La ruminazione depressiva: evoluzioni nel trattamento

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, psicologa-psicoterapeuta, SITCC

Da alcuni anni sono noti gli effetti disfunzionali del pensiero ripetitivo e la focalizzazione sulla modalità depressiva o depressive mood (Ingram e Smith, 1984; Carver e Scheier, 1990; Watkins e Teasdale, 2001; Watkins, 2004). Il pensiero ripetitivo incastra chi lo mette in atto in un circolo vizioso in cui il solo ed unico esito è continuare a pensare in modo ripetitivo, concentrandosi sul fatto che in quel momento ci si sente tristi, scoraggiati o depressi. (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011). Questo processo cognitivo ripetitivo viene chiamato ruminazione o rumination (Watkins, 2008). Il pensiero ruota attorno ad un unico tema, che si presenta anche quando non vi è una richiesta immediata o una richiesta ambientale che giustifichi tali pensieri (esempio: : “Sono debole”, “Non riesco a combinare niente”, “Perché non ho voglia di fare niente?”, “Non sono più quello di una volta”, “Sono di pessimo umore”, “Perché sono un fallimento totale?”, “Perché reagisco in modo così negativo?”). La ruminazione è una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo sui sintomi della depressione. (Rippere, 1977; Nolen-Hoeksema, 1991); il pensiero è rivolto al passato e non alla paura di eventi futuri come nel rimuginio. La tendenza è quella di concentrarsi cronicamente su di sé e ad autoanalizzarsi a prescindere dallo stato d’animo, con valutazioni negative su di sé, sulle emozioni (diventano negative anche le emozioni positive), sui comportamenti, sulle situazioni.ì, ecc. Sono questi pensieri ruminativi che diventano la causa della ricomparsa della depressione,del suo mantenimento e aggravamento (Alloy e colleghi, 2000) . Con la ruminazione il 70% delle persone con un disturbo depressivo presenta un ritorno dei sintomi dopo la guarigione (ricorrenza) (Mancini e Rainone, 2004). Secondo Conway e colleghi (2000); la ruminazione non motiva i soggetti a pianificare azioni riparative, i soggetti non riescono ad uscire dal loro problema, nonostante l’attenzione costante rivolta al problema. Inoltre i pensieri ruminativi non vengono condivisi con gli altri quando il riconoscimento del malessere sarebbe fondamentale per superare e per guarire dalla depressione. La ruminazione in risposta ad uno stato depressivo è associata ad esiti gravemente deleteri e sembra ritardare la ripresa da eventi depressivi maggiori. Pare difficile comprendere perché le persone scelgano di ruminare nonostante le gravi conseguenze descritte.

Negli ultimi anni molti progressi sono stati fatti dalla ricerca in psicoterapia, molti modelli e teorie sono state individuate per il trattamento della depressione e per prevenire le ricadute. Secondo Watkins (2008) il ruminare di per sé non è così disfunzionale, ciò che sembra essere disfunzionale è il come si rumina (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011); è la ruminazione dei “why” (dei perché) a mantenere l’umore depresso e sfiduciato (“perché è successo proprio a me?”, “perché mi caccio sempre nelle solite situazioni?”). Secondo il modello di Watkins e la Rumination-Focused CBT da lui sviluppata per il trattamento delle ricadute depressive, esisterebbe un altro tipo di ruminazione che sarebbe utile, funzionale ed adattiva (problem solver); è la ruminazione dei “how” (dei come), che permetterebbe di sentirsi efficaci nell’affrontare un problema e pianificare una soluzione (“come faccio a risolvere questa situazione?”, “come posso fronteggiarla?”, “cosa avrebbe fatto Giovanni nella mia situazione?”, “come posso ridurre le conseguenze negative?”, ecc). Questa descrizione apre la strada a riflessioni teoriche di tecnica terapeutica. Pensare di strutturare un intervento mirato sulle modalità con cui una persona rumina consente di trovare strade future, efficaci ed utili per il trattamento della depressione (A. Bassanini, Stateofmind, ottobre 2011).

La Terapia Cognitivo-Comportamentale ha sviluppato negli ultimi anni diverse strategie terapeutiche per far fronte alla ruminazione depressiva, la principale causa delle ricadute nel sintomo depressivo. Sono particolarmente importanti ed efficaci, per accrescere l’efficacia nel ridurre la vulnerabilità alla ricaduta nelle persone con due o più episodi depressivi, l’approccio alla ruminazione dei “how” di Watkins nella CBT (Rumination Focused) , la Terapia del Benessere (Fava et al., 1998), la Terapia Cognitiva Basata sulla Minfulness (Teasdale et al., 1995; Segale t al., 2002), la Terapia Metacognitiva che segue il modello della funzione autoregolatoria (FA) (Papageorgiou e Wells, 1999), la Tecnica del Training Attentivo (Papageorgiou e Wells, 2000), l’ EMDR (Shapiro, 1995), ecc., che sono tutte tecniche da integrare alla Terapia Cognitiva Standard di Beck.

