Introduzione su: i disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi sono caratterizzati dalla sconnessione delle funzioni solitamente integrate della coscienza, memoria, identità o della percezione dell’ambiente. Vengono inclusi fra i disturbi dissociativi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Amnesia Dissociativa, che è caratterizzata dall’incapacità di rievocare importanti notizie personali, usualmente di origine traumatica e stressogena (è molto estesa e non può essere spiegata come una normale tendenza a dimenticare).
  • Fuga Dissociativa, che è caratterizzata dall’allontanamento improvviso e inaspettato da casa o dall’abituale posto di lavoro, accompagnato dall’incapacità di ricordare il proprio passato e da confusione circa la propria identità personale, oppure dall’ assunzione di una nuova identità.
  • Disturbo Dissociativo dell’Identità (precedentemente Disturbo da Personalità Multipla) , che è caratterizzato dalla presenza di due o più identità o stati di personalità, che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da una incapacità di ricordare importanti notizie personali ( è troppo estesa per essere spiegata con una normale tendenza a dimenticare).
  • Disturbo di Depersonalizzazione, che  è caratterizzato dal sentimento persistente o ricorrente di essere staccato dal proprio corpo o dai propri processi mentali, mentre rimane intatto il test di realtà.
  • Disturbo Dissociativo Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per registrare i disturbi in cui la manifestazione principale è un sintomo dissociativo, ma che non soddisfano i criteri per nessun Disturbo Dissociativo Specificato.

Introduzione su: l’insonnia primaria

L’alterazione prevalente è la difficoltà ad iniziare o a mantenere il sonno, o il sonno non ristoratore, per almeno 1 mese. Ciò causa disagio clinicamente significativo o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo, o di altre aree importanti. L’alterazione del sonno non si verifica esclusivamente durante il decorso di Narcolessia, Disturbo del Sonno Correlato alla Respirazione, Disturbo del Ritmo Circadiano del Sonno o di una Parasonnia;  non si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale (per es., Disturbo Depressivo Maggiore, Disturbo d’Ansia Generalizzato, un delirium) e l’alterazione non è dovuta agli effetti fisiopatologici diretti di una sostanza (per es., una sostanza di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale.

I soggetti riferiscono una combinazione di difficoltà di addormentarsi e di risvegli intermittenti durante il sonno. L’insonnia primaria è spesso associata ad aumentata reattività fisiologica o psicologica notturna, in combinazione con condizionamenti negativi per il sonno. Una notevole preoccupazione riguardo il sonno  e lo stress dovuto all’ incapacità di dormire possono contribuire allo sviluppo di un circolo vizioso. L’insonnia cronica può portare ad una diminuzione del senso di benessere durante il giorno. Molti individui affetti da insonnia primaria hanno una storia di sonno leggero o facilmente disturbato, precedenti a problemi di sonno; possono presentare sintomi di ansietà o depressione, che non soddisfano i criteri per uno specifico disturbo mentale e a volte usano le medicine in modo inappropriato.

La polisonnografia può dimostrare scarsa continuità del sonno. I soggetti possono apparire affaticati o afflitti, ma non dimostrano anomalie caratteristiche all’esame fisico; molti affermano che questi disturbi aumentano con l’età.  La maggior parte delle persone ha un esordio quasi improvviso in occasione di uno stress psicologico, sociale o medico e spesso l’insonnia persiste a lungo dopo la risoluzione di fattori causali originari. Il disturbo deve essere distinto dai disturbi mentali che includono l’insonnia come una manifestazione mentale o associata e non deve essere fattala diagnosi di insonnia se l’insonnia si verifica esclusivamente durante il decorso di un altro disturbo mentale.

Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

La depressione bipolare: trattamento cognitivo-comportamentale

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC

La depressione è la malattia mentale più diffusa al mondo ed è in continua crescita. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità è un’emergenza mondiale non solo per la grandezza del numero delle persone che ogni anno si ammalano, ma anche per gli effetti che il disturbo comporta. Infatti anche quando non si arriva al suicidio (la probabilità di suicidio è del 15% circa) si ha comunque un notevole deterioramento psicosociale, una compromissione in aree importanti della vita : la persona non riesce più a lavorare o a studiare, a mantenere relazioni sociali ed affettive, a provare piacere ed interesse nelle attività, manifesta maggiori difficoltà relazionali, maggiore incapacità nell’adempiere il proprio ruolo in famiglia e presenta uno stato di salute peggiore.

Ogni anno si ammalano di depressione circa 100 milioni di persone nel mondo , il 75% non viene trattato o riceve cure inappropriate. Si stima che circa un terzo della popolazione mondiale soffrirà di un episodio di depressione lieve durante la propria vita; i tassi di prevalenza del disturbo per un periodo superiore ai 12 mesi oscillano tra il 2,6% e il 12,7% negli uomini e il 7% e 21% nelle donne. Si ipotizza che tra circa 15 anni nel mondo la depressione clinica avrà un peso sulla salute secondo solo alla malattia cardiaca cronica (Hartley, 1998, WHO, 1998). La depressione è in aumento tra le persone giovani, gli adolescenti e i giovani adulti.

Cos’è la depressione bipolare?

La depressione bipolare (si distingue in depressione bipolare I e in depressione bipolare II, la depressione bipolare I è più grave) è una malattia mentale cronica e grave caratterizzata da episodi ricorrenti di depressione maggiore e mania. Una volta presentatosi dura tutta la vita, porta con sé un alto rischio di suicidio e spesso si presentain comorbilità con l’abuso di sostanze. La diagnosi può avvenire dopo che il soggetto abbia fatto esperienza del suo primo episodio di mania o di un episodio misto. La mania (DSM-IV-R, APA, 1994)è un periodo di umore espanso, euforico e irritabile che dura una settimana o meno in caso di ospedalizzazione. Devono esserci 3 sintomi addizionali di maniacalità che si presentano contemporaneamente in caso di umore euforico o 4 sintomi addizionali se l’umore è irritabile. Questi sintomi addizionali includono grandiosità, diminuito bisogno di sonno, rapido succedersi dei pensieri, agitazione psicomotoria, aumento dell’attività finalizzata e comportamenti con alto rischio di conseguenze negative. Durante un episodio misto i sintomi di depressione maggiore e mania si manifestano simultaneamente, oppure in rapida successione. Le “ricorrenze” sono da considerarsi episodi sintomatici, che si manifestano dopo un periodo di benessere, mentre le “ricadute” rappresentano il ritorno allo stato pienamente sintomatico, dopo un periodo durato almeno due mesi, in cui c’è stato un certo miglioramento dei sintomi. (William J. Lyddon, John V. Jones, Ir, 2002). Gli psicofarmaci rappresentano il trattamento elettivo per controllare gli episodi di depressione e mania, ma il solo trattamento farmacologico di rado è sufficiente per controllare e prevenire i sintomi. La terapia cognitivo-comportamentale (Basco e Rush, 1996) si pone come complemento alla farmacoterapia, la depressione bipolare è una malattia biologica, che richiede un trattamento biologico (stabilizzatori del tono dell’umore, litio, antipsicotici atipici).

La terapia cognitivo-comportamentale nel disturbo bipolare (Basco e Rush, 1996) ha la funzione di potenziare l’intervento farmacologico: le prime 4 sedute vengono impiegate per istruire i pazienti e le loro famiglie sulla malattia e sulla possibilità di trattamento; la 5° e la 6° seduta vengono centrate sul miglioramento dell’aderenza alla farmacoterapia, sviluppando un sistema di allarme rispetto al ripresentarsi dei sintomi; la 7° seduta serve per migliorare la compliance rispetto alla terapia farmacologica; dalla 8° alla 13° seduta viene fornita una CBT Skill per il controllo dei sintomi, con metodi personalizzati per individuare i sintomi sub-sindromici della depressione e della mania; infine dalla 14° alla 20° seduta vengono sviluppate le abilità di problem-solving per aiutare a fronteggiare i comuni stressorpsicosociali e interpersonali.

