Approccio sistemico in psicoterapia: presupposti teorici e caratteristiche del modello

La teoria generale dei sistemi ebbe origine dal pensiero di matematici, fisici e ingegneri tra la fine degli anni 40’ e gli inizi degli anno 50’; fu successivamente elaborata da Ludwing von Bertalanffy per essere considerata come base comune di tutte le discipline scientifiche, contribuendo ad elucidare con i concetti fondamentali di apertura e chiusura dei sistemi viventi, di omeostasi , auto-regolazione e di equifinalità le regole strutturali e funzionali di ogni sistema, indipendentemente dalla sua composizione. La comunicazione e l’autoregolazione attraverso la comunicazione erano considerate dei requisiti essenziali per l’operatività dei sistemi, le informazioni riguardanti il passato venivano riportate nel sistema andando ad influenzare il futuro. Questo processo di “retroazione autocorrettiva” fu denominato da Norbert Wienercibernetica”. La cibernetica comprende lo studio di autoregolazione, autoriproduzione, adattamento, elaborazione ed immagazzinamento dell’informazione e i comportamenti finalizzati. Negli anni 50’ anche Gregory Bateson , un antropologo, venne a contatto con il pensiero cibernetico, che pensò immediatamente potesse essere applicato per descrivere le interazioni umane, ed elaborò i concetti di comportamento simmetrico e asimmetrico (o complementare) ed osservò che la società da lui esaminata conteneva due tipi di forze, una di queste spingeva verso schemi di progressivo antagonismo, fino alla rottura da parte di un gruppo, e l’altra sosteneva l’adattamento, il compromesso e la coesione sociale. Ciascuna parte reagiva alle reazioni dell’altra, attraverso forze in equilibrio dinamico e la teoria dei sistemi poteva spiegare questo equilibrio con la nozione di autogoverno attraverso la retroazione. L’informazione che giungeva da una data azione veniva ricorsivamente reintroiettata nel sistema, che gli consentiva di regolare l’attività successiva modificandola. Si sarebbe verificata una retroazione negativa (l’informazione riportava il sistema allo stato iniziale e diminuiva la deviazione), mentre la retroazione positiva (l’informazione aumentava la deviazione del sistema dal proprio stato iniziale) sarebbe stata scoperta più tardi.

Bateson riuscì ad ottenere dei fondi per la ricerca sui processi della comunicazione , in particolare quella famigliare, applicandola allo studio delle famiglie schizofreniche e fondò la scuola di Palo Alto. Questa scuola spostò l’interesse psichiatrico verso i processi e i pattern anziché verso i contenuti, il sistema famiglia veniva visto come una totalità, anziché come un agglomerato di individui, l’attenzione andava alla descrizione dei fenomeni sovraindividuali, invece che ai processi interiori (affetti, motivazioni) e ciò annunciava un cambiamento di paradigma, perché l’individuo e il gruppo erano visti in relazione reciproca come sottosistemi all’interno di svariati sistemi contestuali differenti. La scuola di Palo Alto vedeva la famiglia come un sistema cibernetico, che si autogovernava attraverso la retroazione. Con la retroazione negativa il sistema si correggeva e ritornava allo stato originario, ogni volta che veniva colpito con informazioni nuove che tendevano invece a sbilanciarlo (nelle famiglie schizofreniche si osservò un sistema rigido). La famiglia era un sistema omeostatico, con una “autoregolazione automatica”, che tendeva a “mantenere il sistema” riducendo qualsiasi deviazione dall’introduzione di nuove informazioni. Secondo Jackson la famiglia era anche un sistema governato da regole precise, che condizionavano o stabilizzavano l’ampiezza entro cui un dato sistema poteva variare.

