemologia cibernetica di Bateson. Vennero applicate nuove idee in campo clinico e venne sviluppato un nuovo metodo di raccolta ed elaborazione delle informazioni: furono enunciati i tre principi di conduzione della seduta di ipotizzazione , circolarità e neutralità, che divennero il tratto distintivo del modello di Milano. Era centrale la formulazione delle ipotesi da parte dell’equipe. Le ipotesi semplici, spesso basate su una visione lineare causale, venivano a connettersi tra di loro in ipotesi più complesse, sino ad arrivare alla cosiddetta ipotesi sistemica, basata su una visione circolare che rispecchiava secondo la visione della prima cibernetica di allora l’organizzazione del sistema osservato. Gli obiettivi della terapia non erano più i sintomi e i pattern comportamentali, ma le premesse epistemologiche e i sistemi di significato, si andava dal tempo presente ad una cornice di significato che comprendeva passato, presente e futuro. Il terapeuta doveva creare un contesto di deutero-apprendimento (di apprendimento ad apprendere, come intendeva Bateson) in cui il paziente avrebbe potuto trovare le proprie soluzioni. L’attenzione era volta al cambiamento delle premesse epistemologiche (Bateson, 1972), della “visione del mondo” del cliente, al cambiamento della storia in cui il cliente era immerso. La tecnica terapeutica diventava quella dell’esplorazione, dell’empatia, dell’ascolto, del calore umano del terapeuta. Si iniziò a prestare attenzione al mondo interno del terapeuta (auto riflessività), alla connessione tra le varie esperienze teoriche e pratiche e al mondo interno del paziente, nonché alla relazione tra i due mondi e i vari sistemi in cui erano inseriti. La cibernetica di riferimento diveniva quella di secondo ordine. Lo scopo della terapia era di aiutare i pazienti a riorganizzare i loro sistemi interni, laddove il Sé ha una funzione di guida. La dialettica tra mondo esterno e mondo interno si complessificava in una visione batesoniana in cui il Sé si poteva collocare nei circuiti riflessivi che univano i diversi mondi interni ed esterni. Il dialogo terapeutico diveniva una dialettica a tre: terapeuta, paziente e voci interne del paziente (derivavano dall’interiorizzazione delle relazioni con le persone più significative e potevano essere positive o negative). Le nuove teorie si basavano sulla centralità del linguaggio, sull’ermeneutica e sul costruzionismo sociale, che avevano permesso di connettere l’individuo e il gruppo. Nel 1996 con Boscolo e Bertrando, in la “Terapia Individuale Sistemica” il lavorare sistemico diventava un lavorare con il singolo e non più solo con la famiglia.