Come agisce la terapia cognitivo-comportamentale?

La terapia cognitivo-comportametale modifica la modalità di pensare, lo stile cognitivo “depressogeno”; può eliminare la cronicità nella “depressione unipolare” e può contribuire a prevenire le ricadute evitandole, sia nella depressione “unipolare” che “bipolare”. La terapia cognitivo-comportamentale agisce cambiando la lettura delle esperienze negative, insegna a fronteggiarle , ad affrontarle e ad evitarle, aumentando la qualità di vita della persona e la sua capacità di procurarsi eventi positivi. La persona viene messa nella condizione di trarre nuovamente soddisfazione e piacere dagli eventi positivi della vita, partendo dalle attività quotidiane viene posta nella condizione di poter attuare cambiamenti nella propria vita quotidiana, per evitare di incappare in eventi che possano condurre alla depressione.

In conclusione è conoscendo la tipologia della depressione, lo stile cognitivo, il modo di pensare della persona che soffre di depressione che diventa possibile prevenire le ricadute e curare la depressione.

Sessodipendenza o sexual addiction

Sessodipendenza o sexual addiction: una forma di dipendenza senza sostanze

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

Sessuologi e specialisti delle dipendenze ammettono che esistano soggetti nei quali il sesso assume una tale importanza da configurare una vera e propria “casistica clinica”. Si tratta di sexual addiction, ovvero sessodipendenza.

Cos’è la sessodipendenza?

La sessodipendenza colpisce dal 3% al 6% della popolazione, con una netta prevalenza maschile (l’80% dei casi). Il termine sessodipendenza è entrato solo di recente nella letteratura psichiatrica, il fenomeno è noto da tempo sotto i più vari nomi (ipersessualità, ninfomania, sessuomania, ecc.). La sessodipendenza è difficile da separare da criteri etici e di costume, ma recentemente è stato proposto di accogliere la sessodipendenza come categoria nosografica nel DSM, il manuale diagnostico dell’ American Psychiatric Association. Quello che veniva un tempo definito un “dongiovanni”, uno “sciupafemmine” o più volgarmente un “puttaniere”, può diventare in quest’ottica un caso psichiatrico, suscettibile di terapie. La diagnosi di sessodipendenza sta assumendo un’importanza crescente sul piano non solo psichiatrico, ma anche giuridico e mediatico.( Jean – Francois Dortier, 2012). Abbiamo casi famosi nella politica e nello spettacolo, letterati, divi del cinema, ecc. Le sessodipendenze, ovvero le dipendenze sessuali raggruppano comportamenti sessuali compulsivi, l’ipersessualità e le turbe caratterizzate da un disordine del controllo degli impulsi. In questa classificazione si ritrovano sintomi comportamentali (rapporti sessuali frequenti, masturbazione compulsiva, instabilità relazionale, ecc.) e sintomi emozionali (senso di colpa nei confronti del partner, impotenza, vergogna, ecc.). (Croce e Nanni, 2004) Secondo E. Coleman (1990), i soggetti affetti da dipendenza sessuale presentano almeno due delle seguenti note comportamentali:

  1. “abbordaggio compulsivo”, finalizzato alla gestione di stress ed ansia,

  2. autoerotismo compulsivo,

  3. fissazione compulsiva (iperidealizzazione di un partner inaccessibile verso il quale non sono rari episodi di gelosia delirante e di aggressività),

  4. rapporti compulsivi amorosi multipli, con insoddisfazione delle relazioni amorose concrete e ricerca perpetua dell’amore ideale,

  5. sessualità compulsiva (numerosi rapporti sessuali, vissuti in maniera insoddisfacente, bisogno inesauribile di atti sessuali, di espressioni amorose e di attenzioni).