La più importante regola per i terapeuti sistemici era il “quid pro quo coniugale”, in base al quale ogni membro della coppia poteva guadagnare qualcosa dalla relazione (non s’intende solo il contratto conscio, ma anche le aspettative inconsce di riconoscimento e di compensazione). La scuola di Palo Alto sosteneva anche che molte famiglie disfunzionali delegavano ad uno dei loro membri (il membro sintomatico) il ruolo di “componente omeostatica”, che riportava ogni volta il sistema al suo stato di tranquillità dopo che una regola era stata minacciata. In sostanza quando un componente della famiglia manifestava un bisogno nuovo o una maggiore necessità di svincolo, che avrebbe portato la famiglia ad uno nuovo stadio vitale, il membro sintomatico subiva una aggravamento o un incremento del sintomo. Il membro sintomatico pagava un prezzo altissimo, ma permetteva agli altri membri della famiglia di mantenere i rispettivi ruoli, perché tutti gli altri problemi diventavano secondari rispetto al sintomo di questo membro. Le regole e le informazioni passavano ad un livello non verbale, attraverso la comunicazione analogica e furono studiati vari livelli di comunicazione. In “La pragmatica della comunicazione umana” di P. Watzlawick troviamo la descrizione di questi diversi livelli. Ogni affermazione convoglia non solo un contenuto informativo, ma anche una direttiva al ricevente su come il contenuto deve essere letto, essendoci sia aspetti informativi che di comando, a volte congruenti, ma spesso incongruenti.

Nelle famiglie disfunzionali prevaleva l’incongruenza a livello di comunicazione, per cui il gruppo di Bateson cercò un costrutto teorico che potesse spiegare questa modalità interattiva e formulò la “teoria del doppio legame”. La teoria del doppio legame è il contributo più interessante della scuola di Palo Alto, applicata alla comunicazione della famiglia e alla schizofrenia. I concetti chiave sono i seguenti:

a) devono esserci due o più persone, una di queste è la “vittima designata” e l’altra la persona che “lega”;

b) l’esperienza deve essere ripetuta nel tempo;

c) c’è una modalità di comunicazione verbale ed una analogica che contraddice nettamente la prima e che manda segnali tali da minacciare la sopravvivenza della vittima;

d) c’è un “comando” nella comunicazione analogica che impedisce alla “vittima” di abbandonare il campo;

e) quando tutti gli elementi vengono sperimentati per un po’ di tempo diventano automatici e si instaura un vero e proprio schema di “doppio legame”.

Nessuno dei due membri è responsabile del proprio comportamento, il tutto è circolare (teoria della circolarità reciproca) e non viene ricercata una causa e un effetto. Inoltre la scuola di Palo Alto sviluppò negli anni 70’ il modello MRI (Mental Research Institute) di terapia breve, in massimo 10 sedute, detto anche approccio strategico-sistemico. Era basato su una visione di causalità circolare, il sintomo e la sua persistenza erano considerati all’interno di un contesto relazionale in cui i “tentativi di soluzione” diventavano il problema e l’obiettivo era quello di rompere i pattern rigidi ripetitivi, cui il sintomo era connesso, così che emergessero nuovi pattern più funzionali. Si basava su aspetti pragmatici e comportamentali, sull’azione più che sul pensiero, si usavano fra le tecniche e le strategie la prescrizione del sintomo, il paradosso, la riformulazione o ridefinizione (reframing), ovvero la prescrizione di comportamenti per cambiare altri comportamenti indesiderati e la teoria della “scatola nera” suggellava questa distinzione tra pensiero e azione (comportamento), perché con essa un osservatore poteva vedere solo comportamenti e pattern comportamentali, non ciò che avveniva nella testa delle persone. Il terapeuta strategico-sistemico non si occupava di aspetti della persona, come motivazioni, fantasie, pensieri, emozioni, né del passato del cliente e della sua storia, ma esclusivamente dell’attuale contesto relazionale in cui i pattern comportamentali rigidi ripetitivi connessi al sintomo diventavano il bersaglio degli interventi strategici. Nelle terapie brevi strategiche erano caratteristici l’ottimismo terapeutico, la visione positiva, il puntare sulle risorse del cliente e soprattutto sull’uso della posizione di “impotere” (one-down). Gli obiettivi del terapeuta erano quelli del paziente, ovvero liberarsi dei sintomi e la scomparsa dei sintomi era l’unico criterio adottato per definire la fine e il successo della terapia. Si chiedeva al cliente di definire e decidere quali problemi volesse risolvere per primo e di esplorare gli infruttuosi tentativi di risolverli già fatti da lui e dalle persone significative a cui era connesso. Il terapeuta aiutava il paziente a raggiungere lo scopo attraverso una serie di interventi strategici ad hoc, utilizzati in un arco di tempo breve (da 1 a 10 sedute, mediamente 4-6).