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Rimuginio nei disturbi d’ansia: nuove prospettive di trattamento

A CURA DELLA DOTT.SSA LORETTA BEZZI, PSICOLOGA-PSICOTERAPEUTA SITCC

Il rimuginio è un fenomeno mentale che si accompagna all’ansia (anche alla depressione, anche se in questo caso la terminologia più adeguata è ruminazione), che contribuisce al suo mantenimento e aggravamento. E’ stato studiato per la prima volta dagli psicoterapeuti cognitivo-comportamentali (Borkovec, Inz, 1990), che inizialmente si sono occupati di approfondire e conoscere i costrutti dell’ansia, ai fini del suo trattamento. Il rimuginio o worry (Sassaroli e Ruggiero, 2003) si connette strettamente al processo della paura. (Borkovec et al., 1983): chi rimugina ha paura, teme sempre che il peggio possa avverarsi e non sa come fronteggiare tale evenienza. Inoltre si sente debole, insicuro, percepisce sostanzialmente il mondo come un posto pieno di pericoli,teme di non avere in sé la capacità di far fronte agli eventi del futuro. La caratteristica fondamentale del rimuginio è la sua ripetitività, pervasività, che occupa tutto lo spazio mentale della persona; i pensieri sono ripetitivi, incontrollabili, intrusivi e focalizzati su contenuti negativi di eventi che potrebbero accadere nel futuro. La preoccupazione è su ogni cosa , su temi che possono riguardare il lavoro, la salute, la famiglia, ecc. Si arriva a rimuginare, a ripetere mentalmente a se stessi che le cose stanno andando male , che qualcosa di brutto potrebbe capitare da un momento all’altro; si tratta di un pensiero di tipo verbale, astratto, privo di dettagli e di focalizzazione visiva (l’immaginazione dei possibili scenari spaventerebbe troppo). E’ questo tipo di pensiero ripetitivo, privo di immaginazione, che contribuirebbe a mantenere il rimuginio e a cronicizzarlo .

Quando è grave il rimuginio?

Il rimuginio è più grave e difficile da eliminare se la persona attribuisce ad esso significati positivi (esempio pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepari al peggio, riduca la probabilità che accadano cose negative), tanto che cresce all’aumentare delle credenze positive su di esso, sino ad arrivare al rimuginio sul rimuginio (metarimuginio), ovvero al pensare di non avere più il controllo (esempio pensare che rimuginare sia pericoloso, che può portare alla follia , che si potrebbe essere sopraffatti dalle rimuginazioni da non riuscire più a smettere di rimuginare) (Wells, 2000). Il rimuginio senza significati positivi o ascopico è meno grave, la persona sa che rimuginare non è di nessuna utilità, ma tuttavia non riesce a fermarsi (questo senza un aiuto psicoterapeutico).

Quando diventa patologico il rimuginio?

Il rimuginio diventa patologico e disfunzionale quando è eccessivo e incontrollabile, mentre rappresenta un processo umano normale quando è occasionale ( capita a tutti di preoccuparsi per il futuro occasionalmente). Il rimuginio implica pensieri negativi , un dialogo con se stessi riguardo a possibili minacce future (previsioni negative di disgrazie future possibili); si distingue in ciò dalla ruminazione depressiva, che è legata al ricordo e all’interpretazione negativa di eventi passati. In altre parole, a differenza dell’ansioso il depresso quando rimugina tenderebbe a sostenere con argomenti articolati e complessi il proprio pessimismo (Nolen-Hoeksema, 2000; Fresco, Frankel, Mennin, Turk e heimberg, 2002).

Il rimuginio può avere effetti deleteri sulla salute fisica e mentale, può portare all’insonnia ( Harvey, 2000), all’ irrequietezza, al mal di testa, all’irritabilità , alla nausea (Nisita et al., 1990; Noyes et al., 1992), favorisce l’esordio di danni alle coronarie negli uomini anziani (Kuzbansky et al., 1997) e può portare al disturbo d’ansia generalizzato, un disturbo spesso cronico e invalidante associato spesso alla depressione maggiore.