Si parla di dipendenza per l’aspetto invasivo che la sessualità assume nella vita dell’individuo. Quanto alle conseguenze negative, queste riguardano sia il soggetto che le persone che gli stanno intorno. E’ chiaro che la sessualità è una pulsione fondamentale per tutti gli esseri umani e c’è un’ampia variabilità individuale. L’attrazione verso il sesso è distribuita secondo un continum che va dalla normalità alla patologia. Gli individui che hanno una vera e propria ossessione, una dipendenza dal sesso, si distinguono dal resto della popolazione perché si collocano verso l’estremo dell’ipersessualità. Gli uomini verso questo estremo sono di gran lunga più rappresentati delle donne.

Cosa caratterizza la dipendenza da sesso da una normale sessualità?

Il criterio della sofferenza, del bisogno imperioso, della “sete divorante” rivela la dipendenza più della frequenza in sé e per sé. Secondo Matysiak, che è uno specialista delle dipendenze, si può parlare di sessodipendenza quando la vita dell’individuo è imperniata sul sesso a spese di tutto il resto. Ciò che contraddistingue la sessodipendenza è soprattutto il carattere ossessivo ed imperioso dell’attività sessuale. Il soggetto si sente come “posseduto” e non riesce a contrastare il suo comportamento. Tuttavia affinché si possa parlare di dipendenza deve essere presente l’aspetto doloroso, la sofferenza, il bisogno incoercibile da cui il soggetto non riesce a liberarsi.

In quali modi questi soggetti soddisfano la propria pulsione?

I modi per soddisfare la propria pulsione debordante sono vari: dalla pornografia alla masturbazione, dalla continua richiesta al partner di rapporti sessuali alla frequentazione assidua di prostitute, dai rapporti compulsivi amorosi multipli gestiti in rapporti paralleli (con più amanti e/o una moglie) all’abbordaggio compulsivo. Non necessariamente si tratta di seduttori sempre in cerca di nuove conquiste: sotto il profilo psicologico il “dongiovannismo” indica più il bisogno di moltiplicare le conquiste per il gusto della seduzione fine a se stessa, che la ricerca di gratificazione dell’impulso sessuale. A seconda della morale corrente e delle rappresentazioni collettive, questi soggetti dalla sessualità dirompente possono essere oggetto delle concettualizzazioni più varie, ovvero essere considerati dei “grandi amatori” o dei casi psichiatrici bisognosi di aiuto. ( Jean – Francois Dortier, 2012)

La sessodipendenza è causata da fattori ormonali , neurobiologici o è una costruzione sociale?

Le due alternative non necessariamente si escludono a vicenda, spesso coesistono.

Quali sono le terapie attualmente in atto?

Fra i trattamenti indicati alcuni consigliano gli antidepressivi, mentre i gruppi di sostegno come i Sex Addictis Anonymous (SAA), fondati sul modello degli alcolisti anonimi, predicano l’astinenza. Con la psicoterapia il soggetto può apprendere a regolare l’impulsività che conduce alla sessodipendenza , ad introdurre “processi di pensiero” prima di compiere un atto sessuale . Vengono modificati i comportamenti e le cognizioni per inibire i comportamenti verso la capacità di riuscire a scegliere di non fare una cosa. La sessualità viene regolata e condotta verso una “sana sessualità” (l’astinenza è un principio estremo, che è valido per le dipendenze da sostanze, ovvero le droghe legali ed illegali). In sintesi è fondamentale, attraverso la psicoterapia, reprimere le compulsioni stereotipate e primitive codificate nei sistemi di memoria del sessodipendente (sia quelli ereditati che quelli acquisiti su base emozionale), che portano al suo comportamento impulsivo.

Introduzione su: i disturbi dissociativi

I disturbi dissociativi sono caratterizzati dalla sconnessione delle funzioni solitamente integrate della coscienza, memoria, identità o della percezione dell’ambiente. Vengono inclusi fra i disturbi dissociativi i seguenti quadri psicopatologici:

  • Amnesia Dissociativa, che è caratterizzata dall’incapacità di rievocare importanti notizie personali, usualmente di origine traumatica e stressogena (è molto estesa e non può essere spiegata come una normale tendenza a dimenticare).
  • Fuga Dissociativa, che è caratterizzata dall’allontanamento improvviso e inaspettato da casa o dall’abituale posto di lavoro, accompagnato dall’incapacità di ricordare il proprio passato e da confusione circa la propria identità personale, oppure dall’ assunzione di una nuova identità.
  • Disturbo Dissociativo dell’Identità (precedentemente Disturbo da Personalità Multipla) , che è caratterizzato dalla presenza di due o più identità o stati di personalità, che in modo ricorrente assumono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da una incapacità di ricordare importanti notizie personali ( è troppo estesa per essere spiegata con una normale tendenza a dimenticare).
  • Disturbo di Depersonalizzazione, che  è caratterizzato dal sentimento persistente o ricorrente di essere staccato dal proprio corpo o dai propri processi mentali, mentre rimane intatto il test di realtà.
  • Disturbo Dissociativo Non Altrimenti Specificato, che è stato incluso per registrare i disturbi in cui la manifestazione principale è un sintomo dissociativo, ma che non soddisfano i criteri per nessun Disturbo Dissociativo Specificato.

La Mindfulness: un incontro tra psicoterapia e tecniche di meditazione orientali

La società di oggi ci costringe a vivere in uno stato in cui lo stress fa da padrone. In questo contesto, ultimamente, ha iniziato a farsi strada una psicologia del “benessere”, che concepisce lo star bene come una conquista e che mira a favorire quelle attività che più di altre migliorano la qualità della vita. L’attenzione è stata rivolta verso le culture orientali, che coltivano una pratica religiosa che tende ad una profonda pace interiore. Il segreto del benessere dei monaci orientali, infatti, risiede nel loro “strano” modo di pregare, basato sulla meditazione e sulla consapevolezza dei propri stati d’animo. Ultimamente è nata così una pratica terapeutica detta “mindfulness”.

Cosa vuol dire esattamente “mindfulness”?

Al termine minfulness viene attribuito il significato di “consapevolezza” (Ellen Langer, 1989). Sviluppare e accrescere la mindfulness significa conservare nel tempo un elevato grado di concentrazione, coltivare l’attitudine a mantenere il contesto circostante sotto controllo, che sono capacità squisitamente cognitive che ci permettono di ridurre le possibilità di commettere errori (Langer, 1997).

Contemporaneamente John Kabat-Zinn utilizza la parola “mindfulness” come la migliore traduzione inglese della parola sati, che in lingua Pali (una lingua indiana usata come lingua liturgica all’interno del buddismo) significa attenzione consapevole” o “attenzione nuda”. L’essenza della mindfulness risiederebbe nel “porre attenzione in un modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in maniera non giudicante”. E’ intorno a questi principi di base che sono stati creati e sviluppati i programmi per il trattamento dello stress, delle depressioni, delle nevrosi e del dolore cronico.

La tecnica terapeutica MBSR ( Mindfulness Base Stress Reduction) di Kabat-Zinn si basa su una serie di tecniche meditative, formali e informali, per il trattamento di disturbi specifici. Alcuni psicoterapeuti, come la Marsha Linehan (1993) affiancano la mindfulness alla psicoterapia vera e propria. La Linehan ha inserito la “mindfulness” all’interno del suo modello di psicoterapia, la Terapia Dialettico-Conmportamentale per il trattamento dei disturbi di personalità borderline, la minfulness aiuterebbe a favorire il “decentramento” dai propri pensieri ed emozioni.

Jeffrey Schwartz (1996) nel suo programma terapeutico cognitivo-comportamentale utilizza invece la “mindfulness” nel trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi, con grande successo e popolarità negli Stati Uniti. Recentemente John Teasdale, Zindel Segal e Mark Williams (2002) hanno adattato il programma MBSR ideato da Kabat-Zinn per creare la MBCT (Minfulness Based Cognitive Therapy), un programma per la cura delle depressioni ricorrenti.