Il riferimento delle terapie con l’approccio Strategico-Sistemico del Mental Research Institute (MRI) di Palo Alto era quello della prima cibernetica, che in seguito è stata definita “cibernetica di primo ordine”, basata sull’assunto che sia possibile separare il sistema osservato dal sistema osservante. La prima cibernetica era basata sui meccanismi di controllo (Wiener, 1948) ed era centrata sul concetto di retroazione negativa e sui processi di riduzione della deviazione , perché i sistemi mantengono la propria stabilità compensando con meccanismi retroattivi le deviazioni (omeostasi o morfostasi).

La seconda cibernetica fu introdotta in un secondo tempo, era più adatta ad essere applicata ai sistemi viventi (Maruyama, 1963) e centrata sul modo in cui i sistemi modificavano la propria organizzazione, attraverso processi di amplificazione della deviazione e quindi di retroazione positiva (morfogenesi). Il modello MRI di Palo Alto considerava solo la retroazione negativa e non operava una distinzione fra normalità e patologia, ma solo fra problema e soluzione. Il processo terapeutico era fondato su tecniche e strategie che interferivano con il circuito ricorsivo problema-soluzione, quindi permettevano una soluzione dei problemi presentati in un tempo breve , mentre l’orizzonte temporale era centrato sul tempo presente e sul tempo futuro. Con la seconda cibernetica entrò in crisi la teoria della “scatola nera”, secondo la quale un osservatore poteva rilevare soltanto gli input – output, cioè le relazioni che connettevano le persone. La seconda cibernetica ,detta anche “cibernetica di secondo ordine”, era la cibernetica dei sistemi osservanti, di quei sistemi che includevano anche il terapeuta e davano importanza alle emozioni, alle fantasie, alle motivazioni. Era una cibernetica dell’autoriflessività, in cui il fulcro dell’interesse era proprio l’osservatore stesso con i suoi pregiudizi, teorie e sensibilità. Acquisiva una posizione centrale, con il concetto di auto riflessività, il dialogo interno dell’individuo con se stesso e la presa di coscienza dei propri pregiudizi e delle proprie teorie.

Questo interesse per l’autoriflessività e per il mondo interno ha condotto alla riscoperta e all’importanza delle emozioni e delle loro relazioni con i pensieri e i significati. Si esce dalla dicotomia individuo-sistema (o individuo-relazioni) e si connette il livello dell’esperienza e della sofferenza individuale a quello della descrizione e della spiegazione sistemica, ovvero le emozioni alle cognizioni, il mondo esterno al mondo interno.

L’osservatore faceva emergere i sistemi dallo sfondo, primo passo per la costruzione della realtà, che veniva co-costruita nel linguaggio attraverso il consenso. Il pensiero costruttivista di Maturana e Varela ebbe una notevole importanza nella cibernetica di secondo ordine e poneva l’accento sull’osservatore e sui suoi costrutti mentali. La conoscenza non era più oggettiva, ma diveniva una conoscenza costruita attraverso l’autoriflessività e i sistemi viventi assumevano le caratteristiche di sistemi autonomi e autorganizzantesi. L’uomo era considerato un sistema autonomo, ovvero autopoietico o autogenerantesi (Maturana e Varela, 1980). In terapia un cambiamento nelle relazioni familiari non provocava necessariamente un cambiamento significativo del cosiddetto paziente designato, contrariamente a quanto ci si aspettava con la concezione olistica batesoniana.