Come viene considerata l’ansia dal modello cognitivo?

Il modello cognitivo considera l’ansia come il risultato di un’incapacità di tollerare le emozioni negative e spiega le strategie utilizzate per evitarle come importanti fattori di mantenimento del disturbo. Il rimuginio ansioso è uno strumento di “evitamento emotivo”: chi rimugina ritiene che pensare continuamente a possibili conseguenze negative aiuti a generare nuove soluzioni, ma non è così. “Staccare la spina” da questo pensiero intrusivo è vissuto in modo terrifico e perciò costantemente evitato. (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011) . Questo perché il rimuginio ha un effetto calmante a breve termine sull’attivazione neurovegetativa (tachicardia, sudorazione, pressione alta, ecc.) legata all’ansia (Borkovec, Alcaine, Behar, 2004), per cui l’immediato sollievo del corpo rinforza la credenza che rimuginare aiuti a tenere sotto controllo le emozioni. I rimuginatori cronici esperiscono emozioni intensamente negative a causa di questo stile di pensiero, sia sul piano fisiologico che sul piano soggettivo (Brosschot, Gerin, Thayer, 2006), riportando un peggioramento della sintomatologia ansiosa e depressiva, senza però riuscire a cambiare strategia.

Come sono cambiate le nuove prospettive di trattamento?

Partendo dal nuovo modello esplicativo del legame tra il rimuginio e le disfunzioni emotive, che è in contrasto con il modello cognitivo classico dell’evitamento emotivo (Borkovec, Alcaine, Behar, 2004), il timore dei soggetti gravemente ansiosi non sarebbe solamente legato all’esperire emozioni negative, ma l’esperienza da cui sono veramente terrorizzati sarebbe l’improvviso cambiamento dello stato emotivo causato da un’esperienza imprevista e negativa. (Michelle G., Newman, Sandra J. Liera, 2011). I soggetti ansiosi sarebbero più inclini a percepirsi emotivamente vulnerabili rispetto ad eventi negativi improvvisi e utilizzerebbero il rimuginio per mantenere uno stato emotivo negativo prolungato proprio per evitare i rischi di un improvviso cambiamento (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011). Accanto alle tecniche di “disputing “ (discussione) e di “ristrutturazione” (dei pensieri) in ambito cognitivo, alle tecniche di rilassamento, alle tecniche di automonitoraggio, si dimostrerebbero altresì utili le tecniche di”esposizione graduale” finora usate per la maggior parte dei disturbi d’ansia. La paura del contrasto emotivo sarebbe la preoccupazione più importante nei rimuginatori, per cui la chiave per superare il rimuginio ansioso sarebbe l’utilizzazione della tecnica di esposizione graduale al contrasto emotivo(negative emotional contrast), che consentirebbe i processi di adattamento al cambiamento fisico e mentale, che un intenso stato emotivo provoca. Trattare il rimuginio ansioso e il disturbo d’ansia generalizzato come una “fobia specifica per il contrasto emotivo” sarebbe la sfida dei futuri protocolli di trattamento. (C. Marzocchi, Stateofmind , ottobre 2011).

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Ossessioni e compulsioni: il trattamento cognitivo-comportamentale

 

A cura della Dott.ssa Loretta Bezzi, Psicologa-Psicoterapeuta SITCC ed EMDR Italia

L’aspetto fondamentale delle ossessioni e dei comportamenti compulsivi nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è dato dalla durata considerevole ( più di un’ora al giorno ) e dal forte disagio in termini di sofferenza che questi generano ( DSM IV –R,; APA, 1994).

Cosa sono le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni sono pensieri, impulsi, rappresentazioni mentali, che si presentano insistentemente e senza una adeguata motivazione alla coscienza dell’individuo (es. la paura di essere contagiati se si tocca qualcosa, l’incertezza circa l’esecuzione di una certa azione, le idee ricorrenti a carattere sessuale e pornografico), mentre le compulsioni sono delle azioni ripetitive, dei rituali, a carattere esplicito ( es. lavarsi continuamente le mani, controllare di aver eseguito una determinata azione, ecc.) oppure implicito (es. azioni mentali come pregare, contare, ripetere continuamente alcune parole). Lo scopo di questi comportamenti è quello di neutralizzare, ovvero prevenire o alleviare l’ansia e il disagio connessi a determinate situazioni. In qualche caso le ossessioni possono assumere il carattere di veri e propri deliri, ad esempio quando un individuo è convinto di poter causare la morte di una persona, soltanto per il fatto di avere pensieri negativi che la riguardano.