La mindfulness è stata impiegata anche nel trattamento del disturbo d’ansia generalizzato e del disturbo da attacchi di panico ( Miller et al., 1995) e nei disturbi alimentari (Kristeller e Hallett, 1999).L’efficacia dei trattamenti mindfulness si basa su alcuni meccanismi cognitivi d’azione:

  1. cambio cognitivo e decentramento (modifica la valutazione cognitiva del contesto e l’atteggiamento verso i propri pensieri);
  2. autocontrollo (riconoscimento dei primissimi segnali relativi a problemi clinici per favorire risposte adattive);
  3. stato di rilassamento (abbassa i livelli di ansia e stress insegnando ad osservare in modo non giudicante e a rimanere in contatto con i vari fenomeni);
  4. accettazione (accettare i sintomi fisici ed emozionali senza cercare di modificarli o evitarli).

In conclusione la mindfulness non propone di sfuggire o eliminare i pensieri, le emozioni e i sentimenti gradevoli, ma propone di adottare una strategia volta a non tralasciare la “vita che accade”, rivolgendo l’attenzione consapevole alla nostra esperienza di “adesso”, qualunque essa sia, positiva o negativa.

Terapia cognitivo-comportamentale: l’autogestione dello stress

Lo stress è una condizione  psicofisiologica e cognitiva determinata prevalentemente dall’ambiente (stress da lavoro, da competizione, stress generato dalla crescita dei figli), che riflette una serie di forze esterne (stimoli), a cui l’individuo è sottoposto. Tuttavia c’è un altro modo per considerare lo stress, quello che  pone l’accento sulla risposta che l’individuo attiva quando viene a trovarsi  in un ambiente che lo sfida e lo minaccia. Si potrebbe dire che lo stress è sempre mediato cognitivamente (è il risultato di una transazione influenzata dall’individuo e dall’ambiente) e riflette un rapporto con l’ambiente, che viene sentito dalla persona come affaticante o esorbitante rispetto alle sue risorse e dunque come fonte di pericolo per il suo benessere. Lo stress non è una caratteristica della persona o dell’ambiente, né uno stimolo o una risposta, ma un rapporto dinamico mutevole e bidirezionale tra la persona e l’ambiente mentre agiscono l’uno sull’altro (Folkman, 1984).

Lazarus (1981) sostiene che gli individui non sono semplicemente vittime dello stress, ma è il modo in cui valutano gli eventi stressanti (valutazione primaria), le loro risorse di coping (fronteggiamento) e le alternative di azione (valutazione secondaria) a determinare la natura dello stress individuale. Lo stress è la risultante  di un’interazione tra variabili ambientali e variabili dell’individuo. Le persone non sono vittime passive dello stress. Come dice Meichenbaum, sono i modi in cui le persone valutano cognitivamente e percepiscono emotivamente gli eventi stressanti, insieme ai modi in cui valutano le proprie risorse  psicologiche e le proprie capacità di far fronte allo stress, che determinano il risultato finale dei fenomeni di stress. In riferimento alla “reazione di stress” Meichenbaum sottolinea  la distinzione fra due componenti  sostanziali:

  1. l’iperattivazione somatica
  2. le cognizioni ed autoaffermazioni (ciò che una persona dice a se stessa) che accompagnano l’iperattivazione

Le cognizioni modulano l’intensità delle reazioni di stress, di paura ed ansia, nonché di dolore. Inoltre è possibile controllare l’iperattivazione somatica e modificare le autoaffermazioni e il “dialogo interno”. Ne deriva che la gestione dello stress non è una dote “tutto o niente”, ma si può apprendere attraverso la terapia cognitivo-comportamentale, in un processo che va scomposto nelle sue componenti (psicofisiologiche e cognitive) e in un ambito di realtà nel quale è possibile sviluppare conoscenza, esperienza e competenza con gradualità e con un apposito training.