La visione postmoderna in terapia sistemica accetta tutti i punti di vista, tutte le narrative, non giudica i punti di vista come migliori o peggiori in assoluto, perché non esiste una verità che abbia valore assoluto, ma esistono verità che hanno un valore e una validità locale, viene definita una visione contestuale della verità (Rosenau, 1992). Si passa dal costruttivismo al costruzionismo sociale, che pone in primo piano l’idea di relazioni, ma di relazioni viste come sistemi di linguaggio e di significato. Il costruttivismo è legato al cognitivismo, il costruzionismo è legato alla psicologia sociale. Con il costruzionismo l’interesse è volto verso la narrativa, vi è un particolare interesse per le storie, come esse si costruiscono e sono costruite, c’è apertura alla cornice temporale dal presente al passato e al futuro, per lavorare sulle connessioni di eventi e significati nel fluire del tempo. La sofferenza è l’espressione di un’inadeguatezza tra le storie che le persone raccontano di se stesse e la propria attuale esperienza. Il processo terapeutico diventa un processo di ri-narrazione delle storie. I pazienti recuperano la possibilità e la capacità di essere autori, tramite l’interazione con il terapeuta. Oltre al modello sistemico anche i modelli psicoanalitico e cognitivo si sono aperti alla narrativa e all’ermeneutica. La terapia diventa una creazione di narrazioni condivise, i temi portati dai pazienti sono dapprima decostruiti, quindi ricostruiti fino a farne narrazioni che possono fornire ai pazienti metafore più adatte e meglio costruite, “nuove rappresentazioni di se stesso nel passato, nel presente e nel futuro”.

I cognitivisti sono attenti alle procedure dettagliate e minuziose per arrivare a questa decostruzione e ricostruzione, tanto che tramite la tecnica di autosservazione descritta da Guidano (1991) il terapeuta aiuta il paziente a ripercorrere le fasi della sua vita concentrandosi sui minimi dettagli (tecnica dello zoom), o rallentando gli eventi al fine di analizzarli meglio ( tecnica della moviola). In questo modo il paziente sperimenta un nuovo modo di utilizzare la propria memoria e ricava una nuova consapevolezza del processo di costruzione della propria coerenza (narrativa) interna. Insomma si va sempre più verso un modello di “terapia integrata”, coerentemente con l’emergente paradigma della complessità (Bocchi, Ceruti, 1985), secondo il quale il modo più appropriato di vedere e comprendere il mondo è sì attraverso una rete di teorie, ma all’interno di una teoria o nell’interfaccia tra una teoria e l’altra, dove il faro resta sempre la teoria di base a cui ci si ispira e non un eclettismo che vede un utilizzo indiscriminato di tecniche senza correlarle di volta in volta con i diversi presupposti teorici dei modelli stessi. L’integrazione è la capacità di avvalersi di un modello teorico ben sperimentato, in cui ci si trovi a proprio agio e che abbia dato risultati soddisfacenti, da affiancare in particolari momenti ad altri modelli, che possono offrire una visione diversa della situazione e modalità atte a risolverla. Una volta raggiunto lo scopo il terapeuta può tornare all’interno del suo modello preferito.

Il modello di terapia sistemica della scuola di Milano di Cecchin, Boscolo, Selvini-Palazzoli e Prata riassume tutta questa evoluzione dagli anni ‘70 sino ai giorni nostri. Infatti negli anni 1971-1975 si è ispirato all’approccio strategico-sistemico del Mental Research Institute di Palo Alto (prescrizione del sintomo, paradosso, riformulazione o ridefinizione, ecc.), poi dagli anni 1975-1985 lo stesso modello si è arricchito con i contributi del costruttivismo e della cibernetica di secondo ordine, poi del costruzionismo, della narrativa e dell’ermeneutica.

Nella prima fase, sovrapponibile a quella dell’MRI di Palo Alto, il modello era basato su una visione di casualità circolare, il sintomo persisteva all’interno di un contesto relazionale dove i tentativi di soluzione diventavano il problema e si trattava di rompere i pattern ripetitivi e rigidi cui il sintomo era connesso, l’attenzione era posta sugli aspetti pragmatici e comportamentali (si prescrivevano comportamenti per rompere altri comportamenti), sulla cibernetica di primo ordine. In quel periodo il gruppo di Milano ebbe il privilegio di avere la supervisione diretta di Paul Watzlawick.