Tuttavia le ossessioni e le compulsioni possono manifestarsi come manifestazioni normali (è l’angoscia e la sofferenza che contraddistingue il disturbo), tanto che quelle fisiologiche interessano circa l’80-88% degli individui normali e il loro contenuto è simile a quello delle corrispondenti manifestazioni patologiche. L’incidenza della malattia nella popolazione, considerata la durata intera della vita, è del 2,5% (circa 2 persone su 100 ne sono affette).

Come diventano patologiche le ossessioni e le compulsioni?

Le ossessioni, come abbiamo detto, sono dei fenomeni comuni e tendono a scomparire da sole nella maggior parte delle persone; divengono dei disturbi e permangono quando vengono valutate come pericolose o gli viene data un’importanza eccessiva. Infatti in questi casi causano ansia e depressione e determinano comportamenti di neutralizzazione (rituali). Ansia, depressione e rituali causano ulteriori ossessioni e innescano un circolo vizioso, che porta al disturbo vero e proprio (Rachman, 1997). Inoltre le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo focalizzano eccessivamente la loro attenzione sui loro processi mentali, sui loro dubbi, sulle loro fantasie e ciò contribuisce ulteriormente ad alimentare il disturbo (Wells e Matthews, 1997). La credenza dell’ossessivo-compulsivo è che “se penso di aver fatto qualcosa di male, probabilmente l’ho fatta davvero”, per cui l’ossessivo-compulsivo mette in atto risposte comportamentali, come quelle di controllare i propri pensieri e le proprie azioni, ma indugiare sul pensiero intrusivo porta all’esasperazione dell’ansia e delle riflessioni tra sé e sé, creando il problema secondario della paura di vivere sensazioni ansiose (Wells e Matthews, 1994).

Secondo il “modello cognitivo”, centrale nella spiegazione del DOC (disturbo ossessivo-compulsivo), uno stimolo ( es. idea intrusiva, dubbio) attiva una credenza ( di pericolo, di fusione pensiero-azioni , di fusione pensiero-situazione, ecc.), che influenza a sua volta la valutazione del pensiero intrusivo e la credenza circa i rituali, così da alimentare due cicli di feedback, uno relativo alle emozioni e uno relativo alle risposte comportamentali, che impediscono la falsificazione di credenze nelle valutazioni disfunzionali delle intrusioni, perché il mancato verificarsi delle azioni o eventi catastrofici viene attribuito ai rituali esperiti e non all’incongruenza delle valutazioni dell’intrusione. In sostanza il mancato verificarsi della catastrofe non è da attribuire al rituale, come pensa l’ossessivo-compulsivo.

Quali sono i trattamenti migliori nel disturbo ossessivo-compulsivo (DOC)?

E’ solo da una quarantina d’anni che esiste un trattamento efficace per il DOC. I trattamenti d’elezione sono oggi la terapia comportamentale (tecniche di esposizione con prevenzione o dilazione della risposta), la terapia farmacologica con gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) e la terapia cognitiva ( tecniche specifiche focalizzate sulla valutazione dei pensieri intrusivi, sulle responsabilità di far del male, sulle stime del pericolo e tecniche di sfida delle valutazioni disfunzionali dei pensieri intrusivi). Il trattamento efficace del DOC richiede un trattamento intensivo da parte del terapeuta e una forte motivazione da parte del paziente, per cui la farmacoterapia, in assenza di una terapia comportamentale, non è un trattamento adeguato per il DOC, dato l’alto tasso di ricadute associato alla sospensione dei farmaci.

In conclusione il principale problema da vincere con l’ossessivo-compulsivo è rappresentato dalle credenze negative sulle intrusioni, dalle risposte comportamentali e dalle manifestazioni ansiose secondarie (non tanto dall’esistenza dell’intrusione di per sé). Lo scopo principale del trattamento cognitivo-comportamentale è quello di incoraggiare il paziente ad adottare un’accettazione distaccata dei pensieri intrusivi, in quanto irrilevanti, non indugiare sulle intrusioni attraverso rimuginazioni o strategie neutralizzanti, lasciandosi passivamente andare alle intrusioni, pur ammettendone la presenza (Wells, 1997)