I programmi SIT (Stress Inoculation Training) di Donald Meichenbaum sono  i protocolli di trattamento più efficaci per imparare a gestire lo stress, mirano a sviluppare nell’individuo quella serie di capacità che possono essere utili per affrontare situazioni stressanti nel modo meno doloroso e meno traumatico possibile, in una logica di prevenzione piuttosto che di terapia, potenziando le difese della persona. Già il suo nome richiama la pratica delle “vaccinazioni”: le difese dell’organismo vengono potenziate grazie all’inoculazione di dosi attenuate di agenti patogeni (stress). Il programma di Meichenbaum, per sviluppare le risorse e le capacità di gestione dello stress utilizza esposizioni e ripetizioni in un setting assistito e protetto (sviluppa gli “anticorpi” di carattere psicologico), fa acquisire le strategie comportamentali e cognitive che possono essere usate per gestire vari tipi di situazioni problematiche , il terapeuta  è un consulente/supervisore che lavora in collaborazione con la persona al fine di aiutarla ad analizzare la realtà e ad interagire poi realisticamente ed efficacemente. Questa tecnica cognitivo-comportamentale è detta  coping skill training, consiste in un insieme di abilità, comportamenti, strategie di fronteggiamento a cui l’individuo può attingere nel far fronte alle situazioni problematiche e potenzialmente stressanti, per aumentare le proprie  capacità di tolleranza e di resistenza, in modo da attenuare l’impatto emozionale ed i costi personali di situazioni stressanti. Si tratta di abilità banali di carattere abbastanza automatico (come l’abitudine di distogliere intenzionalmente l’attenzione da pensieri autodistruttivi ed interrompere volontariamente rimuginazioni sterili), abilità più complesse che implicano uno specifico addestramento ( come la capacità di abbassare l’attivazione emozionale e di rilassarsi volontariamente nell’attesa di un pericolo o di un evento altamente ansiogeno) e di una serie di altre competenze che presumono una più ampia elaborazione personale (come le aspettative di controllo interno e di autoefficaciala, la fiducia nella propria capacità di padroneggiare, la capacità di problem-solving, ecc.). Lo Stress Inoculation Training è un trattamento utile nello stress professionale, nell’ansia “fluttuante”, nell’ansia da prestazione, nelle paure specifiche, nelle fobie, nelle condotte abnormi di rabbia e di collera, nella prevenzione dei problemi da dipendenza da sostanze e nel dolore clinico.

Il trattamento dei problemi di coppia con psicoterapia cognitivo-comportamentale

Trattamento dei problemi di coppia con psicoterapia cognitivo-comportamentale

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

I problemi di coppia iniziano quando dall’innamoramento (se c’è stato) si passa alla “fase di transizione”. In questa fase l’eccitamento di conoscere a fondo la nuova persona e la passione dei rapporti sessuali diminuiscono o svaniscono (dopo alcuni mesi o alcuni anni), mentre i sentimenti divengono basati su una valutazione più realistica del partner. Si iniziano a percepire i difetti dell’altro, i due partner non si sentono più corrisposti nel soddisfacimento dei loro desideri e bisogni, iniziano ad affiorare le differenze. Tutto questo coglie  emotivamente impreparata la coppia, che  inizia ad interrogarsi sull’opportunità di continuare una relazione  sempre più deludente.

I conflitti iniziano ad emergere perchè ciascuno cerca di forzare l’altro a corrispondere maggiormente ai propri desideri e ne mette alla prova l’amore. Sono motivi di conflitto il disaccordo sui valori personali, le dinamiche di potere, i problemi organizzativi e di comunicazione (Lo Iacono, 1999). I valori più sentiti sono le manifestazioni di amore e di stima, il sesso, i figli, il denaro, i beni materiali, i rapporti con le persone esterne alla coppia, la suddivisione degli oneri legati alla conduzione familiare.