Nella seconda fase, che ebbe inizio nel 1975 sino ai nostri giorni, il lavoro di Gregory Bateson e in particolare il libro Verso un’ecologia della mente (1972), cambiò il modo di pensare del gruppo, per utilizzare i principi dell’epistemologia cibernetica di Bateson. Vennero applicate nuove idee in campo clinico e venne sviluppato un nuovo metodo di raccolta ed elaborazione delle informazioni: furono enunciati i tre principi di conduzione della seduta di ipotizzazione , circolarità e neutralità, che divennero il tratto distintivo del modello di Milano. Era centrale la formulazione delle ipotesi da parte dell’equipe. Le ipotesi semplici, spesso basate su una visione lineare causale, venivano a connettersi tra di loro in ipotesi più complesse, sino ad arrivare alla cosiddetta ipotesi sistemica, basata su una visione circolare che rispecchiava secondo la visione della prima cibernetica di allora l’organizzazione del sistema osservato. Gli obiettivi della terapia non erano più i sintomi e i pattern comportamentali, ma le premesse epistemologiche e i sistemi di significato, si andava dal tempo presente ad una cornice di significato che comprendeva passato, presente e futuro. Il terapeuta doveva creare un contesto di deutero-apprendimento (di apprendimento ad apprendere, come intendeva Bateson) in cui il paziente avrebbe potuto trovare le proprie soluzioni. L’attenzione era volta al cambiamento delle premesse epistemologiche (Bateson, 1972), della “visione del mondo” del cliente, al cambiamento della storia in cui il cliente era immerso. La tecnica terapeutica diventava quella dell’esplorazione, dell’empatia, dell’ascolto, del calore umano del terapeuta. Si iniziò a prestare attenzione al mondo interno del terapeuta (auto riflessività), alla connessione tra le varie esperienze teoriche e pratiche e al mondo interno del paziente, nonché alla relazione tra i due mondi e i vari sistemi in cui erano inseriti. La cibernetica di riferimento diveniva quella di secondo ordine. Lo scopo della terapia era di aiutare i pazienti a riorganizzare i loro sistemi interni, laddove il Sé ha una funzione di guida. La dialettica tra mondo esterno e mondo interno si complessificava in una visione batesoniana in cui il Sé si poteva collocare nei circuiti riflessivi che univano i diversi mondi interni ed esterni. Il dialogo terapeutico diveniva una dialettica a tre: terapeuta, paziente e voci interne del paziente (derivavano dall’interiorizzazione delle relazioni con le persone più significative e potevano essere positive o negative). Le nuove teorie si basavano sulla centralità del linguaggio, sull’ermeneutica e sul costruzionismo sociale, che avevano permesso di connettere l’individuo e il gruppo. Nel 1996 con Boscolo e Bertrando, in la “Terapia Individuale Sistemica” il lavorare sistemico diventava un lavorare con il singolo e non più solo con la famiglia.

Il trattamento dei problemi di coppia con psicoterapia cognitivo-comportamentale

Trattamento dei problemi di coppia con psicoterapia cognitivo-comportamentale

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta, SITCC e EMDR Italia

I problemi di coppia iniziano quando dall’innamoramento (se c’è stato) si passa alla “fase di transizione”. In questa fase l’eccitamento di conoscere a fondo la nuova persona e la passione dei rapporti sessuali diminuiscono o svaniscono (dopo alcuni mesi o alcuni anni), mentre i sentimenti divengono basati su una valutazione più realistica del partner. Si iniziano a percepire i difetti dell’altro, i due partner non si sentono più corrisposti nel soddisfacimento dei loro desideri e bisogni, iniziano ad affiorare le differenze. Tutto questo coglie  emotivamente impreparata la coppia, che  inizia ad interrogarsi sull’opportunità di continuare una relazione  sempre più deludente.

I conflitti iniziano ad emergere perchè ciascuno cerca di forzare l’altro a corrispondere maggiormente ai propri desideri e ne mette alla prova l’amore. Sono motivi di conflitto il disaccordo sui valori personali, le dinamiche di potere, i problemi organizzativi e di comunicazione (Lo Iacono, 1999). I valori più sentiti sono le manifestazioni di amore e di stima, il sesso, i figli, il denaro, i beni materiali, i rapporti con le persone esterne alla coppia, la suddivisione degli oneri legati alla conduzione familiare.