La fobia sociale

La fobia sociale è la paura di essere criticati dagli altri durante l’esecuzione di compiti di vario genere (mangiare in pubblico, usare i bagni pubblici, parlare dal vivo o anche solo al telefono, fare un discorso in pubblico, essere osservati mentre si esegue un compito). La persona pensa di essere soggetta alla valutazione di altre persone, al loro giudizio e ha paura; da un lato ha un forte desiderio di fare bella figura, di dare una buona impressione di sé agli altri, dall’altro presenta una forte incertezza rispetto al raggiungimento di questo scopo. Pensa che le proprie prestazioni espongano a valutazioni negative da parte degli altri, ha il timore di essere rifiutata, umiliata, di provare vergogna, in generale di essere svalutata dagli altri. Queste preoccupazioni provocano una serie di cambiamenti fisiologici, emotivi, comportamentali e cognitivi, che a loro volta diventano oggetto di preoccupazione riguardo l’esito della prestazione ( “Se balbetto?”, “Se arrossisco?”, “Se mi sudano e mi tremano le mani?”) e l’idea che gli altri si stanno facendo di lui ( “Tutti si accorgeranno che balbetto, che sono arrossito, che mi stanno tremando e sudando le mani e farò brutta figura!”).

Ciò che contribuisce, inoltre, a mantenere il disturbo sono l’evitamento delle situazioni temute (“Non intervengo mai in pubblico, evito di parlare”) e i comportamenti protettivi (“Cerco di tenere le mani lungo i fianchi così non si muovono e non si vede che sono sudate e cerco di fare respiri profondi”). La persona con fobia sociale si focalizza troppo sulle proprie sensazioni interne e sui propri comportamenti (tremare, arrossire, sudare, balbettare), si monitorizza continuamente, la sua attenzione è solo su di sé, con una preoccupazione che aumenta in questo modo la sua possibilità di arrossire, balbettare, sudare, tremare (sovrastima l’importanza dei segnali fisiologici nella performance). Anche i comportamenti protettivi (sudare, balbettare, tremare), invece di essere di aiuto, causano innanzi tutto un aumento di essi e incentivano ancora di più la focalizzazione su se stessi,  influenzando negativamente il giudizio degli altri (perché di fatto si appare più impacciati).  Poiché è impossibile controllare direttamente i segnali fisiologici dell’ansia l’attenzione sulla propria ansia favorisce il processo inverso, ossia la aumenta, per cui diventano ancora più incontrollabili le proprie  emozioni (di ansia e di vergogna). Si aggiungerà perciò all’ansia e alla vergogna iniziale per la propria prestazione, anche la vergogna per le proprie emozioni valutate come eccessive. L’iperfocalizzazione sui propri stati interni e sulla rappresentazione di sé favorirà ulteriormente le fantasie ansiogene e renderà impossibile un confronto con la realtà interpersonale.

Infatti Clark Wells (1995, 1997) evidenziano il ruolo giocato dai processi autovalutativi e dai meccanismi cognitivi e comportamentali che mantengono il disturbo. Mentre Mancini e Orazi (1999, 2004, 2006) enfatizzano il ruolo giocato dalla metavergogna  o vergogna della vergogna (“Tutti si stanno accorgendo che sono in difficoltà e che sto diventando rosso, insomma che mi sto vergognando!”). Il fobico sociale in situazioni sociali critiche si allarma e focalizza l’attenzione sulla possibilità di provare vergogna, evento giudicato grave e inaccettabile. La meta vergogna ha, dunque, un effetto duplice: rende più frequente, drammatica e paradossale la reazione emotiva (aumenta la prevenzione o difesa, che renderà ancora  più frequente  e intensa la reazione, poiché ogni segnale di vergogna  si trasformerà in vergogna piena) e orienta i processi cognitivi, il controllo delle ipotesi negative, ovvero la persona tenderà a vedere più facilmente prove  del fatto che viene giudicato negativamente.

La terapia cognitivo-comportamentale mirando alla alleanza terapeutica come collaborazione con il paziente  (empirismo collaborativo) spiega alla persona il suo funzionamento, il modello di questo disturbo in generale, il ruolo dei vari elementi nel mantenimento del suo disagio, i circoli viziosi; insieme si prendono in considerazione le convinzioni e i pensieri automatici negativi, per esaminare le prove che la persona porta a loro sostegno, quindi discuterle, relativizzarle, elaborarle in modo più realistico e decatastrofizzarle; si lavora sul concetto che la persona ha di sé (“Non son capace ad esprimermi”), cambiando la percezione e aumentando la sicurezza e l’autostima, per giungere ad un distanziamento critico dalle rappresentazioni minacciose, dai ricordi dolorosi nei termini di una loro minore drammaticità (ciò implica un’attenuazione dell’iperinvestimento degli scopi personali, ovvero eliminare a qualunque costo il rischio di una brutta figura).