Queste  crisi, quando hanno un esito sfavorevole, possono portare al disamore e alla rottura del rapporto, oppure alla  continuazione in condizioni di continuo conflitto e malessere psicologico. Molte coppie si separano perché entrambi i partner si sentono molto delusi l’uno dell’altra, perché i litigi e la critica reciproca sono aumentati, perché scoprono difetti e caratteristiche del proprio partner di cui non si erano accorti prima e che non sembrano possibili da tollerare. La disillusione è molto forte e il rapporto talmente stressante che l’unica soluzione diventa la separazione. Un frequente fattore di insoddisfazione nelle coppia sembra essere lo stress individuale, che riduce le risorse necessarie a  contribuire ai compiti familiari, a fornire al partner quel sostegno pratico e psicologico che si aspetta. Quando una persona è sotto stress è meno disponibile ad ascoltare e negoziare, ha più necessità di aiuto e meno disponibilità ad offrirne, fatica a contrattare il soddisfacimento delle proprie esigenze e la rinuncia al soddisfacimento dei propri desideri e bisogni (o la sua posticipazione) diventa un’ulteriore fonte di stress. Inoltre allo stress si accompagna un maggiore livello di emotività, che in termini cognitivi può essere descritto come attivazione di idee irrazionali, distorsioni cognitive, modelli disfunzionali di elaborazione delle informazioni, con il rischio di un aumento di tensioni, conflitti e insoddisfazioni nella coppia e nella famiglia. (Lo Iacono, 2004)

Quando le coppie raggiungono il loro “punto di non ritorno”, quando i loro sentimenti si sono spenti definitivamente o non ci sono mai stati, quando entrambi o uno dei due non è motivato ad un tentativo di ricostruzione  della loro relazione, non esiste terapia di coppia  in grado di far rinascere passione e sentimenti di amore. Infatti devono esistere due importanti precondizioni per la terapia di coppia, che sono: – l’esistenza nella storia passata della coppia di un periodo di soddisfazione reciproca; – la volontà di entrambi di far durare la relazione (Soresi e Sanavio, 1978).

Se esistono queste due precondizioni la terapia è possibile (altrimenti si aiuta la coppia a separarsi) e con l’approccio cognitivo-comportamentale di coppia _ che è molto direttivo, soprattutto nelle fasi iniziali della terapia, una peculiarità molto utile perché si placano, si evitano i litigi nelle coppie _ si vanno a modificare le idee irrazionali, i modelli disfunzionali di elaborazione delle informazioni (bias interpretativi), il grado di priorità dei valori e degli scopi personali, le convinzioni individuali (nonché le aspettative e desideri che ne derivano) e gli errori di pensiero ( le distorsioni cognitive di Beck come l’esagerazione, la generalizzazione, le spiegazioni prevenute, le etichette negative,, ecc.) dei partner. Si modificano le emozioni o stati d’animo negativi (delusione, rabbia/ostilità, disprezzo, disgusto, ecc.), al fine di raggiungere un maggior grado di soddisfazione nei confronti del partner, attraverso: – una diversa percezione del partner, _ un cambiamento del comportamento personale nei confronti del partner,_ un cambiamento del comportamento da parte del partner o, più spesso, _ un misto di tutte e tre le cose. ( Lo Iacono, 2004)

Gli obiettivi della terapia cognitivo-comportamenale di coppia possono essere sintetizzati in alcuni punti: _ aiutare i singoli partner ad accettare l’altro e le caratteristiche uniche della loro relazione (ciò comporta un lavoro di apprendimento e sviluppo a livello individuale), _ aumentare la consapevolezza delle dinamiche di interazioni ricorrenti nella coppia e dei loro effetti per la soddisfazione reciproca, _ aumentare la disposizione e la capacità a valorizzarsi, sostenersi e gratificarsi vicendevolmente, _ migliorare le capacità comunicative e la gestione dei conflitti.

L’approccio cognitivo-comportamentale si fonda sul presupposto che alla base dei matrimoni riusciti ci sia una reciprocità di gratificazione (rinforzo), ciascun partner dovrebbe rinforzare i comportamenti rinforzanti del partner, seguendo il principio  del “dare per avere” (EmmelKamp, 1986), per un’unione felice sono essenziali certe doti di impegno, sensibilità, generosità, considerazione, sollecitudine, lealtà, senso di responsabilità, fidatezza , poi bisogna imparare, scendere a compromessi, agire in base a decisioni prese in comune, avere una certa duttilità, una buona predisposizione ad accettarsi e a perdonarsi, a tollerare difetti, errori e bizzarrie (Beck, 1990).