Queste  crisi, quando hanno un esito sfavorevole, possono portare al disamore e alla rottura del rapporto, oppure alla  continuazione in condizioni di continuo conflitto e malessere psicologico. Molte coppie si separano perché entrambi i partner si sentono molto delusi l’uno dell’altra, perché i litigi e la critica reciproca sono aumentati, perché scoprono difetti e caratteristiche del proprio partner di cui non si erano accorti prima e che non sembrano possibili da tollerare. La disillusione è molto forte e il rapporto talmente stressante che l’unica soluzione diventa la separazione. Un frequente fattore di insoddisfazione nelle coppia sembra essere lo stress individuale, che riduce le risorse necessarie a  contribuire ai compiti familiari, a fornire al partner quel sostegno pratico e psicologico che si aspetta. Quando una persona è sotto stress è meno disponibile ad ascoltare e negoziare, ha più necessità di aiuto e meno disponibilità ad offrirne, fatica a contrattare il soddisfacimento delle proprie esigenze e la rinuncia al soddisfacimento dei propri desideri e bisogni (o la sua posticipazione) diventa un’ulteriore fonte di stress. Inoltre allo stress si accompagna un maggiore livello di emotività, che in termini cognitivi può essere descritto come attivazione di idee irrazionali, distorsioni cognitive, modelli disfunzionali di elaborazione delle informazioni, con il rischio di un aumento di tensioni, conflitti e insoddisfazioni nella coppia e nella famiglia. (Lo Iacono, 2004)

Quando le coppie raggiungono il loro “punto di non ritorno”, quando i loro sentimenti si sono spenti definitivamente o non ci sono mai stati, quando entrambi o uno dei due non è motivato ad un tentativo di ricostruzione  della loro relazione, non esiste terapia di coppia  in grado di far rinascere passione e sentimenti di amore. Infatti devono esistere due importanti precondizioni per la terapia di coppia, che sono: – l’esistenza nella storia passata della coppia di un periodo di soddisfazione reciproca; – la volontà di entrambi di far durare la relazione (Soresi e Sanavio, 1978).

Se esistono queste due precondizioni la terapia è possibile (altrimenti si aiuta la coppia a separarsi) e con l’approccio cognitivo-comportamentale di coppia _ che è molto direttivo, soprattutto nelle fasi iniziali della terapia, una peculiarità molto utile perché si placano, si evitano i litigi nelle coppie _ si vanno a modificare le idee irrazionali, i modelli disfunzionali di elaborazione delle informazioni (bias interpretativi), il grado di priorità dei valori e degli scopi personali, le convinzioni individuali (nonché le aspettative e desideri che ne derivano) e gli errori di pensiero ( le distorsioni cognitive di Beck come l’esagerazione, la generalizzazione, le spiegazioni prevenute, le etichette negative,, ecc.) dei partner. Si modificano le emozioni o stati d’animo negativi (delusione, rabbia/ostilità, disprezzo, disgusto, ecc.), al fine di raggiungere un maggior grado di soddisfazione nei confronti del partner, attraverso: – una diversa percezione del partner, _ un cambiamento del comportamento personale nei confronti del partner,_ un cambiamento del comportamento da parte del partner o, più spesso, _ un misto di tutte e tre le cose. ( Lo Iacono, 2004)

Gli obiettivi della terapia cognitivo-comportamenale di coppia possono essere sintetizzati in alcuni punti: _ aiutare i singoli partner ad accettare l’altro e le caratteristiche uniche della loro relazione (ciò comporta un lavoro di apprendimento e sviluppo a livello individuale), _ aumentare la consapevolezza delle dinamiche di interazioni ricorrenti nella coppia e dei loro effetti per la soddisfazione reciproca, _ aumentare la disposizione e la capacità a valorizzarsi, sostenersi e gratificarsi vicendevolmente, _ migliorare le capacità comunicative e la gestione dei conflitti.

L’approccio cognitivo-comportamentale si fonda sul presupposto che alla base dei matrimoni riusciti ci sia una reciprocità di gratificazione (rinforzo), ciascun partner dovrebbe rinforzare i comportamenti rinforzanti del partner, seguendo il principio  del “dare per avere” (EmmelKamp, 1986), per un’unione felice sono essenziali certe doti di impegno, sensibilità, generosità, considerazione, sollecitudine, lealtà, senso di responsabilità, fidatezza , poi bisogna imparare, scendere a compromessi, agire in base a decisioni prese in comune, avere una certa duttilità, una buona predisposizione ad accettarsi e a perdonarsi, a tollerare difetti, errori e bizzarrie (Beck, 1990).